
Dopo aver costruito un supercomputer dalle dimensioni incalcolabili e dotato di una conoscenza pari al sapere di tutte le galassie, il suo inventore pose alla macchina la più importante delle questioni a cui potesse pensare: «Dio esiste?». La risposta fu immediata: «Adesso sì». Sono passati quasi settant’anni da quando comparve questo breve racconto di Fredric Brown, intitolato La risposta, eppure l’approccio della nostra società nei confronti dell’intelligenza artificiale e delle sue potenzialità non è molto cambiato.
I discorsi che circondano l’intelligenza artificiale assumono sempre più spesso toni millenaristi, che ricordano più il fervore religioso che la razionalità scientifica. «Più si ascoltano i dibattiti della Silicon Valley attorno all’intelligenza artificiale, più si sente l’eco della religione», scrive su «Future Perfect» Sigal Samuel, che da anni si occupa dell’intreccio tra scienza e religione.
Un intreccio che potrebbe sembrare sorprendente: l’ennesimo cortocircuito dei tempi confusi in cui viviamo, eppure, ancora una volta, le cose sono molto diverse. Già pensatori del Medioevo come Scoto Eriugena ritenevano di poter restituire all’essere umano la perduta perfezione tramite la tecnologia, mentre il gesuita francese Pierre Teilhard de Chardin nei primi del Novecento teorizzò l’esplosione di complessità e intelligenza da lui battezzata «Punto Omega». Attraverso vari passaggi, questo concetto è stato infine rielaborato in quella che il futurologo e ingegnere di Google Ray Kurzweil ha definito «singolarità tecnologica»: il momento in cui l’intelligenza artificiale raggiunge il livello umano e poi lo supera di vari ordini di grandezza. La singolarità, che in altre interpretazioni prevede anche la fusione tra essere umano e macchina, è oggi il fondamento di ogni interpretazione millenarista dell’intelligenza artificiale.
C’è insomma un filo rosso che lega alcune interpretazioni religiose a determinate teorie tecnologiche della Silicon Valley: «A volte ho l’impressione che questo sfrenato entusiasmo per l’intelligenza artificiale generale sia solo un malriposto impulso religioso da parte di persone cresciute in una cultura secolare», ha scritto su X John Clark, cofondatore della società di deep learning Anthropic.
Parole che echeggiano quelle di Erik Davis il quale, nel suo fondamentale Techgnosis (da poco ristampato da Nero Edizioni e in cui viene indagata proprio la falsa cesura tra scienza e spiritualità), scrive: «[Viviamo in] una cultura ipertecnologica e cinicamente postmoderna che sembra attratta come uno sciame di falene dalle fiamme tremolanti della mente premoderna».
La narrazione quasi religiosa dell’intelligenza artificiale ha oltrepassato i confini della fantascienza o della retorica ed è stata a volte presa alla lettera: nel 2017 Anthony Lewandowski, cofondatore della startup di camion autonomi Otto, ha creato l’associazione religiosa Way of the Future, una vera e propria chiesa dedita «a sviluppare e promuovere la realizzazione di una divinità basata sull’intelligenza artificiale e che attraverso la comprensione e l’adorazione di questa divinità contribuisca al miglioramento della società». Nonostante fosse riuscita a raccogliere 175.000 dollari da qualche centinaio di adepti, nel febbraio 2021 la chiesa di Lewandowski ha chiuso i battenti. È rimasta invece aperta la domanda che proprio il suo fondatore aveva posto: «Se qualcosa è miliardi di volte più intelligente dell’essere umano più intelligente, come altro potremmo definirlo se non una divinità?».
Ma come si passa dalla prosaica realtà statistica ad aspettative messianiche di questo tipo? Secondo un filosofo come Luciano Floridi, siamo di fronte a «una vecchia confusione unita a un nuovo errore». Il docente di Yale ha spiegato in un’intervista che la vecchia confusione è nel paragone improprio: anche il Sole è miliardi di volte più potente degli esseri umani, ma questo non lo rende una divinità. L’errore è invece affermare che l’intelligenza artificiale sia più intelligente dell’essere umano, mentre è solo più potente dal punto di vista computazionale. Sotto molti punti di vista, un algoritmo di deep learning ricorda più una calcolatrice potente di quanto non si avvicini all’elasticità, alla capacità di astrazione e di generalizzazione e a molto altro del nostro cervello.
E allora perché questa confusione? Perché l’intreccio tra intelligenza artificiale e religione? È quasi inevitabile, a questo punto, ripensare al sociologo Émile Durkheim, secondo cui «Dio è la società, scritto in grande». Questa è ovviamente una lettura laica e materialista, ma come viene interpretata la visione millenarista dell’intelligenza artificiale dagli uomini di chiesa? Perché in una società sempre più secolarizzata cerchiamo nuove divinità in ambito tecnologico? Nel 2021 mi ero rivolto a due uomini di Chiesa, ed esperti di tecnologia, per cercare di rispondere a queste domande senza i pregiudizi dati dalle mie convinzioni in tema religioso: «L’essere umano ha una sete innata di spiritualità e trascendenza, quindi se non incontri il Dio vero lo cerchi altrove», mi aveva spiegato don Luca Peyron, direttore della Pastorale universitaria di Torino, docente di Teologia della trasformazione digitale e coordinatore del Servizio per l’apostolato digitale. «È una sete che ogni secolo ha provato a sopprimere, basti pensare al positivismo di Comte. Ma quando si rinuncia a Dio, si finisce per cercare gli idoli. Se la superintelligenza è una proiezione alla Feuerbach allora sarà inevitabilmente frustrata, se invece è un’astuzia usata da alcuni per ottenere più fondi, allora è appunto soltanto un’astuzia; di un tipo che anche noi preti abbiamo conosciuto bene».
