
Dalla newsletter settimanale di Greenkiesta (iscrizioni qui) – Non so voi, ma quando parlo con amici e amiche degli effetti del cambiamento climatico, la conversazione finisce quasi sempre qui: giganteschi blackout, linee elettriche che saltano, mondo digitale che si spegne da un momento all’altro a causa di una tempesta, un’ondata di calore che manda in tilt i data center.
Il tema mi appassiona particolarmente anche perché in questi giorni sto guardando la miniserie “Zero Day”, che mostra – sì, ce n’è ancora bisogno – quanto la nostra esistenza sia indissolubilmente legata alla tecnologia e al digitale: i dispositivi elettronici di tutta America si bloccano per un solo minuto, il Paese smette di funzionare e più di tremila persone muoiono. La colpa, in “Zero Day”, è di un massiccio attacco hacker, ma io sto continuando a pensare: e se prima o poi dovesse accadere a causa del riscaldamento globale? È uno scenario drastico ma non del tutto utopico, considerando ad esempio l’impatto del caldo estremo sulle nostre reti elettriche.
La rivoluzione digitale è avvenuta in un periodo in cui gli effetti del cambiamento climatico non erano ancora così evidenti, nonostante le grida inascoltate della comunità scientifica internazionale. Quando parliamo di adattamento, non possiamo dimenticare che quasi ogni componente della nostra vita – dai sistemi bancari alla logistica, dai servizi di emergenza ai mezzi di comunicazione, dall’intelligenza artificiale all’e-commerce – dipende da luoghi fisici sempre più minacciati dagli eventi meteorologici estremi. Sto parlando dei data center, le culle dei dati e delle informazioni che permettono agli ingranaggi della società di incastrarsi alla perfezione. O quasi.
Secondo un nuovo studio di XDI, società specializzata in analisi del rischio climatico, il 15,8 per cento dei data center presenti sul pianeta è esposto a un «rischio moderato» per via del cambiamento climatico, mentre il 6,25 per cento è attualmente considerato a «rischio elevato». Nel 2050, queste percentuali cresceranno rispettivamente del 3,81 per cento (19,6 per cento in totale) e dello 0,88 per cento (7,13 per cento).
I data center più antiquati, e quindi meno preparati ad affrontare i disastri naturali, si trovano nel Sudest Asiatico. La zona con il maggior numero di centri ad alto rischio climatico è la provincia cinese di Jiangsu (64 per cento), seguita dall’Uttar Pradesh indiano (61,9 per cento), da Amburgo (58,3 per cento) e da Shanghai (49 per cento). Secondo le stime al 2050, in Europa e nell’America settentrionale i danni ambientali ai data center triplicheranno rispetto al periodo attuale. La situazione in Asia e in America Latina è ancora più delicata.
Gli operatori stanno già facendo i conti con assicurazioni più salate, blackout e guasti costanti: uno scenario che non è destinato a migliorare nel breve-medio periodo. I data center, si legge nell’introduzione dello studio, compongono «la spina dorsale dell’economia digitale» grazie ai server, alle unità di archiviazione e ai dispositivi di rete che ospitano. Lo sviluppo delle intelligenze artificiali generative sta aumentando la domanda di queste infrastrutture (e dell’elettricità in grado di farle funzionare). Una domanda tuttavia incompatibile con la situazione climatica odierna.
Gli autori del report hanno analizzato 8.868 data center in tutto il mondo, classificandoli a seconda della loro esposizione a otto disastri naturali diversi. Gli eventi più dannosi (rischio «molto alto») per queste infrastrutture sono le alluvioni e le inondazioni costiere; nella casella del rischio «alto» appaiono gli allagamenti dovuti alle piogge intense e alla cementificazione, gli incendi boschivi, i tifoni e il caldo estremo. Quest’ultimo causa arresti dei server, cancellazione di dati, sovraccarico della rete e interruzioni del servizio. Nonostante i danni strutturali minimi, infatti, le temperature elevate possono surriscaldare rapidamente le componenti elettroniche e rompere i sistemi di raffreddamento.
Anche i data center si possono adattare al cambiamento climatico, riducendo così gli impatti di questa emergenza galoppante. Tra le strategie principali, XDI segnala: l’utilizzo di materiali più porosi e resistenti agli sbalzi termici (il cemento non è tra questi); l’innalzamento delle fondamenta e dei pavimenti per proteggere i server dall’acqua; barriere anti-inondazione; materiali isolanti termici avanzati per ridurre la dipendenza dai sistemi di raffreddamento; rivestimenti ignifughi; tetti rinforzati e sistemi di ancoraggio avanzati. L’extrema ratio è la riallocazione dei data center in zone meno vulnerabili dal punto di vista ambientale; un’operazione non sempre praticabile soprattutto per ragioni di costi e tempi.
Entro il 2050, un corretto adattamento climatico dei data center potrebbe ridurre di due terzi il numero di strutture esposte a un rischio climatico elevato. Senza gli accorgimenti appena elencati, nel giro di venticinque anni i costi delle “assicurazioni climatiche” rischiano di triplicare o addirittura quadruplicare. Infine, XDI avverte: «L’adattamento è costoso, e non tutte le strutture possono diventare resilienti. La riduzione delle emissioni resta il metodo più efficace dal punto di vista economico per garantire l’operatività dei data center» nel lungo periodo. Una puntualizzazione che vale per ogni aspetto della nostra quotidianità.