Acqua, partecipazione collettiva, spazi gratuiti e accessibili. Secondo Elena Granata, docente di Urbanistica al Politecnico di Milano, sono queste le priorità che il capoluogo lombardo dovrebbe inseguire nel suo futuro. Non solo per dimenticare le inchieste sull’edilizia e le dimissioni dell’assessore Giancarlo Tancredi (al suo posto è stata nominata temporaneamente la vicesindaca Anna Scavuzzo), ma per adottare un nuovo modello che, senza sacrificare lo sviluppo, metta al centro la dimensione pubblica, la questione climatica e il benessere dei cittadini più vulnerabili alla gentrificazione.
«Dobbiamo cambiare il modo di pensare ai progetti dello spazio urbano. A questo dovrebbero servire i prossimi diciotto mesi, anche come preparazione a ciò che accadrà dopo le elezioni del 2027. Il primo punto è semplice: bisogna capire che un grande progetto non è un progetto grande. L’urbanistica è stata ormai ridotta ad architettura della bigness. C’è stata questa semplificazione, spesso votata al progetto imponente e visibile. Tutto ciò non ha niente a che fare con l’urbanistica. A questo punto perché l’assessorato alla Rigenerazione urbana non iniziamo a chiamarlo all’Edilizia?», dice Granata.
Qual è il primo “grande progetto” che ti viene in mente per la Milano post-2027?
Immaginare la riapertura dei Navigli. Bisogna riprendere il legame con l’acqua, ritessere – come se fosse un elemento connettore – il nostro sistema delle acque e la nostra dimensione balneabile, come sta succedendo a Parigi. Questo è un grande progetto contemporaneo. Dal punto di vista immobiliare o dal punto di vista dello sviluppo economico è meno impattante? No. Dove c’è un progetto di rigenerazione della natura e dello spazio pubblico, i valori immobiliari salgono. Lo dimostra l’High Line di New York. Ecco perché dobbiamo pensare alle città non come somme di edifici, ma come spazi di relazione e connessioni creative. Abbiamo la crisi climatica che suggerisce come farlo: la stessa cosa che avviene con i progetti sul suolo, sui parchi e sulle interconnessioni verdi, deve avvenire attraverso il progetto dell’acqua.
Come lo vedi, nel concreto, questo progetto di riapertura dei Navigli?
Un piano fatto tanti anni fa dai colleghi del Politecnico indica già i tratti che si potrebbero riaprire. Io non sono una massimalista che pensa di riaprire tutto fino all’ultima roggia. Mi riferisco alla necessità di un progetto intelligente, che cominci a porsi la questione di un piano in grado di riaprire alcuni tratti dei Navigli per far tornare a scorrere l’acqua. Sulla balneabilità ci arriveremo, ma intanto serve riprendere in mano quei progetti lanciati molto presto, quando ancora non c’era una sensibilità diffusa. I tempi, ora, sono maturi. Da Utrecht a Rotterdam, passando da alcune città coreane: è pieno di iniziative in cui l’acqua torna a essere il connettivo più importante per la salute e il benessere della città. Acqua che, tra le altre cose, aggiunge anche valore turistico. Sono temi sdoganati in tutta Europa, ma qui sembrano una boutade di qualche romantico. In questi due anni non ce la faremo. Ma la prossima amministrazione dovrà consegnare l’idea di un progetto ambizioso e fuori scala, se non vuole una Milano provinciale e fuori dal tempo.
Lunedì, davanti ai consiglieri comunali, il sindaco Sala ha osservato che Milano e le altre grandi città europee condividono numerosi problemi. È vero, ma queste metropoli hanno spesso sviluppato una forte identità a cui aggrapparsi nei momenti difficili. Basti pensare a Parigi con la mobilità sostenibile, a Vienna con l’edilizia sociale, a Barcellona con le misure adottate per contrastare l’overtourism. Milano, forse, non ci è ancora riuscita. Il progetto sull’acqua può essere un primo passo?
Milano è una città europea dal punto di vista dei capitali, ma non lo è in termini di progetti che esprimono un’ambizione verso il futuro. Essere una città europea vuol dire avere un’ambizione, come succede appunto a Parigi, Copenaghen, Zurigo, Barcellona. L’edilizia e l’architettura, da sole, non innescano meccanismi profondi sulle città. È solo l’urbanistica che lo può fare. L’urbanistica consente di mettere in relazione le cose fra di loro, in nome di un cambiamento comune. Milano ha il tema dell’acqua nelle sue corde dal 1200; tutta la sua storia ruota intorno all’acqua, ma le ha voltato le spalle perché ha creduto di arrivare allo stesso sviluppo attraverso l’edilizia. Se vogliamo avere ancora un assessorato all’Urbanistica, dobbiamo smettere di parlare solo di edifici.
In che modo dovrebbe essere concepita e affrontata l’urbanistica?
L’urbanistica è una forma di democrazia. Non è lo strumento di trasformazione dello spazio fisico, ma è l’insieme di strumenti che una città si dà – collettivamente – per adeguarsi ai bisogni del presente. Oggi pensiamo che l’urbanistica sia una forma di negoziato tra imprese e uffici tecnici, e pensiamo che la possano fare solo i privati, i grandi fondi immobiliari e gli investitori, oltrepassando ogni forma di democrazia. Ma la democrazia dovrebbe essere ovunque, quando parliamo di urbanistica.
Pensi che il tema della democrazia urbana sia un’urgenza?
La politica è stata soppiantata dal linguaggio economico e delle imprese. Sala è un manager, parla di rendimento, attrattività, capitali. Io vorrei liberare la narrazione sulla città dal linguaggio economicista per sostituirlo con il linguaggio della politica. La politica ha i luoghi di discussione, è dibattito pubblico, è appassionarsi insieme al destino. In Svizzera, per fare un esempio, qualsiasi nuovo edificio è sottoposto a un referendum pubblico, la gente è chiamata tutte le settimane a esprimere la propria opinione anche sul giardinetto sotto casa.
La democratizzazione dello spazio pubblico è un tema sempre più urgente, soprattutto tra le nuove generazioni. La partecipazione collettiva può aiutare queste idee – che spesso appaiono astratte e difficili da realizzare – a prendere forma?
Essendo l’urbanistica una forma di democrazia, possiamo riportarla nelle piazze, nei festival, sui giornali, nei bar. Lo possono fare anche le amministrazioni comunali, che sono preposte alla vidimazione dei progetti attraverso un piano attuativo. Abbiamo già gli strumenti: vogliamo imparare a riutilizzarli? La gente non va a votare perché pensa che il singolo voto non conti nulla. Come si riportano le persone a votare? Tramite un coinvolgimento nelle decisioni sui luoghi in cui vivono. La giurisprudenza fornisce degli strumenti disponibili già oggi, fase per fase, per rendere il percorso democratico e partecipativo. Le nuove generazioni vogliono dire la loro opinione sull’uso dello spazio fisico, ma non hanno spazi democratici per partecipare.
A proposito di voto: nel 2011, uno dei cinque quesiti dei referendum consultivi di indirizzo – riservati alla sola Milano – riguardava la riapertura dei Navigli “sepolti” sotto terra, e il 94 per cento dei cittadini votò a favore. L’affluenza definitiva sfiorò il cinquanta per cento, superando il quorum del trenta per cento.
La riapertura dei Navigli è una promessa mancata (l’idea è stata definitivamente archiviata nel 2020 per ragioni economiche, ndr). A maggior ragione, è fondamentale riproporre il tema in chiave contemporanea, anche in ottica climatica. I cittadini si sono già espressi, e non possiamo ignorarlo.
C’è un’altra questione che ritieni prioritaria per il futuro della città?
Dobbiamo creare spazio. Milano è piccola, satura, densa, ha poco tempo. Dobbiamo dare valore al vuoto, al tempo, alla notte, al giorno; riprenderci gli spazi della gratuità, dell’accessibilità e del tempo libero. Quel poco spazio che rimane è lo spazio dove l’urbanistica può dire ancora qualcosa, salvaguardandone il valore d’uso. Serve riossigenare la nostra città con spazi aperti, condivisi, per il tempo libero e per la salute. Non farlo significa perdersi un pezzo. In una mia agenda politica metterei le tre cose di cui abbiamo parlato: acqua, democrazia, spazi pubblici. Si può fare? Lo fanno tutte le città europee con un po’ di ambizione e che non si fanno schiacciare dalle strategie del mercato immobiliare.
La maggior parte delle città europee ha i conti in rosso. Beppe Sala, una volta eletto, si è scontrato con importanti buchi di bilancio da risanare. Eppure, molte metropoli sembrano avere più margine di manovra, nonostante tutto. Cosa ne pensi?
I problemi di cassa sono normali. Lo sono meno in una città che ha attirato molto onore e pochi oneri. Molto onore perché ha avuto molta gratificazione internazionale; pochi oneri perché non li ha chiesti. Abbiamo la necessità di sanare quel buco di bilancio, frutto di uno sconto alle imprese costruttrici. Ma è un problema enorme che non ci siano ricchezze ridistribuibili nel momento di massimo prestigio internazionale di Milano. È inverosimile che – proprio oggi – la città non abbia i soldi per le opere pubbliche. Capisco Torino o Roma, ma oggi Milano non può dire di non avere soldi.
Il partenariato pubblico-privato ha avuto esempi di successo, in Europa come a Milano. Come facciamo a rendere ancora più giusta ed efficiente questa forma di cooperazione?
È un modello sdoganato da vent’anni e non si può tornare indietro. Il privato è un soggetto fondamentale per le trasformazioni urbane, ma serve una forte regia pubblica. La parola “regia” è debole solo apparentemente: il pubblico è responsabile di avere una visione del futuro e salvaguardare l’interesse collettivo. Forse, al posto di “regia”, dovremmo dire “maternità o paternità pubblica”. Il modello non lo metto in discussione a priori: funziona laddove c’è un’amministrazione che chiede al privato di collaborare al benessere pubblico. Tuttavia, abbiamo smarrito la grammatica fondamentale della cosa pubblica; si trattano i cittadini come dei clienti. Succede ovunque nel mondo, non solo a Milano.
Nel suo discorso d’apertura durante il consiglio comunale di lunedì, Sala non ha mai parlato esplicitamente di cambiamento climatico. Ha più volte citato il «verde» e ha detto, menzionando i dati di Legambiente Lombardia, che il capoluogo non si sta comportando malissimo a livello di consumo di suolo. Il merito sarebbe dei progetti di rigenerazione e della verticalizzazione. Ma questa verticalizzazione, in una città che ha di fatto esaurito il suolo edificabile, può andare d’accordo con la questione climatica?
La densificazione e lo sviluppo in altezza di una città così piccola hanno un impatto così rilevante sulla capacità di adattamento climatico da rendere molto difficile vivere a Milano in futuro. Milano deve prendere seriamente in mano la questione della crisi climatica, accettando l’idea che ci impone anche dei limiti allo sviluppo. Il sindaco è il principale responsabile della salute pubblica, che oggi è strettamente connessa all’adattamento al riscaldamento globale. Mi sembra, sinceramente, che la questione climatica sia stata elusa. Il modello è di una città di ricchi che poi a luglio e agosto va in vacanza nella seconda casa al mare con l’aria condizionata. Non è un modello che si cura degli impatti su chi sta peggio. Ma la crisi climatica ci mette al tappeto, non c’è astuzia che tenga. Gli incendi di Los Angeles lo dimostrano.