
Nel dibattito sull’accordo raggiunto all’ultimo vertice Nato per spendere in difesa il cinque per cento del Pil, la cifra nuda e cruda si è presa quasi tutte le attenzioni, anche grazie alla polarizzazione che sempre nel nostro Paese caratterizza il tema delle spese militari.
Certo, il cinque per cento, per un’alleanza che fino a ieri ne prevedeva il due e che spesso non vedeva rispettata nemmeno questa soglia, è una cifra considerevole, tanto più in una fase in cui alcuni Paesi europei sono alle prese con cali di produzione industriale e conseguenti crisi socio-occupazionali.
Sul piano politico, poi, l’accordo nasce anche per rabbonire Trump, che su quel numeretto si è così impuntato, come mostrato dal siparietto del messaggio di Mark Rutte in cui il segretario generale della Nato era evidentemente preoccupatissimo di coccolare l’ego del presidente degli Stati Uniti.
Tuttavia, una serie di elementi fa pensare che il cinque per cento sia più una dichiarazione politica che altro. L’accordo, infatti, prevede che l’obiettivo sia raggiunto entro il 2035, senza però stabilire obiettivi o scadenze intermedie. Inoltre, all’interno della soglia è previsto un punto e mezzo del Pil per infrastrutture strategiche, e quindi non immediatamente militari. Molti fattori, in dieci anni, possono cambiare: da una parte, dunque, l’obiettivo è stringente, dall’altra la sua realizzazione è quantomeno blanda.
Diverse intelligence avvisano che, se un attacco russo a un Paese europeo si verificherà, questo avverrà nei prossimi cinque anni: in base alle regole decise al vertice Nato, in quel momento molti Paesi Nato potrebbero ancora essere ben al di sotto dell’obiettivo previsto. Se invece la situazione globale dovesse rasserenarsi, è probabile che all’interno dell’alleanza atlantica si moltiplichino le voci per rivedere nuovamente gli obiettivi di spesa (o si inizi a ignorare il cinque come prima dell’invasione dell’Ucraina si ignorava il due).
Il cinque per cento del Pil in spese militari, insomma, rischia di essere o superfluo o di arrivare troppo tardi. Se è vero che Trump esce vincitore dal vertice Nato, non è detto che nel lungo termine l’Europa ci perda: investire in difesa è una priorità europea, indipendentemente se questo venga fatto nella prospettiva Nato o in quella Ue (tanto più perché le risorse possono anche essere reperite attraverso Safe, lo strumento di prestiti creato dalla Commissione europea).
Un’Europa più forte sulla difesa è un’Europa che può, più di quanto avvenga ora, rivendicare un’iniziativa autonoma sul piano globale; una Nato non dipendente solo dalle spese militari statunitensi, è una Nato dove il potere degli Stati Uniti si restringe.
La mancanza di una strategia chiara e concordata per arrivare all’obiettivo rende gli Stati molto liberi di decidere quando e come prevedere le spese, con grandi margini di manovra per adattare i bilanci alle situazioni contingenti che vedranno nei prossimi dieci anni, ad esempio per evitare di contrarre la spesa sociale. Proprio questo aspetto, però, chiama a una responsabilità politica nel lungo termine, programmando in maniera seria, come raggiungere l’obiettivo senza ritardare il tutto agli ultimissimi anni o posticipare ogni misura nella convinzione che ci penserà il prossimo governo.
In effetti, in questa prospettiva i prossimi dieci anni saranno anche utili a vedere quanto, nei diversi Stati membri Nato soprattutto in Europa, sulla difesa si potrà instaurare un dialogo tra maggioranza e opposizione, trattando il tema con la giusta serietà, senza farlo rientrare nel conflitto politico più di quanto sia lecito e necessario.
Nel caso dell’Italia, ad esempio, si tratta di spendere, tra dieci anni, tra i trenta e i quaranta miliardi in più di quanti ne spendiamo oggi, includendo anche spese per infrastrutture territoriali o digitali: non una cifra irrisoria, ma nemmeno impensabile nell’arco di tempo in questione, tanto più perché quelle spese, nel contesto attuale e con la necessità di ammodernare infrastrutture e sistemi produttivi, andrebbero in larga parte previste comunque.
Da tempo, l’Italia ha raggiunto il due per cento aumentando le proprie spese militari artificiosamente, ad esempio facendo rientrare nel calcolo le pensioni militari o i fondi per la Guardia Costiera: supportare lo sviluppo di infrastrutture e innovazione non esclusivamente militari è solo la versione meno furbetta e condivisa di una contabilizzazione creativa che già facciamo.
Nel breve termine, l’obiettivo del cinque per cento rivela la maturata consapevolezza europea che non si può far affidamento unicamente sugli Stati Uniti, nemmeno all’interno della Nato (non è un caso se proprio la Russia si è sentita in dovere di criticare subito il risultato del vertice parlando di «bellicismo» europeo). Ma sul piano politico servirà una dialettica costruttiva tra le maggioranze e le opposizioni sul tema della difesa, oltre che un maggior coordinamento tra Stati membri.
Nel lungo termine, dunque, il risultato del vertice Nato sarà soprattutto quello di non permettere più all’Europa di evitare di non vedere la rilevanza del tema della difesa, in un coordinamento tra Stati, che uscirà inevitabilmente dal piano interno Nato per diventare europeo.