Depistaggio trumpianoIl nuovo report della Casa Bianca sulle emissioni è un concentrato di fake news

Il dipartimento dell’Energia statunitense ha pubblicato un documento colmo di informazioni inventate o volutamente fuorvianti, con un obiettivo ben chiaro: legittimare le operazioni di smantellamento climatico dell’amministrazione repubblicana

AP Photo/LaPresse (ph. Manuel Balce Ceneta)

Almeno cento affermazioni false o fuorvianti; più di trenta riferimenti bibliografici attribuibili agli stessi autori del documento; dati inventati sulla fusione dei ghiacciai e i presunti danni economici delle misure per tagliare le emissioni di gas serra. 

Si presenta così il nuovo report di centoquaranta pagine che il dipartimento dell’Energia statunitense ha pubblicato per giustificare le operazioni di smantellamento climatico della Casa Bianca. Una su tutte, la proposta legislativa dell’Agenzia federale per la Protezione Ambientale (Epa) che punta ad abrogare l’Endangerment Finding, un provvedimento approvato nel 2009 dall’amministrazione di Barack Obama sulla base di una sentenza emanata nel 2007 dalla Corte Suprema degli Stati Uniti. 

Il verdetto della Corte fu rivoluzionario perché giudicò i gas serra dannosi anche per la salute pubblica e sottolineò il consistente impatto climatico-ambientale delle automobili, che negli Stati Uniti – dove non esiste un sistema ferroviario ad alta velocità – restano la prima opzione a livello di mobilità familiare: ci sono circa settecento vetture ogni mille abitanti, per rendere l’idea.

La sentenza e la legge successivamente approvata trasferirono all’Epa il potere di emanare norme anti-inquinamento e di stabilire nuovi target sul taglio delle emissioni di gas serra (anidride carbonica, metano e così via), biossidi di azoto e particolato fine (PM10, PM2,5). Se la riforma dovesse passare, l’Epa verrebbe privata di qualsiasi autorità e l’ambizione climatica degli Stati Uniti calerà ulteriormente. Tra le oltre trenta leggi ambientali a rischio abrogazione c’è quella sull’obbligo di imporre limiti alle emissioni allo scarico, nella speranza di stimolare la produzione di veicoli elettrici da parte delle case automobilistiche. 

Con questo report colmo di informazioni inventate, il dipartimento che ha in mano le questioni energetiche americane – quindi anche la transizione verde – sta cercando di legittimare uno dei piani di deregulation più gravi nella storia recente. 

A fare chiarezza è stato Carbon Brief, autorevole sito britannico specializzato in scienza del clima, che ha contattato un centinaio di climatologi per portare a termine un dettagliatissimo fact-checking del documento pubblicato il 23 luglio e intitolato “A critical review of impacts of greenhouse gas emissions on the US climate”. Il risultato è inquietante e perfettamente in linea con la deriva antiscientifica del presidente americano. 

Il report è al momento in una fase di revisione pubblica (chiunque può leggerlo e commentarlo per trenta giorni) e, secondo lo staff del segretario all’Energia Chris Wright, ha già superato una fase di revisione paritaria «interna», che vuol dire tutto e niente. 

Per trovare la prima affermazione fuorviante è sufficiente aprire il documento e fermarsi a pagina zero, quella dedicata all’executive summary. Il documento spiega che le «elevate concentrazioni di CO2 migliorano direttamente la crescita delle piante, contribuendo a rinverdire il pianeta e ad aumentare la produttività agricola». 

Secondo David Lobell, agronomo a Stanford contattato dalla redazione di Carbon Brief, si tratta di un’argomentazione «molto vecchia» che non considera il rapporto costi-benefici dell’aumento della concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera. In più, dice Lobell, l’affermazione si basa su dati provenienti da “co2science.org”, una fonte non attendibile che non sottopone i propri studi a processi di revisione paritaria. «I numeri citati nel report sono il doppio più alti rispetto a quelli riportati dalla miglior letteratura scientifica sull’argomento», conclude l’esperto. 

Più avanti, superata una sfilza di fake news sulla concimazione carbonica, a pagina sei si legge che «mentre i modelli statistici prevedono un’espansione delle zone aride a causa del riscaldamento globale, i dati reali mostrano il contrario: l’inverdimento sta avvenendo anche nelle aree aride». Carbon Brief ha sottolineato la frase in rosso, colore usato dalla redazione per indicare le affermazioni false (l’arancione per quelle fuorvianti). Secondo Delphine Deryng, climatologa che ha collaborato anche con l’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc), «l’inverdimento e la scarsità idrica sono processi correlati rispettivamente a cicli diversi del carbonio e dell’acqua, dunque non è corretto confrontarli direttamente». 

A pagina ventuno c’è scritto che i modelli climatici stanno ingigantendo i dati sull’aumento delle temperature, mentre a pagina quarantadue i tecnici del dipartimento dell’Energia negano – senza citare alcuna fonte a supporto – la crisi della Corn Belt, l’area del Midwest degli Stati Uniti da cui proviene una fetta importantissima della soia e del mais consumati globalmente. 

A pagina settantacinque si nota un passaggio che mette in discussione l’aumento del livello del mare negli Stati Uniti: «Le misurazioni effettuate dai mareografi statunitensi non rivelano alcuna accelerazione evidente oltre il tasso medio storico di innalzamento del livello del mare». Secondo Stefan Rahmstorf, professore di Oceanografia fisica all’università di Potsdam, non è affatto così: «La maggior parte dei mareografi statunitensi mostra un’accelerazione lungo la costa orientale statisticamente significativa e superiore alla media globale». I dati relativi alla costa occidentale degli Stati Uniti sono invece meno preoccupanti. 

Non può mancare l’ammiccamento all’attività solare, che – secondo il dipartimento dell’Energia della Casa Bianca – è stata «discussa solo in minima parte» dagli esperti dell’Ipcc, l’organizzazione più autorevole del mondo nella valutazione scientifica del cambiamento climatico. «Contrariamente a questa affermazione, gli ultimi tre “assessment report” dell’Ipcc ne hanno discusso molto», puntualizza Mike Lockwood, professore dell’università di Reading.

I negazionisti climatici sono convinti che le attività antropiche – dunque le emissioni di gas serra dovute alla combustione di petrolio, gas e carbone – non abbiano influenzato il clima: la colpa, secondo loro, sarebbe delle variazioni del ciclo solare e dell’influenza dei raggi cosmici. È tutto falso: il 99,9 per cento degli articoli scientifici sottoposti a revisione paritaria sostiene l’origine antropica del riscaldamento globale. A ribadirlo è stato un celebre studio pubblicato nel 2021 su Environmental Research Letters e condotto dalla Cornell University, che ha esaminato più di ottantottomila ricerche sul clima. 

A pagina novanta c’è anche una grave sottostima del fenomeno della fusione dei ghiacci: «L’estensione del ghiaccio marino artico è diminuita di circa il cinque per cento dal 1980», recita il documento. La cifra reale, sottolinea Carbon Brief citando le fonti più autorevoli (Ocean and Sea Ice Satellite Application Facility e National Snow and Ice Data Center), è sicuramente superiore alla doppia cifra. Stando ai dati aggiornati a settembre 2024, l’estensione media del ghiaccio marino nel periodo 2015-2024 era inferiore del trentaquattro per cento rispetto ai livelli del 1979-1988. 

X