Uno dei più grandi e visibili limiti del centrosinistra nostrano è lo svuotamento dall’interno da parte di quel mondo culturale progressista che si appropria della parola sinistra (ben attento a eliminare il prefisso centro), contribuendo a diffondere i germi della propria visione del mondo, con classismo e narcisistica autoreferenzialità. Un boicottaggio, se non nelle intenzioni almeno nei risultati, che appiattisce, banalizzandola, la sfida riformista, quanto di più necessario, per un Paese fermo come l’Italia, impantanato nella reiterazione costante dei propri storici errori.
Questo progressismo, d’altra parte mai sepolto nel suo portato ideologico, ha solo cambiato forma, trovando uno spazio di primo piano nel mondo dell’informazione – soprattutto televisiva e social – segnatamente dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina. In particolare, si è disegnato una propria veste nella capacità di essere influente, generando magnetismo tramite moralismo e linguaggio infarcito di cerimoniose elucubrazioni, spacciate per sofisticate riflessioni. Si tratta, in verità, di un progressismo nei fatti reazionario, perché volto a una chiusura sostanziale verso il confronto con retaggi differenti e/o maggiormente moderati, capace di sconfinare in rifiutante violenza intellettuale, occultata ma, in realtà, molto profonda.
Nessun tema è esente dal vasto climax progressista, che si porta dietro le sue sfumature, spaziando dalla politica internazionale ai diritti civili, passando appunto per le critiche politiche – e non solo politiche – nei confronti degli interlocutori. La dedizione verso la conservazione è dimostrata, pure, dalla standardizzata cassetta degli attrezzi utilizzata nella lettura dei grandi temi di politica estera, dove spesso avviene un ribaltamento della logica oppressori-oppressi (la colpa è di chi non si arrende).
Si evita così di coltivare gli strumenti di vincolo dell’analisi fattuale, inserendo quelle tossine che causano non tanto un’interrogazione – in tal caso, dovuta – sulla realtà del conflitto e la questione specifica (domandandosi, cioè, se le cose stiano effettivamente in un determinato modo), quanto, piuttosto, la ricerca spasmodica del sospetto. Quel sospetto su cui costruire, poi, un castello frutto delle proprie sensibilità percettive e, principalmente, della corrispondenza con i dichiarati avamposti ideologici.
Il paradosso è che l’enfasi sul pensiero critico blocca il tentativo di sviluppare il pensiero critico stesso: non si tratta nemmeno di politica in senso stretto, è una sfida cognitiva e, come tale, prepolitica, troppo spesso lasciata in mano, appunto, a chi si erge a demiurgo moralizzatore, che gioca sul costante e quasi fisiologico bisogno delle persone di presunti eroici paladini, che non di rado prevale.
In questa fenomenologia del deviato progressismo c’è spazio per l’odio, che dovrebbe essere esclusiva degli stronzi, ma che è seminato in maniera piuttosto costante dai portatori di bontà moralisticheggiante, i quali trattano individui e questioni con elitaria superiorità.
Quel che si erge, anche nel linguaggio, a pilastro di inclusione moralmente bonario è ribaltato, divenendo, da ultimo, espressività poco tollerante, financo violenta. Un’arroganza sedimentata, che fa male alla nobile causa della crescita e dello sviluppo, alla quale, essenzialmente, non si guarda.
Davanti a posizioni eccessivamente radicali, non deve sorprendere la tendenza alla mancata accettazione di confronti e dibattiti concreti, pur adoperandosi per un diffuso proselitismo in senso opposto. La cattiveria attraverso la quale gli aspiranti cultori dell’odio argomentano tale rigetto va spesso di pari passo – è il caso di dirlo – con manchevole consapevolezza e inadeguata preparazione e informazione. È in questo modo che il percorso del progressismo diviene stantio e conservatore, votato a polarizzazione e continua ricerca di conferme sulla giustezza di personali visioni del mondo.
L’essersi fatto investire dal progressismo culturale e dai bacilli della sua subcultura è stata una negligenza del riformismo, che ha messo in crisi il suo cammino; ma un progressismo reazionario non può essere la risposta a un sovranismo avverso a corrente della storia e dati di realtà – che, incredibilmente, finisce per essere addirittura rivalutato da molti (almeno nella sua prassi di gestione istituzionalizzata del potere e di postura governativa) – pur essendo solo l’altro lato della medaglia, egualmente poco presentabile, certamente scarsamente efficace.
Libertà, giustizia e diritti devono essere tenuti fuori dal falso progresso che veicola rancori fideistici e ideologica ostilità, così come da minoranze che, con sprezzante disgusto, svuotano di significato la missione del patrimonio riformista. Poi, bisognerà parlare di temi che interessano la quotidianità delle persone, recuperando il senso di una proposta politica che comprenda, aiuti, migliori insieme.
Per uscire da quella che pare essere un’incessante fase di stallo, serve un centrosinistra riformista finalmente popolare, capace di arginare i capricci di chi arresta il percorso verso una vocazione maggioritaria dovuta, alla pari di un centrodestra maggiormente libero da nazionalismo spicciolo e influenze folkloristiche a debito. Il Paese, a poco a poco, ringrazierà.