Non basterà attraversare la tempesta del trumpismo per ritornare all’equilibrio strategico che ha garantito ottant’anni di pace all’Occidente. Lo hanno capito da tempo le cancellerie europee e gli alleati storici degli Stati Uniti, dall’Australia all’Asia. Durante il primo mandato di Donald Trump, il sistema di alleanze aveva retto, pur sotto stress. Allora il presidente degli Stati Uniti era più cauto nelle azioni e circondato da consiglieri legati alla tradizione della politica estera americana. Oggi quelle condizioni non esistono più e difficilmente il suo successore tornerà indietro.
Come spiega un interessante approfondimento di Foreign Affairs, la protezione americana non è più un dato di partenza, ma qualcosa che dipende dalle circostanze, dagli interessi del momento e, spesso, da considerazioni economiche. Il problema è che il resto del mondo libero non ha un piano B, e il tempo per costruirlo si sta rapidamente riducendo.
Il cambio di rotta è diventato evidente all’inizio di dicembre, con la pubblicazione della nuova Strategia di sicurezza nazionale americana. La riduzione del ruolo della Nato, il disimpegno dalla difesa europea e la dissoluzione dell’Unione europea, usando come teste di ponte Italia, Ungheria, Austria e Polonia, sono obiettivi politici dichiarati. La stabilità internazionale e la deterrenza collettiva non sono più priorità per l’America trumpiana: contano di più il ritorno economico e la difesa di un perimetro di interessi più ristretto.
Il problema è che questo cambiamento arriva in un momento di particolare fragilità per l’Europa. I governi sono sotto pressione per questioni economiche e sociali, il consenso politico è più instabile e le istituzioni comuni faticano a muoversi con rapidità.I politici europei sembrano aver capito che serve una soluzione e in fretta. La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha detto al Parlamento europeo che «l’era dell’indipendenza europea deve diventare irreversibile» e ha ragione, ma la distanza tra le parole e le capacità reali resta ampia.
Rafforzare la difesa europea richiede tempo, risorse e coordinamento politico, e il resto del mondo non resta a guardare. E la guerra in Ucraina ha mostrato quanto la sicurezza del continente dipenda dagli Stati Uniti: dall’intelligence alla logistica, dalla deterrenza nucleare alla capacità di proiezione militare
Di fronte a questa incertezza, prende forma una risposta pragmatica: costruire reti più strette tra paesi medio-grandi, legati da interessi e timori comuni. In Europa questo si traduce nella ricerca di coalizioni ristrette, capaci di decidere e investire più velocemente rispetto ai formati tradizionali, aggirando i veti che spesso paralizzano l’azione comune dell’Unione europea. Non si fa in una notte, però. Per guadagnare tempo gli alleati europei hanno adottato una strategia di sopravvivenza: aumentare la spesa militare, evitare lo scontro commerciale e mantenere un profilo prudente e qualche volta addirittura sottomesso con Trump. La speranza è che l’erosione del sistema possa rallentare.
Ma come spiega Foreign Affairs questa speranza rischia di essere mal riposta. Trump resterà alla Casa Bianca ancora per tre anni, un periodo più che sufficiente perché il sistema di alleanze si indebolisca ulteriormente o perché gli avversari sfruttino il vuoto lasciato dagli Stati Uniti. L’idea di attraversare questa fase senza conseguenze strutturali appare sempre meno credibile.
Il problema non è solo europeo, ma anche asiatico.Trump ha avanzato richieste sempre più pesanti anche a Giappone e Corea del Sud: più spesa per la difesa, più investimenti negli Stati Uniti, maggiore allineamento commerciale e tecnologico. In cambio, però, Washington non garantisce che la propria presenza militare resterà stabile nel tempo. Questa pressione lascia pochissimo spazio alle alternative. Gli alleati asiatici vengono spinti a tenersi lontani dalla Cina proprio mentre gli Stati Uniti riducono il loro impegno diretto nella regione. Così Seul, e in parte Tokyo, restano incastrate tra una dipendenza militare dagli Stati Uniti e una dipendenza economica da Pechino che non possono spezzare senza pagare un prezzo molto alto.
L’Economist racconta il caso più evidente degli alleati traditi: la Corea del Sud. Negli ultimi mesi ha promesso investimenti consistenti negli Stati Uniti, pari a una quota rilevante del proprio prodotto interno lordo. Ha aumentato la spesa per la difesa e rafforzato i legami industriali e tecnologici con Washington. Sacrifici economici e politici per tenere aperto un canale con la Casa Bianca, sperando che la rivoluzione Trumpiana non compia in Asia gli stessi errori fatti in Europa.
Ma a Seul, pensano agli estremi rimedi: l’ipotesi di dotarsi di una bomba atomica; una questione che per anni era rimasta ai margini e che potrebbe spingere il Giappone e forse Taiwan a fare valutazioni simili, inducendo Cina, Russia e Corea del Nord a rafforzare ulteriormente i propri arsenali. Rendendo la regione sempre meno sicura.