«Sul riscatto della laurea l’emendamento sarà corretto e varrà solo per il futuro», ha confermato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Come prevedibile, le due norme inserite nella legge di bilancio che rinviano le date dei pensionamenti di anzianità allungando le finestre e alleggerendo i riscatti di laurea hanno acceso lo scontro intorno alla manovra. Facendo scalpitare soprattutto la Lega.
Tra finestre d’uscita più lunghe, nuovi limiti al riscatto della laurea e adeguamenti alla speranza di vita, per molti lavoratori il traguardo della pensione si sposterebbe fino a quasi 47 anni di contributi. E senza correttivi, dal 2031 il riscatto della laurea rischierebbe di diventare in parte inefficace ai fini previdenziali.
Meloni ha annunciato che il governo correggerà la normativa, eliminando i tagli retroattivi sul riscatto della laurea. Il dossier è tornato al ministero dell’Economia. Ma non sarà soppresso del tutto, come propone un subemendamento del relatore leghista alla legge di bilancio Claudio Borghi.
Sotto esame c’è solo la decorrenza delle regole sui riscatti di laurea, che al momento sembra riguardare anche gli anni già “pagati” e non solo le opzioni del futuro. Si studia un correttivo per evitare problemi sul nodo dei “diritti acquisiti” e mettere al riparo l’intervento da contenziosi.
Fratelli d’Italia ha parlato di una scelta fatta per «eccesso di zelo» dai tecnici del Ministero dell’Economia. Il ministro Giancarlo Giorgetti ha difeso la struttura tecnica del ministero, a cominciare dalla Ragioneria Generale dello Stato finita sotto gli strali della Lega. Al Mef conoscono bene i conti e sanno che non potranno fare altrimenti.
La stretta sulle pensioni, che porta un gettito di 2 miliardi a partire dal 2031, ha destato moltissime proteste tra i sindacati, l’opposizione e anche grandi perplessità nella stessa maggioranza, vista la sensibilità politica sul tema.
Oggi l’Italia ha la spesa previdenziale più alta del mondo nel rapporto con il Pil, con un valore che è il 16,1% del Prodotto interno lordo, seguita da Austria (14,5%), Francia (14,2%) e Spagna (13,7%). Ma le proiezioni demografiche indicano che la spesa è in salita. Dal 2035 fino a oltre il 2040, le uscite per la previdenza supereranno in modo stabile il 17% del Pil.
Davanti a questi numeri, diventa chiaro perché la manovra torni a occuparsi di pensioni. Nonostante le promesse di abolizione della legge Fornero di molti dei partiti al governo. Ma l’impianto delle misure mostra le difficoltà politiche che si incontrano ogni volta che si toccano le pensioni. L’emendamento del governo al ddl bilancio usa infatti i riscatti e le «finestre», che sono un espediente per allungare la permanenza al lavoro senza toccare il cuore dei requisiti.
E ora bisognerà rimetterci mano, per evitare almeno la retroattività dello stop al riscatto della laurea breve, come ha garantito la Meloni in Parlamento, ma il problema dei conti resta. La stretta sulle finestre, che porta il grosso del gettito, è destinata a rimanere. L’emendamento dovrà essere corretto e occorrerà trovare altre coperture. Il percorso della manovra si allunga e si complica.