
Per il turista goloso di drammi, Sarajevo è una sorta di Eldorado. C’è il Tunnel Museum che conserva una sezione del corridoio scavato sotto l’aeroporto e che serviva a portare sia viveri che merce di contrabbando nella città assediata; c’è il War Childhood Museum, nato attorno agli oggetti d’infanzia dei sopravvissuti; ci sono il Museum of Crimes Against Humanity and Genocide 1992–1995 e l’Historical Museum of Bosnia and Herzegovina, che dedica intere sale al conflitto; c’è la piccola Gallery 11/07/95, nel cuore della città, dove immagini e video restituiscono il genocidio di Srebrenica.
Questi sono i principali, mentre installazioni interattive sull’assedio nascono di continuo in ogni quartiere. Persino gli impianti olimpici – la pista di bob sul Trebević, lo Zetra, lo stadio Koševo – sono al centro di molti circuiti memoriali. Nessun’altra capitale europea concentra tanti luoghi di guerra in un’area così ristretta: bastano pochi chilometri per passare dal tunnel sotterraneo alle fotografie delle fosse comuni di Srebrenica, dalle lapidi dei bambini al diario di una ragazzina sopravvissuta all’assedio. Sarajevo si offre al visitatore come un mosaico di ferite esposte, consultabili, acquistabili.
In realtà, il dark tourism sarajevese nasce già durante la guerra. Negli anni Novanta, sulle colline che circondano la città, mercenari, avventurieri e uomini d’affari senza scrupoli pagavano le milizie serbo–bosniache per provare l’esperienza di sparare sui civili intrappolati. Si racconta di uomini arrivati da Russia, Francia e Italia: osservavano con binocoli, sceglievano il bersaglio – una donna in fila per l’acqua, un bambino che correva, un vecchio col pane – e sparavano. Un safari le cui prede erano persone e i cui prezzi variavano in base ai gusti dei cacciatori. Le prede più costose erano i bambini.
Quella che per anni era circolata come leggenda urbana è stata portata alla luce dal documentario Sarajevo Safari del regista sloveno Miran Zupanič. Quando il produttore Franci Zajc gliene parlò per la prima volta, Zupanič non ci credette; poi una fonte slovena – che sosteneva di aver lavorato per un’importantissima agenzia americana – gli confermò le voci, e lui decise di girare il film. Presentato all’Ajb Doc Film Festival di Sarajevo, il documentario scosse l’opinione pubblica: testimoni parlarono di stranieri che pagavano per provare l’ebbrezza estrema del potere di vita e di morte. Zupanič fu travolto dalle reazioni: i media della Republika Srpska attaccarono duramente il film, definendolo «un insulto» e «una menzogna assoluta». Ma l’ombra del Safari resta e mostra quanto sia fragile il confine tra memoria, spettacolo e sfruttamento.
Del resto, il flusso turistico a Sarajevo non si è mai fermato e già nel 1996, pochi mesi dopo Dayton, iniziavano a organizzarsi i primi tour di occidentali. Nonostante le macerie, o forse proprio per esse. La città era stata raccontata in diretta televisiva per anni: i mortai, i cecchini, le colonne dei profughi. Molti turisti volevano vedere con i propri occhi quella città martoriata, riconoscere i luoghi visti al telegiornale. Le agenzie offrivano tour con titoli come A Glimpse of the War o A Firsthand Experience of the Siege, nei negozi comparivano bossoli trasformati in penne, pietre macchiate di rosso come miniature delle «rose di Sarajevo».
Il Tunnel della speranza divenne presto uno dei siti più visitati di Sarajevo. Realizzato sotto la casa della famiglia Kolar e trasformato in museo privato, nel 2012 fu acquistato dal Cantone di Sarajevo e riconosciuto come memoriale ufficiale. Oggi accoglie oltre 160 mila visitatori l’anno, tra scolaresche e turisti. Il paradosso è che coloro che lo vogliono raggiungere dal centro della città vengono indirizzati da Google Maps a percorrere una strada di campagna che è già territorio della Republika Srpska. È il simbolo più evidente dell’ambiguità del dark tourism: nelle sale si osservano le foto dei costruttori del tunnel e le mappe del fronte; a pochi metri, i visitatori posano in mimetica e comprano proiettili finti nel gift shop.
«Non vediamo contraddizione tra emozione e accuratezza storica», mi ha detto Halilović. «Le storie orali sono una fonte essenziale di conoscenza: sono soggettive, certo, ma riflettono la realtà vissuta. La nostra forza sta nell’onorare queste prospettive senza piegarle a cornici prestabilite». La collezione viene dai ricordi donati direttamente dalle famiglie coinvolte. «Spesso ci dicono: “Siete i primi a chiederceli”. Sappiamo che questo passaggio non è mai facile, anzi è molto delicato. Il nostro compito è presentarli con rispetto, mai sfruttarli».
Il museo ha ampliato il suo orizzonte: oggi conserva oltre seimila oggetti provenienti da venti conflitti diversi e ha un ufficio anche a Kyiv. «Perché l’esperienza dei bambini in guerra non appartiene a un solo luogo. Dare voce a un bambino di Sarajevo significa dare voce anche a un bambino di Aleppo, Kharkiv o Gaza». Altri hanno spinto il war tourism ben oltre.
Nel 2016 la guida Arijan Kurbasic aprì il Sarajevo War Hostel, un ostello che simulava le condizioni dell’assedio: pavimento di terra, letti senza materassi, torce scariche, rumori di bombardamenti registrati, fumo artificiale. Kurbasic accoglieva gli ospiti in divisa mimetica, chiedendo di essere chiamato con il nome in codice di suo padre: «Zero One». Dichiarava di farlo per educare i giovani, ma l’esperienza era ambigua: non bastava più conoscere l’assedio, bisognava viverlo. Per venti euro a notte.
Nei portali internazionali del dark tourism, la Bosnia ed Erzegovina primeggia accanto ad Auschwitz e Chernobyl, con tappe a Sarajevo, Mostar e Srebrenica. C’è da dire che molti visitatori vengono con sincera volontà di comprendere. Come scriveva Jack Stacey nel 2018, il turismo legato alla memoria «permette di onorare i morti e ci ricorda le lezioni imparate. Senza di esso, è come se li cancellassimo dalla storia, fingendo che non siano mai accaduti». Eppure anche qui la tensione resta.
Le istituzioni cercano di promuovere l’immagine verde e culturale della Bosnia – montagne, sci, laghi – ma non possono ignorare che i musei di guerra sono i più visitati e che la memoria è una risorsa economica vitale. In un Paese con la disoccupazione giovanile oltre il 50%, il turismo bellico rappresenta un’opportunità di sopravvivenza. Molte guide sono ex poliziotti, ex combattenti, giovani cresciuti durante l’assedio che vivono in questo territorio ambiguo, tra economia e memoria, offrendo un’esperienza unica che spesso sfocia nel voyeurismo.
Sarajevo vive di questa contraddizione e la complica con esperienze come il War Childhood Museum, che mostra come la memoria possa essere anche consumo empatico. «Un ragazzo che esce dal nostro museo», dice Halilović, «capisce che la pace non deve mai essere data per scontata. E forse porta con sé un po’ più di compassione per il mondo che lo circonda».
Forse è così. Sicuramente, come mi dice la direttrice del Museo di Sarajevo, Indira Kučuk Sorguč, il marketing della tragedia esiste ovunque, non è certo un’invenzione locale. Eppure qui la sofferenza degli anni Novanta ha così profondamente plasmato l’architettura immateriale della città da non poter essere ridotta a una semplice voce del turismo urbano. «Ma», aggiunge con il suo solito sorriso, «sta a noi raccontare una cultura completa della città. Dobbiamo parlare della guerra? Allora parliamo della cultura della sopravvivenza».
Ascoltando le parole di Indira penso a suo marito, lo scrittore per l’infanzia Fahrudin Kučuk, e alla figlia Aida, una bimba bionda di cinque anni colpita da una scheggia il primo maggio del 1992 mentre dormiva nella sua cameretta nell’area di Grbavica. Aida è stata la prima vittima dell’assedio. «I turisti vogliono la guerra? Diamogliela, ma poi facciamogli conoscere tutto il resto», mi dice Indira. Qual è il resto? «Che siamo una città occidentale e orientale, che ci sappiamo divertire attraverso musica, cinema e teatro. E che in qualche modo siamo speciali, insoliti». Cosa vuol dire? «Che per qualche motivo chiunque viene qui poi vuole tornare. Penso che ci sia della magia, ecco».
Tratto da “Sarajevo” di Joshua Evangelista, Paesi edizioni, 204 pagine, 16 euro
