De OppressioneL’arte di Fabio Mauri è un sismografo della contemporaneità

Milano avvia le celebrazioni per il centenario dell’artista romano con una mostra alla Triennale, che riporta al centro della scena uno dei protagonisti più lucidi dell’avanguardia italiana del dopoguerra

Rebibbia, 2006. Proiezione su mobile in ferro, 190 x 197,5 x 30 cm. Studio Fabio Mauri, 2006. Foto: Sandro Mele. Courtesy the Estate of Fabio Mauri and Hauser & Wirth

De Oppressione è la mostra curata da Ilaria Bernardi, presentata alla stampa il 2 dicembre e aperta al pubblico dal 3 dicembre 2025 al 15 febbraio 2026. È il primo passo di un programma che nel 2026 accompagnerà il centenario della nascita di Fabio Mauri, morto nel 2009, con una serie di iniziative espositive e la pubblicazione del catalogo generale delle opere. L’intento è quello di restituire il peso di una figura che ha attraversato la seconda metà del Novecento senza mai distogliere lo sguardo dalle sue contraddizioni.

Mauri è stato artista, filosofo, editore. Una voce della neoavanguardia italiana capace di misurarsi con la storia del potere. È noto per le sue azioni contro il fascismo e per aver saputo cogliere in anticipo i meccanismi dell’oppressione in campi che oggi definiremmo sensibili: cultura, identità, ideologia. A partire dalla fine degli anni Sessanta costruisce un corpus compatto di lavori che mostrano come tali concetti, lungi dall’essere neutri, diventano spesso strumenti di dominio. È un’analisi che prende corpo nel confronto diretto con il totalitarismo, e in particolare con il nazifascismo, osservato come laboratorio avanzato di manipolazione culturale.

Vomitare sulla Grecia, 1972. Fotografia su pannello, sacchetti in carta telata, vetroresina, riso e pasta secca. Centro Multipli, Roma, 1972. Foto: Claudio Abate. Courtesy the Estate of Fabio Mauri and Hauser & Wirth.

Il legame con Milano non è marginale. Qui l’artista soggiorna a lungo, frequenta ambienti vivaci, trova un terreno in cui affinare una ricerca che si muove lungo una linea di frizione. Da un lato la memoria personale: l’adolescenza nel pieno della Seconda guerra mondiale, il crollo psicologico, il ricovero e l’elettroshock, poi l’approdo a una fede vissuta come tentativo di ricomposizione. Dall’altro la storia collettiva, che Mauri osserva nella sua capacità di imporre miti e immagini. È in questa tensione che nasce la sua riflessione sullo schermo. Negli anni Cinquanta individua nella superficie bianca del proiettore un nuovo luogo del controllo. Prima della televisione di massa, prima del computer, intuisce come la società si stia organizzando attorno alla produzione e al consumo di immagini. Durante la conferenza stampa di inaugurazione della mostra, Santiago Mauri, nipote dell’artista e Presidente dello Studio Fabio Mauri ha ricordato che per l’artista «l’uomo e la storia sono entrambe fine e materia». L’arte come strumento per generare consapevolezza, e come lente interpretativa per parlare di diritti umani, non come mero esercizio autoreferenziale.

La mostra De oppressione ripercorre un arco temporale che si articola a partire dalla fine degli anni Sessanta agli anni Duemila, e lavora per nuclei tematici, approfondendo il tema della cultura, dell’identità, dell’ideologia: tre ambiti nei quali l’oppressione agisce come forza non episodica ma sistemica, capace di produrre cancellazione, controllo, violenza, di cui Mauri rende visibile l’operatività storica, in Europa e altrove, trasponendola sul presente. L’attualità del suo lavoro sta nell’avvertire come la sopraffazione cambi forma senza perdere efficacia.

Ricostruzione della memoria a percezione spenta, 1988. Stampa lambda su carta, 89 x 109 cm. Performance: Fabio Mauri. Foto: Elisabetta Catalano. Courtesy the Estate of Fabio Mauri and Hauser & Wirth

Tra i lavori selezionati nel percorso espositivo emergono alcune opere chiave, come per esempio Amore mio, del 1970, un’installazione sul tema della morte, che torna in mostra in Italia per la prima volta dopo l’esordio a Montepulciano nel 1970. Manipolazione di Cultura, 1974, racconta il rischio di un sapere addomesticato, attraverso delle tele su cui Mauri applica una copertura nera; esposta una in fila all’altra le opere creano un’onda scura, che sale e scende. Europa bombardata, del 1978, è una performance che mette in scena un continente in frantumi. I numeri malefici rappresenta invece l’errore di calcolo come parte integrante dell’agire umano e della sua catena di conseguenze: su una parete, una foto ritraente l’inaugurazione di una mostra di quella che il regime nazista definiva “arte degenerata”, e cioè l’arte moderna, considerata “immorale” e contraria ai canoni del regime; specularmente, sull’altra parete una lavagna su cui Mauri indica la formula del male. Sotto la lavagna, una cassa che ogni sette minuti produce un rumore roboante, come quello di un terremoto, per indicare l’onda lunga delle guerre.

Nei decenni successivi il baricentro si sposta sul corpo, luogo dove l’oppressione si fa umana. Ricostruzione della memoria a percezione spenta, del 1988, Cina ASIA Nuova, del 1996; Rebibbia, 2007, allargano il campo fino a inglobare l’esperienza individuale come tassello storico: su una cassettiera riportante i numeri dei carcerati viene proiettato il film La ballata del soldato, sovrapponendo la storia dei soldati a quella delle persone detenute. Da quest’opera emerge come il male sia qualcosa di trasversale, di individuale e collettivo allo stesso tempo.

Amore mio, 1970. Serigrafia su tela, illuminatore. Ambiente: 500 x 400 x 300 cm. Galleria Hauser & Wirth, Zurigo, 2023. Foto: Stefan Altenburger. Courtesy the Estate of Fabio Mauri and Hauser & Wirth.

La lettura proposta da Bernardi insiste sulla capacità dell’artista di intercettare, in anticipo, le derive che avrebbero segnato il nostro tempo. Da qui l’interesse dell’Associazione Genesi, promotrice dell’iniziativa. Il centenario offre l’occasione per misurare la persistenza di quella ricerca. A più di quindici anni dalla morte, l’opera di Mauri non ha smarrito la sua forza critica. La sua analisi del “secolo breve” si prolunga nel nuovo millennio. La paura di perdere la memoria, la fragilità della democrazia, la violenza sulle identità non appartengono al passato.

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