Il Teatro Franco Parenti ospita Pirandello pulp, con l’attore e doppiatore Massimo Dapporto e l’attore e sceneggiatore Fabio Troiano, diretti da Gioele Dix. Lo spettacolo prende le mosse da Il giuoco delle parti, la commedia di Luigi Pirandello e lo trasforma in un dispositivo metateatrale che usa il classico come materiale instabile, da smontare e rimontare davanti al pubblico.
La vicenda è ambientata durante una prova. Sul palco c’è Maurizio, il regista, in attesa del tecnico incaricato di montare le luci. Al suo posto però arriva Carmine, che non conosce il testo, non ha esperienza dello spettacolo e perdipiù soffre di vertigini. Lo scambio di persona costringe Maurizio a raccontare l’opera scena per scena, nel tentativo di renderla comprensibile a spettatrici e spettatori. Il racconto però diventa presto un terreno di scontro. Carmine, per evitare di salire sulla scala, comincia a mettere in discussione ogni scelta registica. Le sue osservazioni, legate a una sessualità vissuta in modo rischioso, spostano progressivamente l’asse del discorso.
Da qui nasce l’idea di una rilettura radicale: Il giuoco delle parti è ambientato in un parcheggio di periferia, luogo di scambi di coppia e di relazioni mercificate. Il progetto prende una piega pulp, sovvertendo i ruoli tradizionali. Maurizio, inizialmente depositario dell’autorità artistica, si ritrova presto a eseguire, salendo e scendendo dalla scala per regolare le luci. Carmine diventa il centro decisionale, colui che guida il senso dello spettacolo. Il ribaltamento appare all’inizio come un esercizio di potere e di comicità, ma lascia presto emergere elementi più inquietanti.
La commedia procede su un crinale inclinato. Il gioco tra i due personaggi non è solo professionale ma esistenziale. Le certezze si incrinano, le identità si contaminano, e con l’incedere dello spettacolo, si assottiglia il confine tra finzione e realtà. La scoperta di alcune verità inattese rompe l’equilibrio raggiunto e porta il racconto verso un finale che cambia tono, facendo precipitare la situazione oltre il registro della farsa.
Il testo di Edoardo Erba utilizza il metateatro pirandelliano come strumento di indagine contemporanea. Il riferimento al maestro siciliano è costante ma mai museale. Alla struttura de Il giuoco delle parti si intrecciano suggestioni che rimandano a Enrico IV, soprattutto nel tema della maschera che diventa rifugio e trappola. L’irruzione improvvisa della “lezione” pirandelliana avviene quando il rapporto tra i due personaggi supera la soglia del prevedibile e costringe a interrogarsi su chi stia realmente recitando e su chi, invece, stia vivendo il proprio ruolo.
La regia di Gioele Dix accompagna questo scivolamento senza forzature, lasciando che il dialogo e la situazione facciano emergere il cortocircuito plateale. Il palco diventa uno spazio di prova permanente, dove niente è definitivo e ogni scelta può essere rimessa in discussione. La complicità del pubblico è chiamata in causa non come semplice partecipazione emotiva, ma come presenza che assiste allo sgretolarsi delle regole del gioco teatrale.
Pirandello pulp si muove così sui temi centrali della drammaturgia pirandelliana: la ricerca dell’identità, la distanza tra ciò che si è, ciò che si vorrebbe essere, e ciò che si mostra, il confine sottile tra umorismo e ridicolo. Il testo costruisce un labirinto in cui i personaggi si inseguono, si depistano e si scambiano le parti, fino a perdere ogni punto fermo. La riscrittura non aggiorna Pirandello per semplice trasposizione, ma ne utilizza il meccanismo per mettere in crisi, ancora una volta, l’idea stessa di ruolo, dentro e fuori la scena.