Bisogna avere il coraggio di chiedere il rispetto di regole e diritti anzitutto per gli accusati più odiosi e indifendibili, protagonisti dei crimini più orrendi. Non solo perché a difendere Madre Teresa di Calcutta sono buoni tutti, si prendono solo applausi e quindi non c’è bisogno, semmai c’è da mettersi in fila, ma anche perché è sempre da lì che comincia l’erosione dei diritti di tutti. Per una conferma recentissima, guardate i due cittadini bianchi americani ammazzati in mezzo alla strada dalle squadracce trumpiane che dovrebbero dar la caccia ai «clandestini». Chiedendo le maniere spicce per gli altri non ci accorgiamo di allestire la forca per noi stessi. Indebolendo regole e garanzie universali, rendiamo sempre più facile che per quei metodi spicci passino sempre più innocenti.
Ecco perché tutti gli italiani, per quanto giustamente indignati dal comportamento dei proprietari del Crans-Montana, dovrebbero inorridire e vergognarsi per la sceneggiata allestita da Giorgia Meloni e dal ministro Antonio Tajani, arrivati a richiamare l’ambasciatore semplicemente perché in Svizzera un tribunale ha fissato una cauzione e Jacques Moretti, non essendo stato ancora condannato con un giusto processo, l’ha pagata ed è tornato a casa, restando comunque sotto sorveglianza, con misure analoghe a quelle già adottate per sua moglie Jessica.
Scrive un osservatore certo non pregiudizialmente ostile al governo quale Giuliano Ferrara, sul Foglio: «Come si faccia a passare con tanta disinvoltura dal garantismo sussiegoso alla bestialità demagogica è un mistero che l’orrore per quanto accaduto a Crans-Montana, per il sospetto che l’incendio devastante in un locale notturno risalga a responsabilità dovute all’avidità di profitto, non arrivano a dissipare». Giusto. «Il dolore per le vittime del fuoco divoratore e dei sopravvissuti non ha niente a che vedere con la soddisfazione invocata: punire in catene due presunti colpevoli, fottersene della divisione dei poteri, dei controlli e delle garanzie di un processo giusto, elevare un patibolo…». Più che giusto.
Il rispetto per il dolore delle vittime «dovrebbe risolversi nell’accanita e puntigliosa ricerca della verità, niente che dipenda dalla decisione giurisdizionale sulla libertà personale di due indagati, che può essere in sé, giuridicamente, giusta o sbagliata, ma che non è giusto combattere con argomenti da mozzorecchi in guanti bianchi da ambasciatori». Giustissimo.
Una sola domanda. Sarà dunque lecita qualche preoccupazione, in chi davvero voglia una giustizia più garantista, per il modo in cui il governo Meloni – il governo che mentre promuove la sua riforma mostra esattamente questa oscena concezione forcaiola, demagogica e iperpoliticizzata della giustizia – potrebbe interpretare e sfruttare una vittoria del Sì al referendum sulla separazione delle carriere?
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.