Cinetica cinematicaIl modo in cui guardiamo i film è cambiato più del cinema stesso

In “Storie americane”, Vito Zagarrio spiega che l’esperienza cinematografica del nuovo millennio è frammentata e mobile. Llo spettatore vive il film come un viaggio mentale più che come un rito collettivo

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Poco prima di morire Bernardo Bertolucci, uno dei grandi maestri del cinema italiano, ha detto una frase che mi pare bella e significativa di un approccio al cinema, nonostante siano cambiati i contesti storici e tecnologici. A una lunga intervista che gli dedica il Festival di Pesaro nel corso di una retrospettiva completa dei suoi film, gli viene chiesto quanto abbia pesato la psicanalisi nel suo percorso artistico, e Bertolucci risponde: «Molto, elaboravo i miei film più nelle sedute di psicanalisi che in quelle di sceneggiatura.Tanto che dissi che avrei dovuto mettere il nome del mio psicanalista nei titoli di testa de Il conformista. Tra gli elementi importanti della mia vita ci sono stati l’obiettivo Zeiss, Freud, ed ora spero ci sarà il 3D per realizzare il mio prossimo film».

Come dire: a un vertice del triangolo un obiettivo classico del cinema girato in pellicola, sinonimo di massima qualità dell’immagine, all’altro vertice il grande amore della sua vita, un approccio all’esistenza e al cinema (cioè la psicanalisi), e infine la curiosità per le nuove tecnologie digitali (il 3D). La psicanalisi è vecchia quanto il cinema (di solito si fanno coincidere i primi saggi di Freud sulla psicanalisi con la prima proiezione cinematografica dei fratelli Lumière); il 3D è giovane e identificale nuove tecnologie degli anni Duemila, anche se la sua invenzione va fatta risalire alla metà del secolo scorso.

Ma Bertolucci ne ipotizza un uso diverso, più “autoriale”, non necessariamente legato alla fantascienza o all’action movie: medita di usare il 3D, infatti, per il film che sta preparando, Io e te. Lo girerà nel 2012, e sarà il suo ultimo film. Il 3D, comunque, può essere il viatico simbolico per chiudere i nostri discorsi sulla Hollywood del nuovo millennio. Come dicevamo già all’inizio, siamo di fronte a un nuovo universo di immagini, che ci avvolgono nei momenti più impensati e meno teoricamente deputati, ad esempio in auto o in metro, in treno o in aereo, a loro modo “mezzi di comunicazione di massa” e strumenti interculturali e transmediali.

Nell’abitacolo di un’automobile, lo sguardo oscilla ormai tra il grande schermo del parabrezza (se si è su una freeway americana diventa uno “schermo gigante”) e un navigatore satellitare che ti propone un film di viaggio in animazione. La metropolitana è disseminata di schermi: monitor che trasmettono news e pubblicità, telefonini in mano a ogni passeggero, gli occhi fissi a internet, a un videogioco, a un film. I treni ad alta velocità italiani si sono trasformati nella scenografia, e quasi ogni viaggiatore ha davanti lo schermo di un computer, spesso per vedere un film, mentre altre scene scorrono a più di 24 fotogrammi al secondo dal finestrino.

Il passeggero di un volo intercontinentale può provare un’esperienza visiva straordinaria: se viene dal fondo dell’aereo, vede una moltitudine di piccoli schermi accesi; è scomparso anche lo schermo centrale di una volta che trasmetteva un unico film centralizzato, ogni fruitore sceglie il programma che vuole, anzi i programmi. Passa infatti da un film a un altro, mescola e monta nella sua testa sequenze di film diverse, ibrida il film con un videogioco, interagisce con le immagini usando un telecomando che può trasformarsi in telefono.

Si tratta di una “rilocazione” totale dell’esperienza filmica, diversa, anche se la posizione e la condizione degli spettatori è un upload di quella analizzata dal dispositivo di Jean-Louis Baudry quando accostava la sala cinematografica al mito platonico della caverna: la pancia dell’aereo (come peraltro la vecchia sala cinematografica) assomiglia a una caverna, le luci spente della trasvolata notturna ricordano la sala buia, e i passeggeri sono “legati” (letteralmente, stavolta) con le loro cinture di sicurezza, fissando lo schermo in trance da jet lag e vivendo tra sonno e dormiveglia un’esperienza onirica. Di fronte a questi “viaggi” si ha la spiazzante certezza che ci si trova davanti a una mutazione epocale.

Quella emblematizzata dal 3D degli anni Duemila, per tornare al sogno di Bertolucci, che propone un’altra esperienza onirica. Il cinema tridimensionale (o stereoscopico) non è un’invenzione del nuovo millennio: ha avuto una larga diffusione negli anni Cinquanta, in quella fase (…) di Hollywood che cerca di uscire dalla sua “crisi” e rincorre il piccolo schermo della nascente televisione con schermi sempre più larghi (il Cinemascope) con tecnologie audio-video sempre più elaborate (il Technicolor, il Toddao) e avvolgenti (il Cinerama, il tridimensionale). Ma nel nuovo secolo il 3D ritorna con grande forza, nella fantascienza, nel fantasy, nell’animazione, influendo sul modo di produzione americano e proponendo a volte una doppia versione: una in 3D e una normale, una con i classici occhialetti, che nel frattempo sono diventati sempre più sofisticati, e l’altra senza.

Tratto da Storie americane. Il cinema di Hollywood dalle origini a oggi, di Vito Zagarrio, ed. Carocci, 376 pagine, 29,45€

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