Sostenibilità in praticaMetti le monodosi, togli le monodosi

Prima obbligatorie, poi vietate. Le bustine monouso raccontano meglio di molte teorie perché la sostenibilità non è mai lineare, né neutra. E perché ogni scelta ambientale ha sempre un prezzo, spesso invisibile e non può essere considerata definitiva

Foto di cottonbro studio da Pexels

Per anni ci siamo sentiti dire il contrario: meglio la monodose, più igienica, più sicura, più controllabile. Nei ristoranti, negli hotel, nei bar ciotole di bustine di ketchup e maionese, mini bottigliette di olio, flaconcini di shampoo allineati come soldatini nei bagni. Poi è arrivata la pandemia, e quel modello è diventato non solo accettabile, ma desiderabile. La monodose come presidio sanitario, come rassicurazione.

Oggi, improvvisamente, lo scenario si ribalta: le stesse monodosi di plastica diventano un problema, un eccesso, un rifiuto inutile. Dal 2026 il regolamento europeo sugli imballaggi ne prevede infatti il superamento progressivo, da mettere in atto entro il 2030, in nome della riduzione dei rifiuti e dell’impatto ambientale. Cosa comporta per chi le usa? Togli le monodosi, torna ai contenitori riutilizzabili, ripensa il servizio. Ma anche ridisegnare le bustine di tè con parti non compostabili, o gli imballaggi compositi, che sono sempre più contestati per la loro complessità di smaltimento: pensiamo per esempio ai contenitori in tetrapack con tappo in plastica.

Il punto non è stabilire chi abbia ragione, ma capire cosa questa oscillazione racconta davvero. La sostenibilità non è un’attività a senso unico: non procede per dogmi, né per soluzioni definitive. È fatta di compromessi, di contesti, di priorità che cambiano: in un momento storico la priorità è stata la sicurezza sanitaria, in un altro lo è la riduzione della plastica. Entrambe legittime, anche se entrambe parziali.

Il problema nasce quando fingiamo che esistano soluzioni “giuste” in assoluto. La monodose non è stata solo uno spreco: è stata anche una risposta concreta a un bisogno reale. Così come il ritorno ai dispenser non è automaticamente virtuoso se non è accompagnato da progettazione, manutenzione, responsabilità. Un contenitore riutilizzabile è sostenibile solo se viene davvero riutilizzato bene. Ma anche se è progettato per essere lavato facilmente, se non genera sprechi di prodotto, se non diventa a sua volta un problema igienico. Altrimenti il rischio è spostare l’impatto, non ridurlo. È come fare greenwashing con strumenti e presupposti diversi, ma con un risultato comunque deludente.

C’è poi un aspetto meno raccontato, ma centrale: la sostenibilità non pesa mai in modo uniforme. Per una grande catena alberghiera il cambio di sistema è un investimento programmabile. Per un piccolo ristorante stagionale è un costo immediato, un’ulteriore complessità gestionale. E anche se in questo caso parliamo di un altro tipo di sostenibilità, non possiamo far finta di non curarcene. Per i piccoli, questi continui cambiamenti strutturali possono davvero essere letali. Le monodosi, insomma, funzionano come una lente e ingrandiscono una verità scomoda: ogni scelta sostenibile è sempre temporanea e comunque imperfetta. Non devono esistere scorciatoie morali, che sono comunque inefficaci e anche deleterie perché ci fanno credere di stare facendo concretamente qualcosa mettendoci l’animo in pace, ma ci sono processi da governare. Finché non ci rendiamo conto di questo e non siamo pronti ad accettare che essere sostenibili è solo fare il meno peggio che possiamo, per noi e per l’ambiente, dati i presupposti e il contesto, non riusciremo a essere veramente efficaci.

Tra l’altro, la sostenibilità dipende anche dai contesti di utilizzo e non è una soluzione unica, ma una negoziazione continua tra igiene, comodità, responsabilità e realtà. Se pensiamo ai delivery, questo nuovo regolamento costringerà a ripensare il processo e probabilmente anche le ricette proposte. Il cibo viaggia, il ristorante perde il controllo, il cliente apre il sacchetto e trova più imballaggi che hamburger. Le monodosi hanno funzionato perché azzeravano il rischio: igiene, standard, nessuna gestione del dopo. Togliendole, il sistema è costretto a fare una scelta. Ridurre invece di sostituire, progettare piatti che non abbiano bisogno di salse extra, chiedere al cliente cosa vuole davvero invece di mandare tutto, “nel dubbio”. Il delivery non diventerà sostenibile per decreto, ma perché sarà costretto a esplicitare i suoi compromessi, ma forse non avremo più la bustina d’olio per condire la nostra insalata.

Forse il vero passo avanti non è decidere una volta per tutte se “mettere” o “togliere” le monodosi. Ma accettare che la sostenibilità sia un esercizio continuo di adattamento, fatto di revisioni, di errori corretti, di soluzioni che se smettono di funzionare vanno ripensate. E soprattutto che possiamo applicarla il più possibile, come principio, ma non possiamo pensare che sia universale e applicabile a tutte le nostre necessità. Meno slogan, più manutenzione del pensiero: anche questo, in fondo, è sostenibilità.

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