Zero fatica, solo tormento Per chi bolle il riso

La pubblicità del riso bollito venduto in monoporzioni, promosso attraverso uno spot dal malefico jingle trap che martella il cervello, è l’occasione di interrogarsi sull’utilità di un prodotto simile e sulla nostra scarsissima volontà di impegnarci per cucinare

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Nei giorni scorsi, tra un commento sconfortato e l’altro, a proposito della situazione internazionale, mi sono concesso una digressione gastronomica condividendo in una storia su Instagram le mie perplessità riguardo a un prodotto consistente in riso bollito venduto in monoporzioni, promosso attraverso uno spot dal malefico jingle trap che tutti noi abbiamo sentito. Mi chiedevo apertamente l’utilità di un prodotto simile visto che bollire il riso senza altro fare è decisamente alla portata di tutti, me compreso.

Le reazioni sono state come sempre di tre tipi. Il primo tipo è quello che aderisce completamente ai dubbi proposti e ribadisce l’assurdità, l’inutilità e metteteci voi ulteriori sostantivi di analogo significato. Il secondo gruppo è quello di chi pratica dei distinguo e dice che però in certe situazioni effettivamente può essere utile quando si arriva tardi e non c’è niente da mangiare. Il terzo tipo è quello di chi si sente invano punto sul vivo, dal momento che scrivendo quella storia non avevo alcun obiettivo individuabile, perché è già diventato un consumatore abituale di questa e di altre proposte dell’Industria alimentare. Costoro mi espongono le proprie ragioni tipicamente nell’ambito del «Devo forse sentirmi in colpa? Se non ho tempo per cucinare cosa devo fare? Io odio cucinare e perché dovrei farlo?» E cose di questo genere.

Ora, a me non interessa tornare sul tema del prodotto in sé, perché come scrivevo nella storia essenzialmente debbo la mia sensibilità irritata al jingle trap che veramente trovo martellante nel senso peggiore, oserei dire orchitico del termine. Mi interessa invece avanzare una riflessione riguardo al fatto che l’industria ci va proponendo sempre più monoporzioni di cose assolutamente banali giocando, a mio modo di vedere e pronto a essere smentito, sul fatto che la nostra disponibilità a investire tempo nella produzione del nostro cibo a livello quotidiano è ai minimi storici. E questa cosa dovrebbe preoccuparci tutti un bel po’.

Mi spiego meglio: siamo (quasi) tutti assolutamente inclini a investire tempo per preparare manicaretti tipicamente per occasioni speciali oppure per inviti presso di noi o presso altri che implichino l’opportunità di fare sfoggio di una certa abilità culinaria. Simmetricamente, e in proporzione inversa, abbiamo completamente smarrito il valore della produzione quotidiana del cibo per noi stessi ed eventualmente per chi vive con noi. Comprimere al massimo il tempo per quest’ultimo tipo di preparazione è diventato così mainstream che l’industria ci può proporre, a prezzi francamente irriguardosi per la situazione economica, di bollirci lei il riso, un’operazione che costa in casa non più di 10 minuti quando si tratta di basmati. Il tutto nell’epoca storica in cui l’informazione nutrizionale e gli influencer nutrizionali impazzano su tutti i social network dandoci l’illusione di non averne saputo mai così tanto a proposito di cibo, di nutrizione e di effetti dell’alimentazione sulla salute.

Un bel paradosso, non trovate? Io mi chiedo se non ci sia da fare veramente un lavoro straordinario e del tutto inedito nel Paese perché se quarant’anni fa nasceva Arci Gola per poi diventare Slow Food nel 1989, con lo scopo di rivendicare il diritto al piacere lento del cibo, contro l’arrembante moda dei fast food, forse oggi dobbiamo porci degli obiettivi meno ambiziosi ma prospetticamente molto più incisivi. Dobbiamo restituire alla preparazione del cibo il valore che quarant’anni fa gli accoliti di Carlo Petrini proponevano di restituire al cibo stesso. Se investiamo ore del nostro tempo ogni giorno per rispondere a futili messaggi sociali e in mille altre attività ricreative, forse è ora che prendiamo atto dell’importanza di dare un giusto investimento in termini di minuti, se non di ore, alla scelta e alla preparazione di ciò che ci nutre, perché diventa parte di noi e soprattutto costruisce la nostra salute futura.

Il tempo per la preparazione dei pasti è proprio l’elemento più caratteristico della candidatura della cucina italiana al patrimonio immateriale Unesco: la perdita di quello implica la perdita di ogni senso anche per la confidenza degli italiani con il cibo.

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