Ognuno come gli pareHasta la carbonara europea, siempre

Fatta l’Europa, ci restano da fare le ricette europee, che rimangono un terreno critico di discussione, anche in sedi in cui la politica dovrebbe occuparsi di ben altro. Criticare il modo di cucinare degli altri è l’ultima forma di patriottismo accettabile

Attaccata dalla Russia, messa sotto pressione dalla Cina e sempre meno centrale per gli Stati Uniti, l’Europa continua a dimostrare una straordinaria capacità di concentrazione sulle vere emergenze. Una su tutte: la carbonara. Lo racconta con sarcasmo The Economist, che vede nella recente polemica italiana l’ennesima prova di come il cibo, più della politica, resti il terreno su cui il continente difende con maggiore fervore i propri confini simbolici e sul quale fa fatica a trovare un accordo.

A novembre, nel market interno del Parlamento europeo a Bruxelles il ministro Lollobrigida intercetta in vendita una salsa pronta “alla carbonara” con pancetta (e, secondo alcune versioni, panna). Il ministro dell’Agricoltura italiano la definisce pubblicamente “inaccettabile”, denunciandola come esempio di Italian sounding. Scatta la richiesta di verifiche ufficiali e una lettera alle istituzioni europee.

Il caso diventa virale, rilanciato dalla stampa internazionale e una questione gastronomica minore assume improvvisamente il tono di una battaglia identitaria, così come da copione standard quando si tratta di italiani e cibo. Chi glielo spiega, al Ministro, che proprio grazie al recente riconoscimento Unesco adesso la carbonara è una questione culturale e non gastronomica? Se è vero che il valore della cucina italiana è nella sua adattabilità, e nella sua capacità di diventare capitale del mondo, ecco che fare la carbonara ognuno come gli pare è non solo possibile ma anche tutelato.

Secondo l’Economist, comunque, l’indignazione del ministro è solo l’ultimo sintomo di una lunga storia europea: il cibo come linea di demarcazione culturale. Nord e Sud del continente restano separati da una frontiera invisibile fatta di burro e olio d’oliva, calorie e ritualità, cucina funzionale contro cucina identitaria. I Paesi del Nord, più permeabili alla globalizzazione, hanno adottato senza troppi drammi kebab, curry e noodle. Quelli del Sud, invece, difendono le proprie ricette come se fossero costituzioni.

Perché mentre l’Unione europea ha faticosamente armonizzato leggi, monete e mercati, c’è un ambito in cui fare gli europei sarà ancora più lungo e complesso che fare l’Europa: le cucine nazionali sono rimaste impermeabili a ogni forma di integrazione. Criticare un altro Paese è diventato sconveniente; criticare il suo modo di cucinare è invece ancora pienamente legittimo. Anzi, è una forma accettata di patriottismo. Definire i tedeschi “kraut”, i francesi “frogs” e i britannici “rosbifs” è lecito: Chirac derise la cucina britannica, Berlusconi quella finlandese. La risposta arrivò sotto forma di una Pizza Berlusconi alla renna affumicata, premiata a New York. E se il nazionalismo classico è in declino, il gastronazionalismo europeo gode invece di ottima salute.

Da qui la proliferazione di denominazioni protette, marchi d’origine, riconoscimenti Unesco. Non a caso oltre il 70% dei prodotti DOP e IGP europei proviene dall’area mediterranea. Non a caso, nel 2025, la cucina italiana è stata riconosciuta come patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Un traguardo che racconta molto più un bisogno di tutela simbolica che una realtà storica immutabile.

Ed è proprio qui che l’ironia dell’Economist colpisce più a fondo. Difendere una “ricetta corretta” significa spesso dimenticare che la cucina è evoluzione, contaminazione, adattamento. La stessa carbonara, oggi trattata come dogma, è una creazione recente: la prima ricetta compare nel 1952, stampata a Chicago. Solo dagli anni Novanta esiste una versione considerata “canonica” e comunque quella che apprezziamo oggi con cremina e guanciale è molto diversa dalla sua prima versione.

Forse, suggerisce il settimanale britannico, un po’ di orgoglio gastronomico è comprensibile in un mondo di fusion e format globali. Ma quando una salsa pronta diventa un caso politico europeo, il rischio è confondere la difesa della cultura con la sua mummificazione. Anche perché, come insegna la storia della carbonara, le tradizioni che vogliamo difendere in maniera sempre più intransigente sono spesso quelle che abbiamo inventato ieri.

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