Verso la democrazia illiberaleMeloni lascia mentre La Russa raddoppia, ma è il solito gioco

Dalla giustizia al premierato, dalle manovre contro il Quirinale allo scontro con Macron, il copione è sempre quello di Orbán e Trump, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette

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L’intervista a Sky in cui Giorgia Meloni nella serata di ieri si dichiara d’accordo con Sergio Mattarella sulla necessità di abbassare i toni della campagna referendaria (e pazienza se Mattarella aveva detto ben altro, riferendosi esplicitamente agli attacchi al Csm, che non erano venuti certo dalle opposizioni) ha ottenuto il risultato, probabilmente non sgradito, di oscurare sui giornali il clamoroso intervento di Ignazio La Russa. All’indomani del discorso di Mattarella, cui Meloni aveva fatto seguire il video in cui attaccava frontalmente la magistratura, il presidente del Senato non aveva esitato a dichiarare: «Ho visto il post della premier, sono pienamente d’accordo e la ringrazio per non aver avuto esitazione nel denunciare una cosa che ci sembra assurda».

In breve: la seconda carica dello Stato si schierava apertamente contro la prima, a sostegno della presidente del Consiglio. Tutto questo non fa che confermare non solo la concezione delle istituzioni e dell’equilibrio dei poteri di questa destra, ma soprattutto quanto si diceva qui ieri (e nelle mille occasioni precedenti) sul fatto che il suo vero obiettivo è il Quirinale. Una conferma forse fin troppo esplicita e trasparente, che ha reso necessaria l’intervista di Meloni, lontanissima dai toni e anche dai contenuti dei suoi ultimi video. Il solito gioco delle tre carte, insomma, ma ormai la verità è sotto gli occhi di tutti.

La strategia è sempre colpire ogni forma di contrappeso al proprio potere, con il premierato (per rendere inoffensivo il Quirinale), con una ulteriore torsione maggioritaria della legge elettorale (per addomesticare il parlamento) o con la stessa riforma della giustizia – che tutto è, come spiega benissimo oggi su Linkiesta Cataldo Intrieri, meno che garantista – per piegare la magistratura.

«con il varo di misure preventive di controllo, le iniziative di deportazione degli immigrati nei campi albanesi, la minaccia di blocco navale, lo scudo penale con sostanziale insindacabilità sulle condotte delle forze dell’ordine, l’adozione di codici e prassi particolari per categorie speciali come i presunti responsabili di reati sessuali, gli immigrati, i militanti di centri sociali».

Se l’obiettivo sono forme di giustizia «immediatamente esecutiva» e basata su presunzioni di pericolosità, a cosa servirà questa riforma, è la domanda retorica di Intrieri, se non a «eliminare una fastidiosa forma di opposizione»? Come si capisce dai recenti interventi di Meloni, il giudice, in questo schema di democrazia «immediatamente esecutiva», deve «uniformarsi alla volontà popolare che si esprime tramite il governo, finanche nella formulazione delle accuse».

È il modello della democrazia illiberale ungherese, lo stesso di Donald Trump, e anche lo scomposto intervento di Meloni sulla morte del militante della destra francese assassinato da militanti di sinistra, con il tentativo di farne una specie di versione transalpina del caso Kirk, rientra pienamente nel copione. Così come la continua e assolutamente infondata evocazione delle Brigate rosse, tirate in ballo anche in quest’ultima pretestuosa polemica con la Francia. Come si fa a non vedere a che gioco – pericolosissimo e irresponsabile – sta giocando Giorgia Meloni?

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.