Ambiguità strategicaGli Stati Uniti stanno riscrivendo la politica su Taiwan senza dirlo

Il linguaggio cambia, la deterrenza resta. Ma nel mezzo si apre uno spazio nuovo che Xi Jinping sta già cercando di sfruttare

AP/LaPresse

Washington, D.C. Non è una svolta strategica. Non ancora, almeno. È qualcosa di più sottile, e forse più importante: una preparazione del terreno. In vista del vertice del 14 e 15 maggio tra Donald Trump e Xi Jinping, Washington sta modulando linguaggio, segnali e tempistiche sul dossier Taiwan in modo coerente su più livelli. Non per concedere subito, ma per rendere possibili concessioni.

Il punto di partenza è l’articolo del Wall Street Journal, che ricostruisce come il leader cinese stia cercando di sfruttare l’approccio profondamente transazionale del presidente statunitense. Non chiede un accordo su Taiwan: troppo presto, troppo costoso. Ma qualcosa di più realistico: un cambiamento del linguaggio diplomatico americano. Nella verb politics dello Stretto, i verbi sono sostanza. Passare da «does not support independence» a «opposes independence», o da «peaceful resolution» a «peaceful reunification» (la narrazione del Partito comunista cinese è quella della riunificazione nonostante mai abbia governato l’isola), significherebbe segnalare un riallineamento politico senza bisogno di cambiare formalmente la policy.

È su questo terreno che si inserisce il fact sheet diffuso dopo l’incontro tra Trump e la premier giapponese Sanae Takaichi. Una riga, apparentemente marginale: «supported the peaceful resolution of cross-Strait issues through dialogue”. Ma proprio quel «supported» rappresenta una discontinuità. Storicamente, la diplomazia americana si è limitata a «riconoscere», «prendere atto», «comprendere». Qui invece sostiene attivamente un processo. Non è un endorsement dell’esito, ma riduce la distanza.

Il resto del testo rafforza il quadro. Taiwan scompare come entità politica: restano solo «cross-Strait issues», una formula che reintroduce implicitamente Pechino come parte legittima del problema. L’opposizione ai cambiamenti dello status quo viene qualificata «including by force or coercion»: non solo quelli violenti, quindi, ma con un’enfasi che lascia spazio a cambiamenti negoziati. E soprattutto manca qualsiasi riferimento al consenso «di entrambe le parti», storicamente usato per includere Taipei. Non è una resa, ma è una mappa con più porte aperte.

Non è un caso isolato. È parte di un pattern.

Sempre secondo il Wall Street Journal, la Casa Bianca ha sospeso una vendita di armi a Taiwan da circa 13 miliardi di dollari per non disturbare il vertice. Una decisione presa dopo una telefonata del 4 febbraio in cui Xi aveva chiesto cautela. E tuttavia, secondo la versione taiwanese, Washington avrebbe garantito privatamente – con una letter of guarantee – che il pacchetto verrà approvato dopo il summit. Due segnali opposti, gestiti su due canali diversi: flessibilità verso Pechino, rassicurazione verso Taipei.

Lo stesso schema emerge a livello di intelligence. L’Annual Threat Assessment 2026, ovvero la relazione annuale della comunità d’intelligence statunitense, ridimensiona esplicitamente la narrativa della «deadline 2027», ovvero nel centenario dell’Esercito popolare di liberazione: non esiste, dice il documento, un piano fisso per un’invasione di Taiwan. È una valutazione analiticamente plausibile, ma politicamente significativa. Riduce l’urgenza percepita e, quindi, la pressione a mantenere una postura rigida.

Nello stesso documento, le dichiarazioni della premier giapponese Takaichi su Taiwan vengono definite un «significant shift». È un passaggio tecnico, ma rilevante: legittima implicitamente la lettura cinese secondo cui Tokyo starebbe superando una soglia. Anche qui, il framing conta.

Messi insieme, questi elementi delineano una strategia coerente: preparare lo spazio negoziale senza formalizzare concessioni. Un’operazione che riflette la natura dell’approccio trumpiano.

Trump non è un China hawk, è un trade hawk. La Cina è per lui prima di tutto una controparte negoziale, non un avversario sistemico. In questa logica, Taiwan rischia di diventare una variabile dentro un accordo più ampio: commerciale, tecnologico, forse persino geopolitico. Ma con un limite chiaro: il rischio reputazionale. Essere il presidente che «ha perso Taiwan» sarebbe politicamente devastante.

C’è poi un’altra preoccupazione, meno visibile ma altrettanto centrale: evitare di far percepire a Xi che la finestra temporale si stia chiudendo. Se la leadership cinese arrivasse a credere che il tempo per la riunificazione si sta esaurendo, il rischio di una mossa «ora o mai più» aumenterebbe. Da qui la scelta di abbassare la temperatura retorica, anche a costo di ambiguità.

Nel frattempo, Washington segnala deterrenza su altri teatri. Le operazioni in Iran e Venezuela – che colpiscono due partner chiave di Pechino, impattano sulle sue supply chain e, in alcuni casi, sistemi d’arma di origine cinese – funzionano secondo Washington anche come messaggio indiretto: gli Stati Uniti restano disposti a usare la forza. Ma lontano dallo Stretto.

Il risultato è una postura apparentemente contraddittoria: più morbida su Taiwan nel linguaggio, più assertiva altrove nei fatti. In realtà, è coerente con l’obiettivo immediato: arrivare al vertice di maggio con margine di manovra.

Per Xi, l’occasione è significativa. Il rallentamento economico interno, la prospettiva del Congresso del Partito nel 2027 e la percezione di un Trump distratto dal Medio Oriente e scettico sul valore strategico di Taiwan creano una finestra favorevole. Non per chiudere il dossier, ma per spostarne i termini.

Per Trump, invece, il vertice è un test. La prima visita di un presidente statunitense in Cina da quasi un decennio ha un peso simbolico autonomo. Tornare a mani vuote non è un’opzione. Ma ogni concessione, anche solo semantica, rischia di produrre effetti reali nello Stretto.

Perché, in fondo, è questo il punto: a Taiwan, le parole non restano parole. Diventano percezioni. E le percezioni, prima o poi, diventano fatti.

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