
La risposta alla domanda su come fermare la guerra della Russia contro l’Ucraina e stabilire una pace stabile in Europa è impossibile senza comprendere la logica interna del regime russo. Per il regime, la guerra non è uno strumento temporaneo ma un meccanismo di autoconservazione: fornisce legittimità mobilitante, consolida le élite e giustifica una governance repressiva. In questa configurazione, la guerra diventa un elemento della resilienza del regime.
Per una parte significativa della società, la guerra è percepita allo stesso modo non come un’eccezione, ma come una modalità normalizzata di esistenza di una grande potenza. La politica estera quindi non nasce nel vuoto; estende la logica interna dell’ordine. Le concezioni di un “mondo appropriato”, le abitudini istituzionali e le pratiche di controllo vengono proiettate verso l’esterno attraverso dottrine, diplomazia e uso della forza. Senza un cambiamento di questi incentivi interni, qualsiasi pace resterà fragile.
Una lente analitica utile per affrontare questa questione è offerta dall’approccio del pensiero della resilienza (resilience thinking). In questo approccio, un sistema è considerato resiliente quando possiede uno scopo chiaro (una visione della vita buona), un’identità stabile (sicurezza ontologica), meccanismi efficaci di riproduzione (istituzioni, pratiche, coercizione) e la capacità di adattarsi senza perdere funzionalità. Questa prospettiva può essere operazionalizzata attraverso il framework delle 3P (Potere, Principi, Practiche), che struttura l’analisi lungo tre dimensioni interconnesse: autorità, fondamenti normativi e meccanismi quotidiani di riproduzione dell’ordine.
Applicare questo quadro analitico al regime russo consente di individuare non solo le basi della sua resilienza, ma anche i suoi potenziali punti di fragilità. Allo stesso tempo, un’analisi di questo tipo approfondisce la comprensione dei modelli strutturali che stanno alla base della politica estera russa e della sua cultura strategica.
Un concetto centrale nel pensiero della resilienza è l’idea della vita buona. Essa si riferisce a una visione collettivamente condivisa di un futuro desiderabile e del percorso per raggiungerlo. Comprende concezioni di ordine, giustizia, status e missione storica. Questa visione definisce ciò che è considerato normale e legittimo, ciò che viene percepito come una minaccia e ciò che è interpretato come vittoria.
La sicurezza ontologica si riferisce a un senso di continuità e coerenza: «sappiamo chi siamo», «la nostra storia ha un significato», «la nostra traiettoria è coerente». Lo Stato sostiene questo senso attraverso narrazioni strategiche, istituzioni, politiche educative e controllo della memoria. Quando questo quadro è stabile, l’ansia di fronte all’incertezza diminuisce e l’ordine politico appare intelligibile e strutturato.
La resilienza emerge quando la visione della vita buona e l’identità collettiva vengono incorporate nelle pratiche. Se la società accetta il modello di normalità proposto, diventa disposta a sopportare costi, purché questi costi si inseriscano nella narrazione più ampia e non mettano in discussione i significati fondamentali. Il framework delle 3P consente di sistematizzare questa dinamica. Il potere garantisce la concentrazione delle risorse e la governabilità; i principi stabiliscono l’orizzonte normativo e la legittimità; le pratiche riproducono quotidianamente l’ordine attraverso istituzioni, rituali e meccanismi di controllo. La resilienza emerge quando queste tre dimensioni sono allineate e si rafforzano reciprocamente.
Il concetto di vita buona può contenere componenti sia materiali sia simboliche. La dimensione materiale riguarda prosperità, sicurezza e opportunità e spesso costituisce la base di un contratto sociale implicito tra Stato e società.
La dimensione simbolica, invece, ruota attorno a grandezza, missione storica, status e vittoria. Quando la performance materiale diventa limitata — ad esempio a causa di stagnazione economica, crisi finanziarie o sanzioni esterne — i regimi possono gradualmente spostare le basi della legittimità verso forme di compensazione simbolica. In tali condizioni, la resilienza è sostenuta meno da benefici economici tangibili e più da narrazioni emotivamente cariche di orgoglio, risentimento, minaccia e mobilitazione. Ciò che inizialmente può apparire come un adattamento temporaneo può, nel tempo, trasformare la logica stessa della governance, ancorando la stabilità politica alla conferma simbolica piuttosto che alla performance materiale.
Il rischio emerge quando l’identità dell’ordine sociale diventa strettamente legata alla guerra o alla figura personalizzata di un leader. In caso di shock significativo, ciò può minare non solo la legittimità del regime ma anche la coerenza del noi collettivo, cioè la stessa sicurezza ontologica. A quel punto diventano possibili due traiettorie: un’intensificazione della coercizione oppure una crisi di significato.
Potere, principi e pratiche dell’ordine interno russo
Il sistema politico russo si fonda non solo su coercizione e repressione, ma anche sul consenso dei cittadini nel riconoscere il suo diritto a governare — non per paura o abitudine, ma per la convinzione che esso sia giusto, legittimo o necessario. La sua base risiede nella fiducia nelle istituzioni e nell’approvazione delle loro azioni. Negli ultimi 25 anni, la struttura della fiducia pubblica in Russia è cambiata poco: solo il presidente e l’apparato di sicurezza (l’esercito e l’FSB) — come simboli della forza e del prestigio dello Stato — insieme alle organizzazioni religiose (principalmente la Chiesa ortodossa russa e le istituzioni islamiche), che agiscono come custodi dei “valori tradizionali” e forniscono una giustificazione ideologica alla politica statale, hanno mantenuto livelli costantemente elevati di sostegno.
Al contrario, la maggior parte delle istituzioni sociali, economiche e civiche rimane nella zona della sfiducia o della legittimità incerta. Riflettendo sulla natura della legittimità del regime russo, dalla ricerca sull’opinione pubblica emergono due modelli stabili: primo, il sostegno alla leadership aumenta durante i periodi di guerra e di confronto con l’esterno. La mobilitazione militare genera un effetto di rallying, che aumenta temporaneamente l’approvazione non solo del presidente ma anche di istituzioni generalmente guardate con scetticismo, tra cui la Duma di Stato, i tribunali e la polizia. Questa dinamica è diventata particolarmente evidente dopo l’annessione della Crimea e di nuovo dopo l’avvio dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina.
Secondo, la fiducia è fortemente personalizzata. Gli indici di approvazione di Vladimir Putin superano costantemente quelli di tutte le altre istituzioni statali e tendono a raggiungere il massimo durante le campagne militari. La presidenza funziona come centro simbolico dell’autorità politica, concentrando la legittimità in una singola figura.
Nel loro insieme, questi modelli indicano due meccanismi interconnessi di legittimità del regime: legittimità mobilitazionale, alimentata dalle narrazioni di minaccia esterna e di confronto collettivo; legittimità personalizzata, radicata nell’identificazione emotiva con il leader. Piuttosto che basarsi su partecipazione politica competitiva, il modello russo di legittimità è sostenuto da mobilitazione, personalizzazione e attaccamento emotivo al potere, riprodotti attraverso pratiche istituzionali e ideologiche.
I principi
Nell’analizzare le concezioni russe della vita buona e i valori che le sottendono, è necessario partire dalle narrazioni strategiche ufficiali. Nei sistemi autoritari lo spazio per la contestazione pubblica è limitato, e le visioni dominanti dell’ordine sociale sono in gran parte articolate dall’alto. Queste narrazioni costituiscono il quadro ideazionale attraverso cui lo Stato definisce lo scopo collettivo e legittima l’autorità.
Nel caso russo, questo quadro forma una narrazione civilizzazionale coerente, che presenta la Russia come una entità politica sovrana e autosufficiente, radicata nei valori tradizionali e posta in opposizione all’Occidente liberale. La Russia viene rappresentata come una potenza globale con una missione storica distinta, centro del Russkiy Mir (il “mondo russo”) e motore dell’integrazione eurasiatica, in cui l’Europa è concettualmente assorbita in una più ampia Grande Eurasia. Il discorso sulla guerra occupa una posizione strutturalmente centrale in questa visione del mondo.
Il conflitto con l’Ucraina è presentato come parte di una continuità storica, simbolicamente collegata alla Seconda guerra mondiale, e inserito in una più ampia confrontazione civilizzazionale con l’Occidente. Questa cornice stabilisce una gerarchia morale che distingue difensori e avversari e colloca la politica contemporanea in una narrazione più ampia di lotta.
Due principi interconnessi sostengono questo ordine: la nozione flessibile e astratta di “valori tradizionali”. Piuttosto che funzionare come una dottrina rigida, essa opera come meccanismo di legittimazione morale, consentendo allo Stato di definire i confini di ciò che è ritenuto accettabile in termini di convinzioni e comportamenti. Ma anche l’idea della grandezza e dell’eccezionalismo russo, che plasma la comprensione collettiva della vita buona come appartenenza a uno Stato forte, sovrano e storicamente significativo.
I dati dei sondaggi indicano la risonanza di questa struttura ideazionale. Secondo le rilevazioni del Centro Levada, il significato di essere un “vero russo” è sempre più associato alla lealtà verso lo Stato e il suo sistema politico, piuttosto che all’etnia o alla religione. L’orgoglio nazionale resta strettamente legato ai risultati storici simbolici — soprattutto alla vittoria nella Seconda guerra mondiale, che i russi chiamano Grande Guerra Patriottica. Questo evento continua a funzionare come elemento fondante dell’identità collettiva.
Allo stesso tempo, i sondaggi sulle priorità di vita mostrano che la maggior parte dei russi attribuisce grande valore a benessere materiale, salute, sicurezza e stabilità. Quando queste aspirazioni non vengono soddisfatte, le narrazioni simboliche di grandezza e forza militare assumono maggiore importanza. Esse forniscono compensazione psicologica e sostengono la legittimità politica, anche se rafforzano una visione del mondo conflittuale che nel tempo restringe la flessibilità strategica.
Le pratiche
L’evoluzione dell’ordine autoritario russo è da tempo al centro del dibattito sulla traiettoria della trasformazione post-sovietica del paese. Sempre più analisti sostengono che l’autoritarismo russo contemporaneo non debba essere interpretato come il risultato di una transizione democratica fallita, ma come la continuazione di eredità istituzionali e mentali provenienti dai periodi sovietico e imperiale.
Le istituzioni democratiche sono state formalmente introdotte, ma non si sono mai pienamente istituzionalizzate come centri autonomi di potere; hanno invece operato all’interno di un sistema che ha preservato modelli di controllo più antichi. Questa continuità è stata rafforzata da una cultura politica fondata sulla lealtà allo Stato, sull’elevazione del potere statale come simbolo di ordine e su una forma di nazionalismo modellata dal risentimento storico.
Si possono identificare tre pratiche fondamentali dell’ordine sociale russo, che godono di ampio sostegno e tendono a riprodursi nel tempo. La prima è la pratica della lealtà personalizzata a Putin Nel contesto russo, Putin incarna non solo la leadership politica ma la stessa struttura del potere, sostituendo di fatto la fiducia nelle istituzioni con l’autorità personalizzata. La concentrazione dell’autorità nelle sue mani è diventata una caratteristica definitoria del sistema politico, ridefinendo il rapporto tra società e Stato. La sua duratura popolarità si basa in larga parte su una politica emotiva che rielabora i traumi del periodo post-sovietico — in particolare il diffuso senso di umiliazione e perdita associato agli anni Novanta — attraverso narrazioni di restaurazione, orgoglio e rinnovata grandezza nazionale.
Per molti cittadini egli rappresenta stabilità e la promessa di un ritorno allo status di grande potenza, diventando il punto focale di identificazione per una maggioranza socialmente conservatrice che privilegia ordine e sovranità. Il sostegno pubblico è inoltre strettamente legato alle dimostrazioni di forza, ampiamente percepite come espressioni di determinazione e potenza.
I picchi di approvazione presidenziale hanno costantemente coinciso con grandi campagne militari, indicando che il conflitto esterno funge da meccanismo di mobilitazione politica piuttosto che da semplice conseguenza della politica estera. L’enfasi ricorrente sulla minaccia esterna e sulle dimostrazioni visibili di potere diventa quindi uno strumento chiave per mantenere la legittimità, rafforzando il ruolo centrale del leader nel sistema.
La seconda è la pratica del controllo ontologico e cognitivo che opera attraverso dimensioni informativo-ideologiche e culturali-educative. L’istruzione russa contemporanea è sempre più trasformata in uno strumento di regolazione ideologica e legittimazione del potere. La riforma degli standard educativi, la riscrittura dei manuali di storia e l’introduzione di programmi di educazione patriottica costituiscono un meccanismo volto a produrre una generazione leale allo Stato. La sfera della memoria storica occupa una posizione centrale nel sistema russo di controllo ontologico.
Lo Stato ha di fatto stabilito un monopolio sulla memoria, promuovendo una singola narrazione storica “corretta” come fondamento dell’identità ufficiale. Qualsiasi interpretazione alternativa del passato — come ricerche storiche indipendenti o iniziative civiche sulla memoria — è soggetta a criminalizzazione e repressione, trasformando la storia in uno strumento di legittimazione e controllo ideologico.
La terza è la pratica della governance repressiva La repressione nella Russia contemporanea svolge un ruolo strutturale nel sistema: è diventata una pratica istituzionale e legale radicata che garantisce la stabilità del regime autoritario e mantiene il clima di paura necessario alla passività politica. Dall’inizio degli anni 2000, la Russia ha adottato sistematicamente legislazione repressiva, trasformando la repressione in un meccanismo di governance sociale.
L’impatto di questa politica sull’ordine sociale russo si manifesta in tre dimensioni interconnesse: normalizzazione delle pratiche repressive nella società, che trasforma violenza e punizione in un meccanismo ordinario e socialmente accettabile di regolazione; erosione dei legami sociali orizzontali e della fiducia interpersonale, accompagnata dal rafforzamento della lealtà verso lo Stato, dove paura e dipendenza sostituiscono solidarietà e reciprocità civica; legittimazione della repressione nell’identità collettiva, ottenuta attraverso narrazioni statali di “minaccia esterna” e “necessità storica” — comprese le evocazioni dell’epoca staliniana come simbolo di “durezza efficace” e ordine statale.
In questa fase, l’ordine interno russo appare relativamente resiliente. Esso si fonda principalmente sull’autorità personale di Vladimir Putin, divenuto la principale fonte di legittimità del sistema. Tuttavia, non si tratta solo di un individuo. Il sistema è sostenuto da una combinazione di capacità coercitiva, controllo dello spazio informativo e narrazioni accuratamente costruite, che generano un livello minimamente sufficiente di consenso “volontario”. La visione della “vita buona” definisce ciò che è considerato normale e appropriato, facendo gradualmente apparire le pratiche autoritarie come naturali e moralmente giustificate. La lealtà è rafforzata da due emozioni potenti — orgoglio e paura — riprodotte attraverso istruzione, media, istituzioni e rituali pubblici.
La resilienza di questo modello si fonda sulla limitazione del pluralismo e sulla concentrazione delle risorse coercitive all’interno del paese. Il sistema politico lascia poco spazio a centri autonomi di influenza e combina disciplina e mobilitazione simbolica. Questa configurazione aumenta la governabilità e consente al sistema di resistere sia alle pressioni esterne sia a quelle interne.
La narrazione della guerra svolge un ruolo centrale in questa struttura. Essa plasma il linguaggio politico, definisce l’agenda e stabilisce il modo in cui gli eventi vengono interpretati. La logica della mobilitazione aiuta a consolidare la società, ma crea anche una dipendenza dalla continua riproduzione del conflitto. La guerra diventa così non solo uno strumento di politica, ma il quadro entro cui vengono prese le decisioni politiche.
Allo stesso tempo, questo modello contiene una vulnerabilità intrinseca: la concentrazione eccessiva della legittimità in un’unica persona. Il potere personalizzato consente decisioni rapide e disciplina interna, ma rende anche il sistema sensibile ai problemi di successione e alle possibili rivalità tra élite. Nel breve periodo ciò rafforza la stabilità; nel lungo periodo solleva la questione se l’autorità possa essere istituzionalizzata senza perdere il controllo.
All’interno di questo sistema, le narrazioni strategiche non sono decorative ma fondamentali. Esse forniscono un senso di identità, giustificano l’autorità personalizzata e gli strumenti repressivi e integrano lealtà, controllo e disciplina in un quadro coerente di significato. È attraverso questa architettura del significato che il sistema mantiene la propria funzionalità, anche in condizioni di tensione economica e isolamento internazionale.