I temporeggiatoriL’Europa e l’arte della lentezza

Ogni due settimane, il mercoledì, Edoardo Arcidiacono prova ritagliare una prospettiva diversa sulla politica e le istituzioni europee, con un focus sull’autonomia dell’Unione

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Sono state due settimane insolite e piene di tensione a Bruxelles. Non solo per gli allarmi terroristici che hanno scosso la capitale europea, riportandola ai tragici eventi di un decennio fa: il Consiglio europeo del 19 marzo, come specificavo nello scorso numero di questa newsletter, non ha disatteso le aspettative.

I Ventisette dell’Unione europea hanno preso atto del ritardo nella risposta alla crisi energetica scoppiata dopo le tensioni in Medio Oriente. È per questo che i leader degli Stati europei hanno chiesto alla Commissione di elaborare un pacchetto di misure straordinarie per mitigare l’aumento del prezzo del gas e quello dell’elettricità. Secondo i principali think tank brussellesi, la via maestra passa dalla riforma strutturale con cui separare il prezzo dell’elettricità prodotta da fonti meno care (rinnovabili e nucleare) da quello del gas, evitando che i picchi del metano trascinino l’intero mercato.

Mentre l’Ue chiede agli Stati di ridurre la dipendenza dagli idrocarburi, il caro-energia sta mettendo sotto pressione le industrie, che rischiano di non reggere i costi. È qui che entra in gioco il sistema Emission Trading System (ETS), il meccanismo europeo che obbliga le imprese a pagare per ogni tonnellata di CO₂ emessa. Quando il prezzo del gas sale, sale anche il costo delle emissioni, e le industrie si trovano spalle al muro su entrambi i fronti.

Il compromesso raggiunto al Consiglio punta ad allentare questa morsa in due modi: aggiornando i “benchmark”, ovvero i parametri che determinano quante quote di emissione vengono assegnate gratuitamente alle imprese (riducendo così il conto da pagare) e potenziando la Market Stability Reserve (MSR), che ritira quote dal mercato quando i prezzi del carbonio diventano troppo volatili, stabilizzandoli. Ma le necessità di agire sono pressanti e i tempi della diplomazia europea rischiano di essere troppo dilatati.

L’Italia è capofila della richiesta di revisione: la nostra dipendenza dall’importazione di energia ci costringe a ridurre i costi per le industrie, pena il fantasma della delocalizzazione e della desertificazione industriale. Non tutti sono d’accordo con questa proposta: i “Frugali”, Olanda e Danimarca in testa, temono che modificare la riserva MSR disincentivi gli investimenti in rinnovabili. Tuttavia, Emmanuel Macron ha dichiarato che la sovranità industriale europea non può essere sacrificata sull’altare di una transizione cieca, sottolineando la necessità di maggiore flessibilità.

D’altronde l’Italia è un asset fondamentale per la realizzazione del “pacchetto reti” promesso dalla commissione entro il 2026. Ponte naturale tra Europa e Africa, l’Italia si candida con i progetti per i corridoi energetici TransMed e il SouthEast Corridor a diventare il principale canale di smistamento per il gas naturale proveniente da Nord Africa e Asia Centrale. Il tutto nell’ottica di tagliare totalmente le importazioni di gas russo. Avere l’Italia a bordo sul dossier degli ETS è fondamentale per garantirsi conformità normativa e, al contempo, per trasformare la Penisola nell’hub energetico in grado di rifornire il cuore del continente.

In secondo luogo, un piano d’azione fondamentale per consentire passi avanti sul fronte dell’autonomia strategica. L’Industrial Accelerator Act (IAA) ha ricevuto l’endorsement politico del Consilium, nonostante il via libera dei co-legislatori sia previsto solo per la fine del 2026. Ma non ci si è limitati a questo. Il presidente Antonio Costa, ha lanciato il One Europe, One Market. Un piano d’azione fondamentale, che vuole rilanciare l’integrazione dell’Ue. L’obiettivo è rinforzare la competitività, i settori industriali strategici, creare un vero mercato dei capitali europei.

Oltre all’IAA, parte di questo piano è l’EU Inc (o 28° regime), misura che crea un “ventottesimo stato” fittizio che permette alle imprese di operare in tutta l’Unione con un’unica registrazione digitale (Business Wallet), bypassando i ventisette sistemi nazionali. Ma qua siamo allo stato pre-embrionale e non ci possiamo aspettare nulla di concreto.

Altra misura cardine di cui si è discusso è l’Unione dei Mercati e dei Capitali: nel caso venisse realizzata, un investitore svedese potrebbe finanziare molto più facilmente un’azienda italiana grazie all’armonizzazione delle norme fallimentari e a una supervisione unica europea, abbattendo il rischio percepito dei mercati frammentati. Infine, i ventisette chiedono alla Commissione di elaborare un pacchetto per la sovranità tecnologica e uno per sanzionare più duramente la concorrenza sleale e la coercizione economica, rispondendo con vigore alle pratiche di dumping della Cina e ai sussidi massicci degli Stati Uniti. 

I capi di Stato hanno anche sollecitato l’industria europea della difesa ad aumentare la produzione di armamenti. Questa richiesta si scontra però con il muro della realtà: le capacità di farlo nel breve periodo sono scarsissime. È questo il nodo critico dell’autonomia strategica: non disponiamo di value chains abbastanza sicure per approvvigionare le Critical Raw Materials necessarie all’industria della difesa; il rincaro dell’energia taglia le gambe alla produzione; la pioggia di miliardi del ReArmEU non basta: le procedure burocratiche e la validazione della Commissione per i progetti rendono improbabile un impatto sull’industria in tempi brevi. 

Le prossime settimane riveleranno se la Commissione sarà capace di dare seguito alle richieste degli Stati in maniera tempestiva. L’evoluzione del conflitto in Iran, con un potenziale ritorno alla stagione del terrore di matrice fondamentalista islamica, rischia di scombinare le carte sul tavolo delle istituzioni europee, già azzoppate da un “trilogo” (il farraginoso processo negoziale tra le istituzioni Ue) che le altre superpotenze non prevedono. Decisioni rapide ed effettive in tempi brevi, poiché la velocità è l’essenza della guerra. Questo il mantra che dovrebbe essere assunto dalle leadership europee. I guerrieri vittoriosi prima vincono e poi vanno in guerra, ammoniva Sun Tzu. Nulla di più distante da ciò che stiamo vedendo.

Questa è la newsletter di Linkiesta europea, scritta da Edoardo Arcidiacono. Ogni due settimane, il mercoledì, proviamo a ritagliare una prospettiva diversa sulla politica e le istituzioni europee, con un focus sull’autonomia dell’Unione. Se vi va, ci si iscrive gratis cliccando qui

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