Camillo di Christian RoccaLiberal delusi dal loro presidente

Molti editorialisti di sinistra stanno perdendo la pazienza con Obama. Non fa più sognare, pensa solo alle banche, tentenna sulla sanità e governa con gli espedienti. L'eccezione italiana del Manifesto

Barack Obama è abituato a vincere sfide impossibili e a smentire previsioni buie. E’ probabile che alla ripresa di settembre, grazie al miglioramento della situazione economica e a una mediazione sulla riforma sanitaria, riesca a superare anche questa volta la buriana, malgrado i sondaggi lo diano in caduta libera rispetto ai fasti di qualche mese fa. La novità è che i grandi editorialisti di sinistra, alcune tra le voci più autorevoli del mondo liberal americano, hanno espresso forti perplessità su Obama e sul suo operato, soltanto ammorbidite dalla notizia che l’Amministrazione affiderà all’Fbi gli interrogatori dei super terroristi e potrebbe aprire un’inchiesta su una decina di abusi compiuti dalla Cia in Iraq e Afghanistan.
Il primo è stato il Nobel Paul Krugman, sul New York Times. Sono seguiti i columnist afroamericani del Washington Post, Eugene Robinson, e del New York Times, Bob Herbert, due tra i più entusiasti sostenitori di Obama in un mondo giornalistico pressoché sdraiato ai piedi del presidente. Domenica è tornato alla carica anche Frank Rich, probabilmente il più influente editorialista di sinistra del paese, sempre sul New York Times. Anche il comico Jon Stewart, chiamato “l’Obama dei giornalisti” per il successo del suo Daily Show, ha preso a bacchettare Obama, fino a sbottare per la decisione del presidente di abbandonare la “public option”, l’ipotesi di offrire un’alternativa statale a chi non si può permettere un’assicurazione sanitaria privata. “E’ in carica da sette mesi – si legge sul sito di Stewart – e chi ha votato Obama deve essere perlomeno preoccupato. Non ha chiuso Guantanamo, s’è dimenticato dell’esistenza dei gay e ora si sta cagando addosso sulla sanità pubblica. A questo ritmo non so nemmeno se avremo quell’aborto gratuito per i bambini che ci aveva promesso”.
Stewart scherza, ma Paul Krugman fa sul serio. Sul Times ha scritto che “su questioni di spessore come la tortura e la detenzione a tempo indeterminato il presidente ha disorientato i progressisti per la riluttanza a contestare o cambiare le politiche dell’Amministrazione Bush”. Il risultato, secondo Krugman, è che “ora i progressisti sono in rivolta e Obama ha perso la loro fiducia”.
Ancora sul Times, Frank Rich è tornato ad accusare Obama di aiutare i suoi amici banchieri di Wall Street e a sottolineare che “sarebbe vergognoso se non dovesse riuscire a riformare la sanità perché tratta le industrie farmaceutiche e assicurative con la stessa deferenza assicurata alle banche”.
Bob Herbert ha scritto che “molta gente seria e intelligente che ha votato Obama, e spera sinceramente che abbia successo, è legittimamente preoccupata del modo in cui sta conducendo la battaglia sulla sanità”, perché “in lui vede sempre di più uno che vuole piacere a tutti, ingenuo sulle prospettive bipartisan e convinto che i suoi più tenaci sostenitori resteranno comunque con lui perché non hanno altro posto dove andare”. Secondo Herbert, “la gente vuole di più da Obama. Vuole che sia il loro campione e non percepisce che stia parlando con un linguaggio comprensibile. Sembra molto più a suo agio a parlare il gergo di Wall Street”.
Anche Eugene Robinson, sul Washington Post, dà voce all’ansia crescente degli intellettuali liberal: “Non abbiamo eletto Obama perché diventasse un presidente che governa con gli espedienti. Lo abbiamo eletto per diventare un grande presidente”.
Nessuno di loro è un estremista, sono intellettuali della sinistra ragionevole. Tra i radicali, invece, la critica è più rabbiosa. Con un’eccezione italiana: il quotidiano Il Manifesto, almeno secondo quanto ha detto il saggista John Pilger a una conferenza per il socialismo a San Francisco: “Scrivo per il Manifesto. Anzi, scrivevo. A febbraio ho mandato un articolo che metteva in dubbio l’idea che Obama fosse una forza del progresso, ma è stato rifiutato. Mi è stato detto che preferivano mantenere un approccio più positivo alla novità rappresentata da Obama, che erano pronti a criticarlo su singoli aspetti ma indisponibili a scrivere che con lui non sarebbe cambiato nulla”.

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