Marchionne veste PradaAnna la zarina vs l’imperatore Silvio. Attenzione: il made in Italy non sono solo pizzi e merletti

Lei nell'ambiente viene chiamata "la zarina": algida nel suo caschetto castano chiaro e nelle sue mise ricercate. Sempre con gli occhiali da sole, ovviamente. Lui, invece, viene chiamato "l'imperat...

Lei nell’ambiente viene chiamata “la zarina”: algida nel suo caschetto castano chiaro e nelle sue mise ricercate. Sempre con gli occhiali da sole, ovviamente. Lui, invece, viene chiamato “l’imperatore”, almeno così l’ha citato Terry De Nicolò nella sua intervista trasmessa durante il programma di Paragone. Lo so: si diceva un “presidente operaio”. Ognuno ha i suoi punti di vista.

La stoccata a Silvio Berlusconi questa volta arriva dai piani alti, altissimi. Se parliamo di moda ma non solo. Piani di chi non si pronuncia quasi mai perchè non ne ha bisogno. Intervistata dalla Repubblica, Anna Wintour, potentissima direttrice di Vogue America, ha sparato a zero sul premier: “Sono disgustata. Non ho altre parole. Sono disgustata e imbarazzata: come può l’Italia tollerare Silvio Berlusconi e il suo giro di ragazze?”.

La riflessione di Anna la zarina – una che sul suo primo cv, nello spazio dedicato agli “obiettivi di lavoro” scrisse “dirigere Vogue” e ricopre la posizione da due decenni – non è solo un giudizio personale, ma è l’opinione di chi vede l’Italia come un paese con un buon potenziale economico, che diventa ottimo se declinato sul piano creativo: “Da una parte c’è il Made in Italy, con i designer e le meravigliose creazioni che hanno credito in tutto il mondo e non hanno eguali; dall’altra c’è una realtà politica che è così compromessa” ha detto.

Il commento più interessante alla vicenda, riportata ovviamente ai 4 angoli del mondo dal WSJ o dal New York Times, è a mio parere quello di Giuliano Ferrara, su ilgiornale.it:La signora Wintour sa che dietro il successo commercia­le della moda, a parte la grandez­za artigianale e industriale di cer­te creazioni, c’è la molla del desi­derio: desiderio di sesso, di cocai­na, di possesso, di sottomissione. Non è che stiamo qui a pettinare le bambole, sappiamo come va il mondo, e anche il suo mondo di fatturati dell’eccitazione e del­l’eleganza trasgressiva. Quindi prima di salire in cattedra e dare giudizi sprezzanti sull’Italia, gli italiani e Berlusconi, Anna Win­tour, che è una liberal inconcussa, si rilegga i nastri delle conversazio­ni tra Arth­ur Schlesinger e Jacque­line Bouvier Kennedy, e vedrà che Martin Luther King faceva orgette prima di sognare l’eguaglianza tra bianchi e neri con la carica mi­stica che tutti gli riconosciamo, e che tanto tempo dopo ancora be­nediciamo, e i gli altri suoi eroi di sempre non si comportavano altri­menti. Poi veda se è il caso di dare interviste pedagogiche al giorna­le fondato da Scalfari e Carlo Ca­racciolo, simpatico principe sen­za complessi

Posto che la signora in questione è anche figlia di un direttore di giornale (dell’Evening Standard) e che quindi temo non sia cresciuta nel laboratorio di una sartina tra pizzi e fettucce sognando la gloria, mi chiedo se Ferrara sa che l’alzata di un dito da parte di Anna Wintour fa muovere centinaia di migliaia di dollari o euro. O può non farli muovere, per contro. E che, evidentemente, quella politica è per noi una questione tanto economica da permeare tutti i settori nei quali il nostro know-how ha, fino ad oggi, avuto un valore.

Dovessimo perdere quel valoro, non basterebberò nè la pasta attaccata agli orecchini di Dolce&Gabbana (nella foto) nè i cappelli a forma di Colosseo che hanno sfilato da Frankie Morello a tirare su il morale e a omaggiare il Paese. Dovessimo perderlo, più che di stile, sarebbe una questione di soldi.

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