La pelle di zigrinoE se col nuovo anno imparassimo a far i conti con la realtà?

Anno nuovo, vecchi problemi. O meglio, vecchie attitudini che paiono non scomparire. Nella rubrica “Buttonwood” l’Economist in edicola durante le festività natalizie si prendeva la briga di ritrarr...

Anno nuovo, vecchi problemi. O meglio, vecchie attitudini che paiono non scomparire.
Nella rubrica “Buttonwood” l’Economist in edicola durante le festività natalizie si prendeva la briga di ritrarre un consolidato riflesso dell’intellighentsia: la disistima, il fastidio verso certe forme di impresa economica.
Niente di più attuale: la crisi finanziaria iniziata negli Stati Uniti nel 2007 e oggi estesasi sino al punto da far tremare in un vertiginoso effetto domino i singoli stati europei, ha senz’altro trovato il proprio capro espiatorio nella “mala finanza”, che per poi per necessaria contrazione diviene la “finanza” tout court.
Ed allora si rimpiange il mondo di ieri, l’età della sicurezza, quando persone in carne ed ossa producevano nei vecchi opifici, tra chiavi inglesi e grasso, oggetti reali. Insomma, l’epopea dell’industria manifatturiera.
Ma l’intelligente editoriale dell’Economist tenta di ricordarci come tale reazione snobistica non abbia granché di nuovo. Come oggi i nemici del popolo sono i famigerati signori della finanza, dell’industria farmaceutica, dell’energia che hanno abbandonato i rendigote, le ghette ed i cilindri ma non lo spirito da pescicani, un tempo la stessa reazione era dedicata alle scure, sataniche fabbriche, contrapposte magari al mito del buon servaggio che viveva in campagna. Insomma, il sentimento oggi prevalente non sarebbe che una diversa sublimazione di un istinto naturale: quello per cui, si continua ad inseguire una realtà che non c’è più, pur di rifiutarsi di fare i conti con la realtà.
Per carità, si obietterà, non si può contribuire a costruire i futuro senza avere almeno in mente una dimensione ideale. Vero, verissimo. Ma resta il fatto che per riformare l’esistente bisogna prima leggerlo, comprenderlo, studiarlo.
Al governo Monti due pregi vanno riconosciuti: il primo, che è il fondamento di qualsiasi proposta di riforma seria e non onirica, è quello di aver iniziato la sua attività ripartendo dall’etica della verità (minuscola). Ovvero di aver detto pianamente agli italiani che la condizione del nostro debito pubblico non è frutto di qualche trama straniera ed anti-italiana, vecchio cascame dei complotti pluto-giudaico-massonici, ma molto più semplicemente colpa nostra, responsabilità collettiva degli italiani. Il secondo merito è di aver ben compreso, grazie alla solida serietà del Ministro Fornero, che le riforme vere si fanno non solo in stato di necessità, ma sforzandosi di anticipare il futuro. L’aver accelerato la riforma Dini consentirà di poter ottenere risorse finanziarie per ridisegnare (con saldi invariati) l’intero sistema del welfare italiano. In tempi di crisi e di recessione annunciata non è cosa di poco momento.
Ma per il nuovo anno, e con i grigi presagi all’orizzonte, sarebbe bene che, passata l’ebbrezza delle (austere) celebrazioni, mettessimo in agenda un cambio di mentalità, ovvero la più difficile delle riforme.
Scriviamo queste note a mo’ d’auspicio per il nuovo anno, perché ci è parso che in troppi interventi (dai rappresentanti del mondo sindacale, a quelli dell’avvocatura, e via discorrendo) gli argomenti contro proposte o tentate riforme pecchino di un antico difetto: la mancanza di contatto con la realtà, la propensione parolaia che ci fa facilmente scordare che si deve e si può cambiare ciò che non funziona, invece di “sbraitare su pei tetti l’immancabile rivoluzione”, come ammoniva, rivolto ai massimalisti del suo partito, il padre del socialismo italiano, Filippo Turati.
(Ri)cominciare, da italiani, a far di conto con la realtà, ad imporci risultati ed obiettivi possibili, lasciando da parte i rimpianti per epoche che furono, anche se spesso frutto solo di una certa mal intesa mitologia passatista, ed impegnarci per il domani partendo dalla realtà dell’oggi. Che imparassimo, insomma, che due e due fan sempre quattro: così nei bilanci familiari, come in quelli delle imprese così come, ancor di più, in quel grande libro che è il bilancio dello stato. E che se i conti non tornano non è colpa dei matematici.

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