Marchionne veste PradaL’arresto di Tonino Perna: è il lato oscuro della moda italiana che manda le griffes all’estero?

La notizia è arrivata stamattina: Tonino Perna, imprenditore molisano fondatore prima di Ittierre e poi di IT Holding  - gruppo quotato che ha prodotto giovani griffes di grido come Versus, D&G, Ju...

La notizia è arrivata stamattina: Tonino Perna, imprenditore molisano fondatore prima di Ittierre e poi di IT Holding – gruppo quotato che ha prodotto giovani griffes di grido come Versus, D&G, Just Cavalli e ha acquisito, tra le altre, la maison Ferrè e il marchio Malo – è stato arrestato per bancarotta fraudolenta. Secondo gli inquirenti – ad indagare è la procura di Isernia, insieme alla Guardia di Finanza che ha effettuato l’arresto – Perna è colpevole del crack di IT Holding per un totale di 61 milioni di euro. Dal 2009 il gruppo è in amministrazione controllata e, sino ad oggi, le responsabilità non erano mai state chiarite in modo così netto. Il 2012 della moda italiana, insomma, comincia all’insegna del repulisti.

Quel che è chiaro è che Perna si è indebitato senza nessuna prospettiva credibile di rientro: nel 2005 vengono emessi bond per un valore di 185 milioni che servono a finanziare l’acquisto della Gianfranco Ferrè, con cedola che supera il 9%; nel 2006 la holding lussemburghese di Perna (PA Investments), controllante di IT Holding, ottiene un prestito di 135 milioni da Efibanca: l’amministrazione controllata del gruppo viene chiesta nel 2009 proprio prima di saldare una delle rate di tale prestito. I risultati economici del Gruppo non sono stati tali da poter arginare l’indebitamento: nel periodo 2004-2008 IT Holding, secondo quanto riportato da Adgnews24, ha chiuso in utile solo il 2007 e di soli 3 milioni circa. A corollario, all’inizio del decennio, attraverso un’altra società lussemburghese che fa capo a lui, la GTP Holding, rileva il circuito italiano di Diners e, nel novembre 2000, quello Europeo, poi ristrutturato con un aumento di capitale. Un investimento per molti azzardato, che segna l’inizio della crisi.

Accanto all’indebitamento, la presunta frode: Perna avrebbe gonfiato i conti sul tema dell’attivo, per celare la pericolosità della situazione agli azionisti. A rimetterci sono stati non solo questi ultimi, ma anche i dipendenti. Senza dimenticare il prestigio e il know how di una griffe come Gianfranco Ferrè, espressione della creatività così sofisticata dell’architetto, che è stata acquisita dal Paris Group di Sankari ma a cui, ad oggi, manca una leadership creativa di rilevo dopo il licenziamento di Tommaso Aquilano e Roberto Rimondi.

Ittierre, nel frattempo, è stata ceduta proprio un anno fa ad Albisetti, gruppo guidato da Antonio Bianchi: l’azienda comasca, molto nota nel settore tessile, aveva previsto la riassunzione, in due tranche, di 570 degli originari 880 dipendenti di Ittierre. Durante l’anno ha stretto tre importanti accordi di licenza: quello con Karl Lagerfeld, quello con Aquascutum e, infine, quello con Tommy Hilfiger. Episodi di buon auspicio, senza dubbio.

Alcuni tra coloro che hanno seguito da vicino tutte le vicende – io ho rimesso insieme i pezzi di una storia di cui sono venuta a conoscenza solo nel 2008-2009 – di Perna dicono che è stato un imprenditore avventato, preso dalla smania di successo tanto da rischiare troppo. Molti, come gli inquirenti, nelle sue azioni vedono il dolo. Qualcuno azzarda: che senso ha arrestarlo ora?

Di fatto il caso IT Holding, come quello, che sembra scorrere parallelo, del Mariella Burani Fashion Group è espressione di un momento storico che rappresenta il lato oscuro della moda italiana. I grandi gruppi che si sono formati entro i nostri confini nell’ultimo decennio sono stati viziati da operazioni arrischiate e spesso poco chiare e affossati dalla smania di guadagno dei singoli. Sarà per questo che, ad oggi, le più grandi maison italiane sono in mano a gruppi stranieri e molte di loro godono di ottima salute nonostante la crisi? Forse c’è da chiederselo.

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