Marchionne veste PradaModa, i distretti che combattono e guardano all’estero. E quelli che non ce la fanno.

Mi piacciono moltissimo le infografiche de Linkiesta, specialmente quelle sui distretti italiani. Ognuno ha le sue manie professionali, io ho i distretti produttivi. Sono delle realtà a volte surre...

Mi piacciono moltissimo le infografiche de Linkiesta, specialmente quelle sui distretti italiani. Ognuno ha le sue manie professionali, io ho i distretti produttivi. Sono delle realtà a volte surreali – un pugno di aziende: qualcuna chiude, qualcuna apre e le associazioni di categoria fanno sempre quadrato – ma secondo me molto interessanti.

Almeno, lo sono state, perchè se oggi alcuni tra i distretti italiani trionfano anche all’estero, dando un ottimo esempio di internazionalizzazione, molti altri sono la cartina di tornasole della situazione in cui vivono alcune imprese – la maggior parte, ricordiamolo, sono piccole e medie -: non riescono ad affrancarsi dal passato e vivono questi anni di passaggio verso nuove strategie come un limbo.

In questo articolo http://www.linkiesta.it/distretti-internazionalizzazione che si basa sulle elaborazioni che Intesa San Paolo raccoglie annualmente in uno studio ad hoc, sono citati molti distretti del settore moda (abbigliamento e accessori).

In cima alla classifica c’è l’occhialeria del Bellunese: sono contenta, perchè ieri al Mido ho parlato con molti produttori veneti e mi sono sembrati ben disposti a guardare avanti. Gente che non si è fatta prendere dal panico della crisi e sta sfruttando questo momento per cambiare le proprie strategie. Il successo, per molti, è a portata di mano in quei paesi che dal veneto sembrano lontani anni luce: la Cina, il Brasile, ma anche la Norvegia.

L’occhialeria al momento è davvero un fiore all’occhiello del nostro Paese: basta pensare al caso Luxottica (ha emesso bond per 500milioni di euro ma ha avuto richieste per 9 miliardi: 18 volte superiori); speriamo che il bellunese possa diventare un modello per tanti altri distretti che, invece, non hanno ancora preso le misure dell’internazionalizzazione.

Le migliori performance nell’ambito del settore moda spettano, dopo Belluno, alla calzatura sportiva di Montebelluna, alla calzetteria di Castel Goffredo e la Calzatura Veronese. Sia il tessile di Como sia le concerie di Arzignano hanno un buon posizionamento. Peccato per l’abbigliamento napoletano (Kiton è una delle perle del territorio che, invece, ha saputo evolversi e puntare sull’estero), per la maglieria del carpigiano e per le calzature del vigevanese (Manolo Blanhik, marchio prediletto da tutte le fashion victim tra cui l’icona Carrie Bradshaw – alias Sarah Jessica Parker – di Sex and the City, produce proprio a Vigevano). Peccato perchè i prodotti sono di qualità molto elevata e le lavorazioni sono davvero uniche. Tanto che i colossi del lusso internazionale – quelli che, nonostante tutto, crescono double digit – li scelgono per venire a produrre i loro capi e i loro accessori.

Il viaggio nei distretti italiani è uno dei reportage che un giorno mi piacerebbe fare, prima che scompaiano. Credo vi si possano riscontrare tutte le dinamiche “classiche” del sistema imprenditoriale e artigianale italiano: dalle tasse non pagate alle storie di famiglia, dal lavoro in nero alla ricerca di nuove leve che non si trovano.

I distretti, in fondo, sono la linfa del Made in Italy, un’etichetta nazionale (che non è ancora una vera etichetta, diciamocelo) ma molto legata alle singole territorialità.

Sono da preservare, insomma. Da promuovere e da sviluppare.

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