Verde MatematicoLa politica climatica europea a rischio a causa del petrolio canadese. E l’Italia lo appoggia.

Mentre l'opinione pubblica in Italia e in Europa è distratta dalla crisi economica, l'Unione europea rischia di perdere ogni possibilità di difendersi dall'invasione di un fiume di petrolio canades...

Mentre l’opinione pubblica in Italia e in Europa è distratta dalla crisi economica, l’Unione europea rischia di perdere ogni possibilità di difendersi dall’invasione di un fiume di petrolio canadese a elevato impatto climatico.

http://www.greenme.it/informarsi/ambiente/7464-la-carica-dei-petrolieri-contro-la-direttiva-che-aiuta-il-clima

E’ di oggi la notizia battuta dalla Reurters che un funzionario UE, sotto anonimato, ha comunicato il posticipo fino al 2013 del voto europeo sulla FDQ, la Fuel Quality Directive. Il tutto per avere il tempo di compiere un preventivo studio dell’impatto economico sul settore petrolifero.

(foto: Andrea Lepore, all rights reserved)

Dietro questo posticipo pare celarsi una mossa della lobby del petrolio, intenzionata a posticipare la direttiva secondo la ormai stra-conosciuta strategia delle 3D: Deny (nega il problema), Delay (ritarda la soluzione), Dominate (domina le decisioni).

I Ministri dell’ambiente europei avrebbero dovuto votare a giugno. La Direttiva ha l’obiettivo di ridurre l’impatto climatico dei carburanti destinati ai trasporti europei del 6% entro il 2020, agendo su tutto il ciclo produttivo dei carburanti: estrazione, raffinazione, trasporto.

Uno dei punti controversi della Direttiva è la misurazione dei valori base (default values) da attribuire alle singole fonti dei prodotti petroliferi per stabilire gli obiettivi di riduzione per le singole compagnie. Il petrolio in assoluto più inquinante è quello che proviene dalle fonti non convenzionali, primo tra tutti il petrolio delle Tar Sands canadesi, al quale è stato attribuito un valore fino al 23% più alto rispetto al petrolio convenzionale.

Va detto che il petrolio delle Tar Sands è il motivo per cui il Canada non è mai stato in linea con gli obiettivi di Kyoto, e che il suo metodo di estrazione è talmente distruttivo che la regione canadese dell’Alberta nel quale viene estratto ha subito danni incalcolaili, abbattimento massiccio di foreste secolari e avvelenamento delle falde acquifere e dei fiumi, tra i quali l’Athabasca, che offre l’acqua a un sesto della popolazione canadese.

Le associazioni dei petrolieri accusano la Direttiva di costare troppo alle compagnie e di danneggiare la competitività delle raffinerie europee. Ma secondo uno studio appena pubblicato dalla ONG Transport&Environment, nel breve periodo i costi aggiuntivi per le compagnie europee sarebbero bassi, proprio perché attualmente usano poco petrolio non convenzionale. Nel lungo periodo diventerebbero alti solamente se la quota di petrolio non convenzionale aumentasse.

Ed è proprio qui che risiede lo scontro. Il maggiore paese contrario a questa direttiva è proprio il Canada, perché spera di poter aumentare nei prossimi anni le esportazioni in Europa del petrolio dalle Tar Sands, le sabbie bituminose canadesi.

Non è un mistero che il petrolio delle Tar Sands sia uno dei punti chiave dell’accordo commerciale tra Europa e Canada, il CETA, e che pertanto la Direttiva sulla qualità dei carburanti sia stata messa sul piatto delle contrattazioni tra Europa e Canada.

Tra i paesi che hanno votato contro la Direttiva lo scorso febbraio c’è anche l’Italia. Ed è proprio una proposta italiana quella di chiedere che i costi del reporting vengano sostenuti direttamente dalla Commissione europea e non dalle compagnie petrolifere, meccanismo che sarebbe contrario ai principi di base della Legge ambientale europea del Trattato di Lisbona, primo tra tutti ‘chi inquina paga’.

Una delle argomentazioni attraverso le quali i petrolieri ritengono di voler ritardare la discussione della normativa è proprio quello dei costi del reporting. Tale tipo di misurazione costerebbe, a dire di Europia, l’associazione europea dei petrolieri, circa 1 dollaro al barile. Il che porterebbe alcune raffinerie europee addirittura a dover chiudere.

Ma anche su questo punto, il rapporto di Transport and Environment fa chiarezza: i costi aggiuntivi per le compagnie sarebbero molto bassi: tra 0,8 e 1,6 centesimi di euro per barile di petrolio. Il che si tradurrebbe in 0,005 € di euro per ogni pieno di benzina. Per capirci, 50 centesimi ogni 100 pieni di benzina. Un cifra veramente trascurabile anche per i consumatori finali. Soprattutto se confrontata con l’importanza del risultato ottenibile.

I carburanti fossili infatti rappresentano il 95% dell’attuale consumo europeo, ma proprio sull’impatto climatico di questi ultimi non esiste alcuna reportistica ufficiale, mentre nell’impatto dei biocarburanti invece viene conteggiato l’ILUC, l’Indirect Land Use Change.

In sostanza, in gioco è sapere quanto inquina ogni fonte di petrolio che arriva in Europa e su questo occorrerebbe fare maggiore informazione anche in Italia. Non è certo poco, visto che mentre si cerca in tutti i modi di combattere i cambiamenti del clima, un fiume di petrolio candadese a elevato impatto climatico rischia di inondare l’Europa.