Quello che non c’èQuello che forse non c’era nella predica

Le punture di zanzara segnano la continuità con l'anno scorso, sembrano non essersi mai interrotte eppure è trascorso tempo, molto, un inverno caldo e poi il più freddo da non so quanti anni e le t...

Le punture di zanzara segnano la continuità con l’anno scorso, sembrano non essersi mai interrotte eppure è trascorso tempo, molto, un inverno caldo e poi il più freddo da non so quanti anni e le temperature siberiane e i terremoti. Eppure prudono attraverso i jeans. I jeans sono quelli stretti e sudati che avevo stamattina al lavoro ma pure domenica mentre trasportavo con G le sedie da cinema tarlate da una casa dove ha abitato ad una casa dove abiteremo. La casa dove abiterò sarà la casa dove ho sempre abitato ma non proprio. E comunque, finché non vedo non credo e ancora non dico che ci abiterò perché come dicono le signore al mercato se ne sentono di tutti i colori e dunque finché un qualcosa non si realizza è meglio non diffonderlo in giro. Come quando mi chiedono quale sarà il mio prossimo libro e vorrei chiedere io a loro anche se non si risponde a una domanda con un’altra domanda come possono pensare che un romanzo sia qualcosa di così poco emotivo da poter essere descritto prima di essere scritto. Ma non è così per tutti. Ho appena concluso di leggere un libro scritto talmente bene che pensavo non avrei letto mai più nient’altro, e invece ho trovato una gradita smentita di tale timore nel primo Harry Potter e nel Cappello del Prete. Alle volte… guardo il diario, quanta parte ne ho consumata ed è quasi metà. Cosa sia successo quest’anno chi mi è vicino lo sa e non è che sia un mistero ma penso che se i blog imparassero che non c’è bisogno di dire tutto perché a volte tutto è pure troppo, a volte è troppo pure poco, bisognerebbe dire soltanto ciò che è necessario, dire solo ciò che ha senso dire, senza aggiungere superflui, scabrosi, sensazionali nè tantomeno pruriginosi. Ma la libertà di espressione non significava probabilmente in origine parlare a vanvera però lo ha cominciato a significare. Ormai lo significa.

Al collo ho stretta una bandana per la cervicale. Spero ardentemente che mio fratello mi porti i dischi dei La Dispute di cui ho commissionato l’acquisto al concerto che si sta svolgendo in questo momento al Carroponte. Sono stanco per una giornata di lavoro alfa a cui si aggiunge la mia giornata di lavoro beta, perché chi come me fa lo scrittore, mi permetto anzi di supporre di essere una qualche forma di artista, ecco, chi come me è un artista deve condurre una vita sociale alfa, un lavoro socialmente riconosciuto con cui pagare il quotidiano, e una vita artistica beta, cioè tutta quella porzione di tempo e cervello dedicata al concepire, riflettere e produrre la propria opera. Anche questo blog fa parte della mia giornata di lavoro beta. Non pubblicavo da un po’. Mi ritrarrebbe produttivo addurre la scusa di avere avuto molto altro da fare, ma principalmente, e alcuni record raggiunti ad Angry Birds lo confermano, non avevo granché da dire, forse. Nulla di necessario. Forse.

Forse parrà anche questo post non necessario. Invece qualcosa da dire in fondo a questo post ce l’ho. E’ una cosa che ha detto il prete a messa domenica, a santa Giustina. So che chi mi conosce rimarrà perplesso, perlomeno spiazzato, dal venire a conoscenza della mia frequentazione con la casa del Signore. Ma un po’ ne ho bisogno, un po’ mi piace, e un po’ è insito nella mia natura spiazzare chi mi conosce.

Insomma, il prete di santa Giustina, quello che viene da Quarto Oggiaro, è uno che parla bene. Mi piace. E’ un tipo tosto. Parrebbe anche simpatico. E dice che se il chicco di grano a terra non muore, non darà frutto. Se muore, invece, darà molto frutto. Cosa significa lo sto ancora riflettendo. E poi dice un’altra roba.

Gli uccellini stasera cinguettano, i merli canticchiano. I militari qua sotto chiacchierano. E io sto per mettermi a leggere un libro gradevole. Oggi ho cercato di fare molte cose, e buona parte l’ho fatta. Eppure comunque avrei voluto fare di più. Non vi descriverò le mie scene preferite del Daredevil di Frank Miller, lo farò un’altra volta. Non c’è bisogno che mi guardi intorno, per capire di essere fortunato. Nonostante tutto.

Il prete ha detto: “Smettiamola di lamentarci. Perché ogni tempo, anche il nostro, è tempo di grazia.”

Perché siamo vivi. E finché si è vivi si può sperare. E finché si spera si può fare. E allora non ho tempo per lamentarmi, ho da fare.

Sante perole, d’altronde…

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