Città invisibiliCorviale, ovvero l’utopia di un progetto incompiuto

Corviale, il palazzone al Portuense lungo un chilometro e alto nove piani, ha quarant’anni. Progettato nel 1972 da un gruppo di venti architetti capeggiato da Mario Fiorentino, venne iniziato nel 1...

Corviale, il palazzone al Portuense lungo un chilometro e alto nove piani, ha quarant’anni. Progettato nel 1972 da un gruppo di venti architetti capeggiato da Mario Fiorentino, venne iniziato nel 1975. L’idea che ispirò uno dei Landmark romani, così diverso da tutti gli altri, era legittima. L’architettura che si faceva urbanistica in un colpo solo. Ma già la fase progettuale evidenziava criticità, anche “forti”. Che fecero diffidare perfino alcuni tra gli stessi architetti impegnati nella sua stesura e, in seguito, anche intellettuali e politici.
In ogni caso, superando anche le incertezze del suo staff, Fiorentino riuscì ad imporre un’immensa casa popolare, ben 1202 appartamenti, con servizi e infrastrutture riunite in un solo sistema. Tutto insieme. Un’utopia da realizzarsi, con il committente Iacp e il Comune, partners convinti.

In quegli anni, in Italia, a guidare il governo era la Dc. La quale pianificò la realizzazione di 700mila stanze “popolari” per affrontare l’emergenza casa. Anche al Campidoglio comandava la Dc. Il progetto al Portuense fu esaltato dal vicario di Roma, il cardinal Poletti. Il gruppo di architetti autori dell’edificio più grande di Roma, con convinzioni politiche assai differenti. Solo alcuni, giovani e di irrilevante influenza pratica, erano di sinistra. Eppure, nonostante questo quadro di riferimento Corviale è stato sempre indicato come un’architettura “di sinistra”. In maniera, non corretta. In realtà la costruzione aveva un quadro di riferimento ideologico. Rimandava ai grandi falansteri popolari del Novecento, a partire dalla Karl Marx Hof di Vienna alla Unité d’abitation di Nantes e Marsiglia, straordinarie opere di Le Corbusier. Un occhio all’Europa, ma anche all’Italia. Con il richiamo ai progetti di Daneri, Vaccaro e Aymonino a Genova, Bologna e Gallaratese. Con una cifra chiara, il razionalismo.
Corviale con i suoi spazi comuni nei quali i suoi ottomila abitanti avrebbero dovuto confrontarsi, era a tutti gli effetti un tentativo di responsabilizzare i cittadini, un esperimento di autogestione. Una promozione sociale.
Un progetto realmente innovativo per i tempi e, forse, il contesto, ma gestito con superficialità e inadeguatezza dal Comune. Che dopo aver meritoriamente approvato la realizzazione del “palazzone”, colpevolmente tralasciò di considerare la questione, tutt’altro che secondaria, degli assegnatari e poi di assicurare il suo completamento e manutenzione.
L’assenza del Comune, perpetuata negli anni, ha permesso alcuni abusi edilizi interni. Come quelli del quarto piano, che era stato destinato a negozi e servizi. Oppure quelli lungo la strada interna del secondo corpo a 45 gradi. Ma nonostante questo e molto altro Corviale oggi non si presenta più come il luogo del degrado ambientale e sociale. Soprattutto per merito degli inquilini. Non certo della proprietà pubblica. L’agorà progettata da Fiorentino non c’è ma, in compenso, ci sono la biblioteca, il Mitreo, ovvero un vitale centro d’arte, una palestra, la posta e un mercato.
Ci sarebbe molto da fare. I circa 20 milioni di euro stanziati da anni per il recupero dell’Utopia romana, dovrebbero servire proprio a quello. Con l’auspicio che non sia l’ennesima occasione persa. Che Roma sappia costruirsi un futuro valorizzando il proprio passato. Anche recente.

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