Tutto è permesso (o quasi)Euro sì, democrazia no. La visione elitaria e illiberale degli europeisti a senso unico.

E’ certo che il quadro politico destabilizzante uscito dalle elezioni italiane è tale da prefigurare effetti che vanno ben oltre i nostri confini. Il primo e il più grave non sono i pur importanti...

E’ certo che il quadro politico destabilizzante uscito dalle elezioni italiane è tale da prefigurare effetti che vanno ben oltre i nostri confini. Il primo e il più grave non sono i pur importanti punti di spread, ma è il tema della democrazia, ossia della legittimazione democratica delle scelte di una nazione attraverso le elezioni. Proprio un anno fa – durante i primi mesi del governo Monti – Limes, la rivista di geopolitica di Lucio Caracciolo, usciva con il titolo provocatorio “A che serve la democrazia?”, raccontandoci gli effetti globali della fine del Washington consensus. Oggi quel titolo provocatorio si adatta perfettamente alla tendenza suicida del Bruxelles consensus. E il suicidio non sta in questa o in quell’altra politica di austerità, ma nel fatto che le élite europee ed italiane considerino proibito mettere in discussione il rigorismo fiscale tedesco. Dopo le elezioni, molti leader europei si sono affrettati a dire che qualsiasi governo e maggioranza avesse governato l’Italia non si sarebbe dovuta discostare dall’agenda Monti e dai relativi impegni presi con Bruxelles. Il Vicepresidente della Commissione europea, Olli Rehn, è arrivato al punto di chiedere ai ministri dell’economia dell’Unione di non divulgare dati economici negativi per non minare la fiducia nelle politiche rigoriste. E quindi cosa si dovrebbe dire ai popoli schiacciati dalla crisi? Che c’è tanta gente nei ristoranti, come faceva Berlusconi? Giustamente in un editoriale il Wall Street Journal si è domandato che senso ha votare se poi le politiche economiche e fiscali sono sempre le stesse. In Italia Stefano Folli sul Sole 24 Ore è arrivato a scrivere che la risoluzione della crisi passa per la piena e preventiva (?) accettazione delle decisioni del Presidente della Repubblica, prefigurando un altro strappo istituzionale e una Repubblica presidenziale de facto, attribuendo al Capo dello Stato prerogative che non ha. In entrambi casi, un gran bel calcio sedere della democrazia, al fine di preservare un bene superiore s’intende, l’euro. Quindi la domanda è: l’euro vale la democrazia? Ebbene la risposta l’hanno consegnata nell’urna coloro che hanno votato il Movimento 5 Stelle e in parte il PDL. Ed è un messaggio chiaro, basta con questa Europa e con queste politiche ottusamente rigoriste. Quindi se non si vuole che l’Europa faccia un passo indietro complicato come la fine dell’Euro, bisogna evitare di risolvere la crisi con scorciatoie antidemocratiche che farebbero solamente aumentare l’approccio viscerale alla politica. Ma siamo sicuri che iniziare a ragionare su questo tipo di euro e di Europa sia antipolitica? Se è vero che il Movimento 5 Stelle è il nuovo Made in Italy, a Berlino infatti si chiama Alternativa per la Germania.

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