Così è…se traspare. Storie di finanza e (mancanza di) trasparenzaLa partita del Brasile contro Faust

Non nominare il nome di Dio invano. A questo ho pensato dopo la “goleada precox” che ci ha lasciati insoddisfatti dopo solo 30 minuti di notte calcistica e ha affossato il Brasile. Ma Cherubini non...

Non nominare il nome di Dio invano. A questo ho pensato dopo la “goleada precox” che ci ha lasciati insoddisfatti dopo solo 30 minuti di notte calcistica e ha affossato il Brasile. Ma Cherubini non era ateo, diranno i miei lettori? Non è incoerente per un ateo invocare il giudizio di Dio e l’invidia degli dei nelle vicende umane, soprattutto su vicende non di vita o di morte, ma di pallone? Viene in mente l’osservazione sul Manzoni che i professori di liceo ci hanno ripetuto per anni: l’ateo che bestemmia è incoerente, perché bestemmia contro qualcuno che per lui non esiste. E tu, lì nel banco, dici: geniale osservazione. E giuri che come ateo ogni mattina ti guarderai allo specchio e ti ammonirai: “tu sei ateo, ricordati di non bestemmiare perché se no Manzoni se la piglia”. Ebbene, sono ateo, sono incoerente, stamattina non mi sono guardato allo specchio, e non stimo Manzoni, e per questo sono qui a raccontarvi che alla fine il Brasile ha perso perché ha peccato, e ha vilipeso il secondo comandamento. O almeno, se fossi credente lo crederei. E se fossi un cattolico praticante, non mi piacerebbe che Dio fosse schierato in porta o in mezzo all’area, e vorrei che la mia Chiesa intervenisse.

Ho vissuto abbastanza da aver visto un Brasile diverso. C’era una volta un Brasile di dei che si credevano uomini e che non invocavano Dio nelle loro azioni di gioco. Erano dei di parte, che in ogni celebrazione richiedevano sacrifici umani. Ricordo che toccò anche a noi. Era il 1970, e ricordo che ero per mano a mio nonno al “chiosco degli sportivi”, sotto i portici di Piazza Repubblica a Firenze. Mio nonno mi portava lì perché allora non c’erano i talk show e lì si poteva godere della forza della polemica, in una sequenza continua di scontri verbali. Lì, nel centro di Firenze, lo spirito dei fiorentini, quello del “bastian contrario”, aveva il suo tempio e la sua palestra. Ma quella sera non c’era polemica. Non ci furono scontri. Era la vigilia del giorno del sacrificio. Ricordo che un vecchio mi dette una carezza e mi disse: “è difficilissimo, ma non è mai detto”. Ma si sentiva che era una bugia detta a fin di bene.

Del giorno dopo ricordo solo due immagini (anche perché le ho riviste più volte). Ricordo un generale nero sull’attenti, sospeso a mezz’aria, e un angelo dalla faccia rozza, quasi orizzontale sotto di lui, con le braccia aperte e lo sguardo rivolto all’insù verso il carnefice: Pelè e Burgnich, nell’azione del primo goal del Brasile. E ricordo un dio nero che scagliò un fulmine dalla terra verso il cielo per il quarto goal: Carlos Alberto. Il sacrificio era compiuto, ma nessuno tirò in ballo Dio.

Ho sentito Pelè parlare di Dio in un documentario che ho visto anni dopo, su quel mondiale del Messico. Si riferiva a un’azione di gioco, fatta contro il portiere della Cecoslovacchia. Pelè, ricevendo un passaggio obliquo da dietro si era trovato solo davanti al portiere e scelse una soluzione che nessun umano, neppure un fuoriclasse, avrebbe scelto: con una finta, fece il velo a beneficio di se stesso, e aggirando alle spalle il portiere corse a recuperare la palla e calciò con una torsione infinita. La palla uscì a pochi centimetri dal palo e Pelè del documentario commentò: in quel momento pensai che Dio mi aveva concesso tante di quelle cose che non mi avrebbe potuto concedere anche quella.

Negli anni successivi abbiamo visto un Brasile più umano, un Brasile senza dei. Ma un Brasile politico e sociale, rappresentato dalla “democrazia corinziana” del compianto Socrates Brazileiro Souza Vieira de Oliveira, detto Socrates. Tra gli anni 70 e 80 il Brasile del calcio è sceso dall’Olimpo e ha vestito i panni umani di Pericle ad Atene e di Leonida alle Termopili.

Negli ultimi venti anni, invece, abbiamo assistito a calciatori brasiliani che invece di ringraziare Dio per tutto quello che ha dato loro, lo convocano in squadra come se invece di una partita di calcio si trattasse di una crociata. Cominciò Taffarel, quando Baggio tirando il rigore davanti a lui prese la traversa, nella finale dei campionati del mondo in Messico. Su quell’evento Taffarel ha rilasciato dichiarazioni aberranti. Ha detto che c’erano due religioni e due dei che si confrontavano, e che era convinto della superiorità del suo. E qual era il Dio, o meglio la religione terribile del Baggio codino che aveva di fronte? Era il buddismo, la religione più tollerante che c’è (o meglio l’unica religione tollerante): tanto tollerante da essere riuscita addirittura a insegnare la tolleranza anche a mia madre. Una religione talmente tollerante che mi risulta Roberto Baggio non abbia mai risposto o commentato sul punto.

Dio dei pali e delle traverse. Ma con l’ultimo mondiale si è varcata l’ultima frontiera. Nella partita inaugurale abbiamo visto, e solo io, ateo, mi sono indignato, il centravanti del Brasile Fred alzare entrambe le braccia verso il cielo in segno di ringraziamento all’Altissimo, per la concessione di un rigore. Ritornando al Manzoni, si può dire che è “il Dio che atterra e suscita”. E effettivamente, se Fred non l’ha atterrato Dio, senz’altro non l’ha toccato il difensore della squadra avversaria. Ma come si fa a ringraziare Dio di aver ingannato il prossimo? Possibile che non si sia indignato nessuno? E’ certo che il problema non è della stessa dimensione del rapporto tra mafia e religione di cui abbiamo parlato molto in Italia negli ultimi tempi. Però una religione che non interviene su questi comportamenti, che non dice che non si ringrazia Dio di avere ingannato o infranto le regole, ma ci si pente, è una religione che porta il problema dentro se stessa, e non deve cercarlo nella società esterna. Parola di ateo.

Ed è così che in venti anni il Brasile ha elevato una torre di “ubris” che è arrivata fino al cielo. E il cielo si è vendicato. Hanno chiamato in ballo troppe volte Dio, ma “forse era troppo occupato, forse troppo lontano”. O, come diciamo noi che non siamo poeti, Dio si è rotto, e ha mandato un messo ai tedeschi con un incitamento: “contro il Brasile in campo voglio vedere undici Faust”.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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