Così è…se traspare. Storie di finanza e (mancanza di) trasparenzaCattivi pensieri sull’Italia da una mostra a Guggenheim

Una breve visita a New York, per concerti di Nick Cave, un articolo sul New York Times e una mostra a Guggenheim, mi hanno fatto valutare da lontano, nel tempo e nello spazio, la situazione italian...

Una breve visita a New York, per concerti di Nick Cave, un articolo sul New York Times e una mostra a Guggenheim, mi hanno fatto valutare da lontano, nel tempo e nello spazio, la situazione italiana, e mi costringono ora a scrivere un post che ho rimandato da troppo tempo, per codardia e conformismo. E’ un teorema di impossibilità del cambiamento. E sono proprio le condizioni necessarie per il cambiamento che rendono difficile confessare, anche a se stessi prima che a gli altri, l’ineludibilità di questo teorema. Velocità, spiritualità e violenza sono le condizioni che generano il cambiamento. Quello che è veramente difficile riconoscere ed esprimere è che la generazione che ci governa oggi, è in grado di esprimere solo velocità. Gli altri due ingredienti, la spiritualità e la violenza, sono l’innesco e la polvere di esplosioni che generano il cambiamento. E’ per questi ingredienti che il cambiamento non è mai piacevole. Passa per tragedie, come la guerra e il terrorismo, o per fatti terribili come quelli di cui parleremo in questo post.

In un ampio terrazzo di un albergo su Houston Street leggo un articolo sul New York Times, a proposito di un ragazzo americano convertito alla guerra santa che ha combattuto in Siria ed è morto in un attacco suicida. Niente di più lontano da me, dal mio essere di oggi e di ieri. L’articolo tratta del caso con la superficialità tipica dei giornalisti americani. Il tema è che il ragazzo era rientrato in patria e poi era tornato a combattere, e la questione è come individuare chi espatria per combattere rispetto a chi lascia gli Stati Uniti per turismo o per altri fini leciti. Come si distingue uno che lascia il proprio paese per imbracciare un mitra da uno che invece vuole solo puntare una macchina fotografica? L’articolo sviscerava questo tema con l’intervento di qualcuno dei servizi e qualche poliziotto, che mettevano in luce il dilemma tra sicurezza e privacy. Di contorno a questo importante tema c’era la descrizione del video rilasciato dal ragazzo, delle sue dichiarazioni di illuminato e dei saluti in lacrime a “mom, dad and bro”. Sarà stato questo contrasto tra la bassa miseria del pezzo e la miseria alta del gesto del ragazzo, o sarà per l’aria di Soho e del Village che venticinque anni fa mi ha insegnato l’energia della miseria materiale, a un certo punto questo ragazzo mi è parso meno lontano, e meno incomprensibile.

Quando mi sono chiesto perché questa devozione, e se questa devozione mortale fosse una novità di questa generazione, la mente e i sensi hanno smosso blocchi di memoria involontaria, progressivamente indietro nel tempo. Ho ricordato la ragazza bionda, magra al limite dell’anoressia e velata che avevamo notato insieme al suo piccolo in metropolitana. Ho rivisto una passeggiata in Brick Lane a Londra di qualche anno fa e un giovane con la lunga barba e un caffetano che, sentendomi parlare di lui e del suo gruppo in italiano, con accento romano esclamò: “Allah unico Dio!” E me lo disse con fare quasi cameratesco, un po’ come un “nonno” che ti batte la stecca al tempo del servizio militare. Mi chiedo: quel romano, sarà a combattere anche lui? Sarà nel migliaio di occidentali che combattono la jihad in Siria? Oppure sarà uno della maggioranza di islamici che ritiene che la sete giustizia non si debba spingere fino alla guerra? Poi mi chiedo se questo triangolo tra religione, giustizia e guerra sia una novità. La risposta che mi viene immediatamente in mente è “Buongiorno notte”, il film di Bellocchio sul rapimento di Aldo Moro. Ricordo le molte immagini in cui i brigatisti si fanno il segno della croce prima di mangiare, e ricordo che quelle immagini suscitarono in me il disgusto della banalità: un po’ come se qualcuno sottolinei con insistenza una verità ovvia. Nessuno di noi si faceva il segno della croce, ovviamente, ed era per questo che il gesto che Bellocchio faceva fare ai brigatisti era ridicolo. Era però vero, e anche banale, il fatto che molti di noi estremisti venivano da un passato di cattolici osservanti, e forse integralisti. Avevamo solo sostituito il giorno del giudizio con la rivoluzione, e avevamo portato il paradiso giù dal cielo in terra. E leggevamo il “Che fare?” di Lenin invece del Vangelo. Poi, la grande maggioranza di noi pensava che l’onere della rivoluzione sarebbe stata a carico di generazioni successive, e che sarebbe stata una violenza di massa, tanto di massa da essere esterna e superiore a ogni responsabilità individuale. Qualcuno invece ritenne che la rivoluzione fosse questione sua, e decise di sacrificare le vite degli altri e la propria per la causa. Noi non eravamo quindi molto diversi dal ragazzo romano di Brick Lane e i brigatisti non erano tanto diversi dal kamikaze americano. In entrambi i casi, spiritualità e senso di giustizia, trasmigrano da una religione in un’altra, o da una religione a un’ideologia (e non escludo che lo stesso si applichi a ideologie di segno opposto). Tutto questo avviene poi in maniera forte e drammatica nell’età in cui ormoni e neuroni si contendono i compiti e si scambiano i ruoli.

Una visita alla mostra sul Futurismo Italiano al Guggenheim mi ha consentito di verificare e ampliare questa teoria su una generazione ancora più remota, quella dell’inizio del secolo scorso. La mostra è disposta in maniera quasi metaforica lungo la spirale bianca dei piani del Guggenheim: gli anni dell’inizio del secolo alla base, e gli anni quaranta in cima. Per uno strano caso questa disposizione in spirale dal basso verso l’alto accompagna la rivoluzione futurista dai suoi esordi più terreni e violenti, a quelli più aerei e stemperati. E’ ancora più simbolico, nella disposizione della mostra, che questo progressivo raffreddamento della creatività futurista dai piani bassi verso i piani alti corrisponda al passaggio dalle opere sulla dinamica lungo la terra alle viste dall’alto dell'”aeropittura” e della pittura “aerocosmica”. Insomma, mentre si sale per questa mostra si passa dalla confusione e dall’ammasso di materia dell’inferno a un’aria sempre più rarefatta e aerea, e noiosa, da paradiso. Quando si arriva in cima, in una sala con una serie di pannelli dedicati ai mezzi di comunicazione (che pare provenga dalla sede delle Poste a Palermo) ad opera di Benedetta Marinetti, ci si chiede se non siamo davanti a una sorta di arte di tipo “ambient”, per prendere a prestito la definizione usata da Brian Eno per la sua musica, e non si capisce come ci si sia arrivati e cosa abbia a che fare con il futurismo. Ma a noi piace e interessa l’inferno, almeno per la compagnia, come diceva Oscar Wilde. Nei primi due gironi c’è tutta la smania, la creatività e la violenza di chi aveva vent’anni un secolo fa. Qui si sente la voglia di distruggere e rifondare tutto: la voglia di provare tutto. Una creatività infinita, che voleva entrare in tutta la vita degli individui, che insieme a quadri e sculture produceva vestiti e vettovaglie, e che produceva manifesti su tutto: persino un Manifesto sulla Lussuria. E anche questa generazione accettava la violenza e la competizione come motore del cambiamento. Anzi, in questo caso la violenza era elevata a pura estetica, indipendentemente da ideologie e contesti. Una grande tela di Carlo Carrà sui “Funerali dell’anarchico Galli” che campeggia in uno dei gironi dell’inferno del Guggenheim, è la rappresentazione autentica di questo gusto: un gusto che, ancora una volta, coinvolge ormoni e neuroni.

Abbiamo parlato di due generazioni, quella del futurismo e quella della contestazione, che hanno cercato il cambiamento mettendo insieme velocità, spiritualità e violenza. Una generazione ha partorito la guerra, l’altra il terrorismo. Nessuna di queste cariche di cambiamento è mai arrivata alla politica. La rivoluzione futurista è stata assorbita e disinnescata dal fascismo, e la generazione della contestazione ha cercato impiego fuori della politica. Ciò nonostante, queste rivoluzioni hanno cambiato i nervi della società civile. Oggi abbiamo un giovane premier cui tutti attribuiscono il pregio della velocità. Ma non vediamo la spiritualità, e soprattutto manca la violenza.

Eppure troppo spesso mi capita ancora di sentire lo stesso senso di giustizia che mi portava a essere un estremista negli anni 70. Oggi il senso di giustizia va oltre la lotta tra classi, ed è tra chi ha un lavoro protetto vita e chi questa protezione non ce l’ha. Un esempio? Qualche settimana fa mi sono trovato bloccato in coda a un supermercato perché il cassiere, uno della mia età, non era pratico di come funzionava la cassa. Si scusava con tutti, diceva a tutti, cercando di suscitare ilarità: “io sono nuovo vecchio”. Con me si è scusato altre dieci volte, dicendo: “io fino a ieri vendevo macchine, la ditta ha chiuso e mi sono dovuto re-inventare questo lavoro”. Uscito dal supermercato, la stessa spiritualità di quando avevo venti anni mi ha suggerito una massima: c’è di peggio che non avere un lavoro, è doversi scusare di avere un lavoro. E a questa voglia di giustizia seguirebbe un’azione violenta. Mettere quelli che hanno il posto garantito a vita (tra cui il sottoscritto) nelle stesse condizioni di quest’uomo, inserendo nel loro futuro lo scenario possibile di doversi sedere alla cassa di un supermercato. Il manifesto futurista diceva: “noi vogliamo distruggere musei e biblioteche e le accademie d’ogni specie”. Un po’ esagerato, ma chiudere gli atenei inefficienti potrebbe essere un esempio di violenza innovatrice. E nello stesso modo chiudere (invece di “efficientare”) gli uffici ridondanti e inefficienti sarebbe un esempio di violenta igiene pubblica. E, poiché la violenza non è cieca, chiunque lavori in uffici ridondanti e inefficienti, dovrebbe poter godere del proprio stipendio per un tempo di due anni, congruo per apprendere una nuova professione. Lo stesso dovrebbe ovviamente essere garantito al cassiere sprovveduto di prima, che non è inferiore a un altro solo perché proviene dal settore privato. Questa “spending review” veloce, equa e violenta sarebbe l’unica capace di ridare giustizia e futuro a questo paese. Voi la credete possibile?

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