La City dei TartariUn’Aurelia che se ne va (Post Pandemico 2)

‘Questa strada la usavano i vostri bisnonni per andare al mare’, dico alle bimbe mentre, intenzionalmente, dall’aeroporto di Pisa, prendiamo la vecchia Aurelia per andare verso il sud della Toscana. Una scelta presa per diletto, all’inizio, nel primo viaggio in Italia dall’inizio della pandemia in corso. In questa pausa estiva in cui facciamo finta che tutto sia normale, che si possa andare al ristorante, a teatro, che si possano almeno sgomitare gli amici. Un’estate che rimane nervosa, con un occhio laterale a sintomi, febbriciattole ed alle dicerie che raccontano di untori malintenzionati, magari giovani (in una terra di vecchi che provano a rimanere arzilli) o immigrati (in una terra di immigrati risvegliatasi immisericordiosa ed inospitale). Untori di ogni tipo, come se ognuno di noi fosse puro ed immacolato rispetto a

La Via Aurelia, spiego alle ragazze, la strada che portava dal sud della Francia a Roma, costruita in epoca repubblicana. Una delle tante strade che permettavano a truppe e mercanti di spostarsi velocemente attraverso l’Impero.

Lungo la strada, mano che passiamo dai vari posti, i nomi delle stazioni fanno riaffiorare tante memorie. Quelle stazioni tirreniche ancora con la vasca vuota dei pesci (cit. Virginiana Miller) che le littorine ed i treni regionali attraversavano da Firenze a Follonica, nelle mie peregrinazioni adolescenziali. Che poi la linea entrava verso l’entroterra, verso Grosseto, una provincia quasi aliena alla Toscana, con il suo miscuglio di dialetti veneti degli immigrati ed altolaziali dei transfrontalieri di Tarquinia.

La strada ghirigora fra Livorno, Calafuria e, lontano, il santuario di Montenero, dove l’immagine della Vergine viene ancora oggi venerata con un fervore antico e lo slancio tipico dei Livornesi che, qualunque fosse stato il loro credo politico e religioso, davanti alla Madonna di Montenero si toglievano il cappello, come raccontava il babbo hyperlivornese di un amico, probabilmente concepito e nato fra i Bagni Pancaldi e la Terrazza Mascagni. Che, in fondo, la grazia divina era una forma di redistribuzione delle ricchezze dei cieli.

E si capisce questa devozione bipartisan, anche in questi tempi in cui i populismi vari sono arrivati nelle citta’ simbolo delle grandi lotte di massa in Toscana, visitando la stanza degli ex-voto accanto alla chiesetta dove viene conservata l’immagine sacra. Alle bimbe racconto di una storia, di un fratello a cui gli ottomani avevano rapito la sorella durante un assalto lungo la costa. E lui aveva preso un battello ed era andato a riprenderla, fino a Istanbul. E la riporto’ indietro, donando al santuario gli abiti da odalisca in cui era ritornata a casa. ‘Un giorno vi ci porto’, dico alle ragazze. E magari ci scappa una preghiera alla Madonna per questo mondo incerto e spaventato, dietro le mascherine anti-Covid.

La strada, da Montenero, si apre piano piano, come un raggio di stella marina, verso Quercianella e verso Castiglioncello, per poi affondare nella piana di Vada e verso la Val di Cornia. Le pinete precise e linearmente disposte quando questi posti diventarono le prime localita’ devote al turismo balneare d’Italia. E le pinete, da linearmente disposte, assumono caratteristiche sempre piu’ caotiche, con alberi che crescono e sembra si appoggino l’uno sull’altro Come se, man mano che entriamo nella parte selvaggia della Maremma Felix, tutto diventasse un mistero etrusco, un mondo ancora da esplorare.

E’ la Maremma dei ricordi familiari, delle case in cima ai cocuzzoli, del castello di Pia dei Tolomei, dei laghi vulcanici, delle pandemie antiche che viaggiavano con i mercanti e i soldati e non su aerei veloci e supersonici.

L’Aurelia, come tutte le strade romane, e’ un percorso non solo nel tempo, ma anche attraverso le ere. Percorsi paralleli, nuovi, aggiunti nel tempo, accanto alla direttrice principale, ora, dalle parti di Torra Mozza, sommersa dall’acqua e scoglio simplex per turisti e bagnanti distratti.

E, nella strada che scorre, racconto queste storie, ogni curva un aneddoto, una memoria che svisa dal personale al collettivo universale. Come se provassi a creare connessioni nelle loro sinapsi, percorsi con cui attraversare questi mesi difficili di un decennio ostico ma, allo stesso tempo, il loro decennio piu’ importante, quello che forma le spine laterali dell’anima, quello che permettera’di renderle persone adulte, cioe’ memorie e desideri portati al loro compimento.

La strada continua, si annunciano le colline attorno a Scarlino e Gavorrano, dove, durante i lavori dell’ennesima variante dell’Aurelia, furono trovati resti di villaggi di ere lontanissime nel tempo, prima dell’arrivo dei Romani, dei Medici e dei Pesenti e dei loro cementi armati. Guardo le bambine che ridono e cercano il mare, il mare familiare in cui andremo a nuotare a breve. Un’Aureloia che percorreremo assieme ancora tante volte, fino a quando io usciro’ da una stradina secondaria, verso un qualche promontorio da cui osservare il mare. E loro continueranno, le loro vite sospese fra i miei ricordi mediati e le loro storie da raccontare e da far rivivere. Magari aggiungendo strofe alla canzone popolare che cantiamo ogni giorno, magari spostando parole, significato, aggiungendo dettagli o rendendo tutto parabola dell’umano che abbiamo tutti dentro.

Fino ad allora, in questi anni in cui tutto sembra un cut-up Borroughiano, dove le narrative sono tutte mescolate ed incerte, l’Aurelia rimarra’ un posto da cui passare. Fermandosi, rallentando il respiro e cantando qualsiasi canzone ci intenerisca. Dopo mesi di isolamento, di rituali pandemici, piccoli porti da cui ripartire. Piccoli posti con panchine su cui sedersi o terrazze da cui guardare il mare.

Soundtrack

Fabio Concato – Un’Aurelia che se ne va

https://www.youtube.com/watch?v=EfqJ1dLg-9Y

Cappanera Brothers – Aurelia Highway

https://www.youtube.com/watch?v=w5HDoI6rlKI&t=121s

Che poi, l’Aurelia e’ una specie di Via Emilia della costa, musicalmente. Attraverso la Genova di De Andre’, la Livorno di Nada, dei Virginiana Miller di Stazioni Tirreniche e del metal dei Sabotage (fratelli Cappanera), fino alla Populonia (my utopia) di Mattiel. E l’Aurelia di Concato, con quel suo racconto di una delle milioni di estati graziate e rese epopea da questa striscia di asfalto sospesa fra montagna e mare. L’Aurelia di Virzi, de La Bella Vita e di Ovosodo. Con quel groppo alla gola che rimane sempre li’.

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