Step by StepEssere donna nel tempo della pandemia

Si continua a definire le donne l’“ultimo bastione” nella lotta per la sopravvivenza contro il Covid19. La loro importanza e la loro funzione dovrebbero quindi essere considerate all’interno di questo contesto, riqualificando il loro lavoro con una remunerazione adeguata. Dopotutto il Covid19 ha evidenziato che, la maggior parte di coloro che sono in prima linea nella lotta alla pandemia sono proprio le donne, perché esse rappresentano il 70 per cento di tutto il personale sanitario e dei servizi sociali a livello globale.

Naturalmente, esse sono in maggioranza tra personale di servizio negli ospedali – addette alle pulizie, lavanderia, catering – e come tali hanno maggiori probabilità di essere esposte al virus. Infatti, «in moltissime aree, esse hanno un accesso limitato ai dispositivi di protezione individuale o alle attrezzature di dimensioni adeguate». Lo conferma Gaya Spolverato, medico chirurgo e presidentessa dell’associazione Women in Surgery Italia, quando sottolinea che, “Sono per lo più donne le laureate in Medicina che sono inviate a dare supporto alla carenza di personale. Sono per lo più donne le infermiere e le operatrici sanitarie nei reparti e nelle rianimazioni. Sono per lo più donne i medici di base che hanno pagato con la loro vita l’incertezza iniziale nell’affrontare quella che poi si è manifestata una pandemia. Sono donne le impiegate delle imprese di pulizia negli ospedali, che sanificano le stanze Covid. Sono donne che spesso a casa hanno famiglia e mettono a rischio la loro vita e quella dei loro bambini e dei genitori anziani, durante le attività di invisible care.”.

Succede in un momento storico nel quale l’immaginario della fabbrica è scomparso al punto tale che, non si ha piú neanche bisogno di un padrone a cui vendere la nostra forza lavoro, o di un capo che sorvegli la durata della nostra pausa sigaretta. Oggi c’è la consapevolezza che si lavori sempre, che si esiste perché si lavora. Il paradosso è che si parla sempre più di lavoro nel momento in cui il lavoro viene sempre di più a mancare e quando c’è, è precario, è volatile.  Proprio in virtù di questi ribaltamenti epocali esso si svolge in un contesto – lo smart working – nel quale vita privata e lavoro si sovrappongono di continuo fino allo stremo. Un contesto in cui le donne sono “le più penalizzate”, proprio perché la Storia le ha condannate a subire. E non è un caso se nel terziario avanzato le più valorizzate sono quelle soft skills – l’operaismo lo definisce “lavoro immateriale”- nelle quali le donne eccellono con la la loro capacità di adattamento, di resistenza allo stress, di precisione e di attenzione ai dettagli, con la capacità di non perdere il controllo davanti un problema inaspettato. Tanto per citarne alcune.

Rimane un’eccellenza non ripagata, anzi. Infatti, è in crescendo la feminization of poverty, la femminilizzazione della povertà, che si diffonde – è acclarato – in maniera esponenziale in tutto il mondo con l’avanzare del processo di globalizzazione a cui si sono aggiunti i danni all’economia provocati dal Coronavirus. Il quadro è impressionante se si limita all’analisi dei fattori socio-demografici (età, titolo di studio, sesso). Diventa tragico nei Paesi del capitalismo avanzato, ogni qualvolta l’informazione non ufficiale porta alla luce nuove realtà sociali. Come quella delle donne – single, madri e anziane sole, vedove, separate o divorziate – che devono provvedere autonomamente al proprio sostegno e a quello dei figli o di altri componenti del nucleo familiare.

E’ risaputo che le donne vivono di precariato con gli stipendi inferiori a quelli degli uomini con l’instabilità economica a tutto tondo . E’ risaputo che la percentuale di lavoratori a “bassa paga” è più alta tra le donne: raggiunge il 12,5 per cento e il 37 per cento per le giovani fino a 24 anni. E dunque, se la povertà è il risultato dei processi di esclusione sociale, economica e politica fra gli esseri umani, lo si deve alle politiche liberiste e devastanti delle economie globalizzate, dove le donne sono le più colpite,

Pertanto, la femminilizzazione della povertà non è uno slogan bensì una certezza anche nel secondo millennio, poiché l’impoverimento non casca dal cielo. Si nasce donna o uomo, bianco, nero o giallo, ma non si nasce poveri. Lo si diventa. Le donne sono le più colpite, poiché sono esse per prime a subire gli effetti dei diktat delle principali istituzioni della mondializzazione – Fmi, Wto, Banca mondiale – che non sradicano la povertà, l’accentuano.

Il vero responsabile di quanto sta accadendo strutturalmente è il sistema finanziario nato trent’anni fa dopo l’implosione dell’Unione Sovietica. Esso ha frantumato il legame fondamentale tra lavoro, reddito, benessere, dignità, da una parte, e diritti sociali, civili e politici, dall’altra parte. Non ci vuole molto a capire che con la pandemia aumenterà l’impoverimento e l’esclusione sociale. Le donne – s’è detto – sono da sempre le prime vittime, lo saranno ancora a lungo.

Fonte: vincenzomaddaloni.net

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