9 Luglio Lug 2013 1851 09 luglio 2013

L'irruzione nel racconto della moglie di Ablyazov

Shalabayeva: la notte del blitz

Nursultan Nazarbaev 008

«Pensavo volessero uccidermi e quando ho chiesto chi fossero mi hanno risposto: “Io sono la mafia”». È solo uno stralcio del memoriale – pubblicato dal Financial Times (clicca per aprirlo) – di Alma Shalabayeva moglie di Mukhtar Ablyazov, ex ministro del Kazakistan, dove da ventitre anni, dopo lo scioglimento dell’Urss, governa il dittatore Nursultan Nazarbaev. Espulsa alla fine di maggio dall'Italia in tutta fretta, con un aereo privato della Avcon Jet, al costo di 400 mila dollari, senza che venisse consultato il ministro degli Esteri Emma Bonino, il caso della Shalabayeva sta creando smottamenti nel governo Letta, perché la gravità di quei fatti rischia di diventare una pesante accusa di violazione dei diritti umani da parte delle associazioni internazionali. E rischia di far ricadere sull'Italia la pesante accusa di aver collaborato con Nazarbaev per ostacolare la sua opposizione interna.

A essere coinvolto al momento è il ministero degli Interni di Angelino Alfano, perché l'operazione è stata portata avanti dalla polizia italiana, scavalcando persino la Procura di Roma. Non solo. A questo si aggiunge la delicatezza dei rapporti diplomatici tra Kazakistan e Italia, con aziende statali come Eni e Saipem impegnate da anni nelle estrazioni di petrolio nel Mar Caspio. Proprio per questo motivo bisogna fare anche un passo indietro di quasi due anni e mettere a fuoco i rapporti tra i due paesi, provando così a fare luce sulla strana e frettolosa operazione delle nostre forze dell'ordine che molto fa pensare alla vicenda Abu Omar.

La signora Shalabayeva ha scritto un memoriale su quei tre giorni, dal 28 al 30 maggio, dove si è consumata l’incursione nella sua casa di Casal Palocco in provincia di Roma, il trasferimento nel Cie e il volo preso da Ciampino per tornare in Kazakistan. E in queste 19 pagine spiega di aver raccontato a chi erano venuto a prelevarla di essere «la moglie del leader dell'opposizione in Kazakistan». Perché Ablyazov, che ha un sito internet ed è ricercato nel suo paese natale per una semplice storia di truffe e tangenti, è in realtà sospettato di essere il principale finanziatore delle forze di opposizione al governo di Nazarbaev. E ultimamente è molto attivo nel condannare le condizioni di lavoro degli operai che lavorano nel settore petrolifero kazako.

Non a caso, nel memoriale, la signora Shalabayeva ricorda i fatti del 16 dicembre del 2011 di Zhanaozen, località sulla costa nord orientale del Mar Caspio, dove le città vengono costruite intorno ai giacimenti di petrolio, su misura per gli operai che ci devono lavorare spesso in condizioni proibitive. La moglie di Ablyazov lo scrive nero su bianco: «Ho detto loro che il mio paese è nelle mani di un dittatore che è stato al potere per più di 20 anni. Ho spiegato le cose come stanno. E come Nazarbayev stermina i leader dell'opposizione. Ho detto loro come avessero ucciso Altynbek Sarsenbayev e i suoi assistenti. Ho detto loro di Zhanaozen, quando avevano sparato agli scioperanti».

Ebbene, a lato dell’inchiesta per tangenti della procura di Milano sull’Eni in Kazakistan, storia che si perde ormai nel porto delle nebbie, come ricordato nemmeno un mese fa dal Giornale, c’è una storia avvenuta nel 2011 che coinvolge appunto la “Ersai Caspian Contractor", società di trivellazione, per metà controllata dalla Saipem. E su cui la nostra azienda statale, controllata dal ministero del Tesoro, che ha un codice etico interno sul rispetto dei diritti dell’uomo e sui diritti dei lavoratori, ha sempre taciuto.

Il racconto della Shalabayeva insiste politicamente proprio su quei tragici fatti, dove a quanto pare ci sarebbe stato lo zampino di Ablyazov che avrebbe finanziato le rivolte dei sindacati, scese in piazza per avere condizioni di lavoro e salari più adeguati agli standard internazionali. Per raccontarli si prenda la risoluzione del Parlamento europeo del 15 marzo del 2012, dove si legge che la polizia anti sommossa e le truppe del National Security Committee (KNB) (cioè l'esercito ndr) «avrebbero attaccato i manifestanti aprendo il fuoco contro i lavoratori e le loro famiglie, uccidendo almeno 17 persone e ferendone almeno 100».

Non solo. Dopo quella rivolta del dicembre del 2011 il leader principale del partito Alga! - uno dei principali dell'opposizione a Nazarbayev - Vladimir Kozlov è stato condannatp a sette anni e mezzo di carcere. Per questo motivo, secondo la Fondazione Open Dialogue, che segue tutte le vicende kazake e denuncia da mesi le continue violazioni dei diritti umani nel settore petrolifero - Alma Shalabayeva sarà condannata e imprigionata: «così le autorità kazake avranno un potente argomento contro il loro principale oppositore Mukhtar Ablyazov».

L’IRRUZIONE - Tutto ha inizio nella notte a cavallo tra il 28 e il 29 maggio scorso quando una cinquantina di uomini della Digos in borghese e armati si presentano facendo irruzione in una villa di Casal Palocco nell’agro romano. L’irruzione è descritta con dovizia di particolari nel memoriale firmato da Alma Shalabayeva, moglie di Mukhtar Ablyazov, vero obiettivo del blitz.

Nella villa però gli agenti trovano soltanto Shalabayeva, la sorella maggiore Venera col marito Bolat, la figlia di sei anni di Shalabayeva Alua, sua nipote di nove anni e i due inservienti ucraini Vladimir e Tatiana. Di Ablyazov nessuna traccia, ma gli agenti della Digos tengono le sette persone sotto scacco per alcune ore.

Da qui inizia il racconto di Alma Shalabayeva. Un racconto destinato a far discutere in Italia come in Kazakhistan. Sono momenti concitati quelli in cui la Digos entra nella villa di Casal Palocco, e Shalabayeva lo scrive chiaramente «per un momento ho pensato che fossero venuti per ucciderci tutti, senza un processo e senza indagini, e nessuno lo verrà a sapere. Sono entrati e non hanno mostrato nè documenti nè mandati di arresto». Il look degli agenti di certo non aiuta Shalabayeva a realizzare la situazione: ne descrive uno in particolare: «aveva una grossa catena d’oro al collo. Sembrava un mafioso uscito da un film».

I bambini si trovavano ancora nelle loro stanze, e la donna, alzandosi dalla sedia su cui era stata invitata a sedersi, racconta di nuovo «ho detto “children”, mostrando con un gesto che volevo andare a controllare. Ma uno degli uomini mi ha spinto fino quasi a farmi cadere, mi ha presa per le spalle e mi ha forzatamente fatta sedere sulla sedia. Era così arrabbiato che ero pietrificata dalla paura».

HO CAPITO CHE CERCAVANO MIO MARITO - «Solo più tardi ho capito che cercavano mio marito» scrive Shalabayeva, tuttavia la paura non passa perché gli uomini che hanno appena fatto irruzione nella villa non si qualificano, eccetto uno che fa sventolare velocemente un tesserino davanti al viso della donna, la quale continua a chiedere «siete della polizia?», senza ricevere risposta.

Stando al racconto di Shalabayeva intanto il cognato, Bolat, esce da una stanza della casa in cui era stato chiuso con alcuni agenti, e ne sarebbe uscito «con un labbro rotto e il naso sanguinante». In quei momenti partono le domande della Digos alla donna per la sua identificazione: Shalabayeva aveva negato di conoscere Ablyazov, ancora impaurita, scrive nel racconto, che la squadra dell’irruzione fosse arrivata per ucciderli.

Così, mentre la donna cerca di capire cosa stia succedendo, facendo domande agli agenti, uno di questi, quello «con la grossa collana d’oro al collo», si gira dicendo «io sono la mafia». A quel punto Shalabayeva si domanda «sono davvero gangster della mafia o stanno solo cercando di spaventarmi?».

Gli uomini della Digos all’interno di una scheda di memoria arrivano a una fotografia di Ablyazov e intanto si fa strada nella donna anche l’idea che qualcuno sia stato incaricato di risolvere nel sangue la vicenda del marito, bersaglio dichiarato dell’attuale presidente kazako Nazarbayev. Non ancora del tutto convinta che gli uomini dentro la casa siano sicari o poliziotti, la donna non mostra il passaporto kazako, ma quello della Repubblica Centroafricana.

IL PASSAPORTO - Dopo circa quattro ore dal blitz Shalabayeva e il cognato Bolat vengono caricati in macchina e scortati alla questura di Roma. Qui Shalabayeva mostra il suo passaporto rilasciato dalla Repubblica Centroafricana, che diventerà il vero terreno di scontro dell’intera vicenda. Gli inquirenti dubitano dell’autenticità, e la donna chiede di poter contattare l’ambasciata Centroafricana per certificare l’autenticità del documento. Tuttavia questa telefonata nessuno le permette di farla e viene contestata la falsità del passaporto: questa contestazione sarà sufficiente per farla rimpatriare.

In Questura, o quella che sembra la questura nella descrizione di Shalabayeva, chiedono sia alla donna, sia al cognato di firmare alcuni documenti che nessuno traduce, con la promessa che sarebbero stati rilasciati. Bolat però invoca un avvocato, e, descrive la donna nel suo memoriale «L’intero ufficio ha iniziato a gridare in maniera malevola nei nostri confronti. Alcuni mi gridavano in faccia, così vicino che potevo sentirne il respiro».

I due comunque firmano, e Bolat, in russo, annota “non so cosa sto firmando”. Non cessano però le domande a Shalabayeva da parte dei presenti, e dopo circa quindici ore, Shalabayeva rivela la sua identità e racconta di essere la moglie di Ablyazov. Il tutto, rimarca la donna, senza un avvocato. Qui racconta anche della situazione kazaka, dell’opposizione all’attuale regime e dello sterminio che il dittatore Nazarbayev perpetra ai danni degli oppositori, su tutti suo marito, ex dirigente di una delle maggiori banche dell’ex Unione Sovietica. La donna racconta anche che insieme al marito, hanno lo status di rifugiati politici in Inghilterra. E a proposito del passaporto, il Tribunale del riesame di Roma nella sua ordinanza dello scorso 25 giugno scrive che, che, a seguito dei documenti presentati dagli avvocati, “il passaporto in possesso dell’indagata non è falso”.

DAL CIE DI PONTE GALERIA ALL’ESPULSIONE - Nella serata del 29 maggio, a circa ventiquattro ore dal blitz nella villa, Shalabayeva viene portata al CIE di Ponte Galeria, dove le viene notificato un decreto di espulsione richiesto dalla Questura. Un decreto, dice l’avvocato Olivo che segue il caso, «ottenuto dal prefetto in tempi veramente brucianti».

L’esasperazione della donna però non è ancora finito. L’angoscia di quei momenti esce dalle righe del memoriale, soprattutto quando rientra in gioco anche il destino della figlia di sei anni. Una funzionaria, già incontrata precedentemene da Shalabayeva, il giorno precedente, tale Laura, scrive la donna, la invita a mettersi in contatto con la sorella per lasciare in custodia la bambina ai domestici della villa. Una scelta che Shalabayeva proprio non si spiega.

Shalabayeva richiede con insistenza di vedere un avvocato, ma poco dopo è già partito il viaggio verso l’aeroporto di Ciampino, dove Shalabayeva di nuovo farà richiesta di avere asilo politico, ma, le dirà la funzionaria, «è troppo tardi, tutto è già stato deciso». Così riceverà risposta anche dall’emissario dell’ambasciata kazaka: «la decisione è già stata presa dall’alto» ma, scrive Shalabayeva «non ha detto chi e perchè abbia preso quella decisione».

Deve anche decidere se prendere con sé o meno la bambina di sei anni. Decide di imbarcarsi con lei. Intanto sia la donna, sia la bambina rimangono senza documenti: nessuno dei presenti è in grado di fornirli, ma l’aereo è pronto sulla pista per partire. «Un aereo privato. Molto lussuoso», lo descrive Shalabayeva. Dopo circa sei ore di volo l’atterraggio ad Astana, Kazakhistan. «Sono stata deportata dall’Italia», chiude la donna nel suo racconto.

L’ambasciata kazaka in Italia invece rilascia una nota ufficiale “La moglie e la figlia del banchiere fuggitivo Sig. Ablyazov sono state espulse dall’Italia in Kazakhstan legittimamente”. All’arrivo ad Astana, intanto un uomo delle autorità kazake informa Shalabayeva dell’avvio di un procedimento a suo carico. «Le forze dell'ordine del Kazakhstan - scrive l’ambasciata kazaka - hanno trovato le prove della falsificazione e emissione dei passaporti nazionali in cambio di tangenti ai parenti stretti del Sig. M. Ablyazov, tra cui quelli di sua moglie e di sua figlia durante la loro assenza nella Repubblica del Kazakhstan. Il Processo penale su questo fatto per quanto riguarda i dipendenti della polizia dell'immigrazione di Atyrau è in tribunale. Attualmente stanno controllando il fatto di coinvolgimento della Sig.ra Shalabayeva in questo crimine. Lei ha l'obbligo della dimora».

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