I giornali? Non devono seguire gli hashtag, ma aiutarci a leggere la realtà

In un mondo in cui il confine tra informazione e comunicazione diventa sempre più labile, i giornalisti non possono limitarsi a fare da cassa di risonanza dei politici. Se è vero che i media non possono sfuggire alla cronaca, al contempo devono fornire gli strumenti per capire ciò che succede

Giornali Linkiesta
26 Giugno Giu 2018 1310 26 giugno 2018 26 Giugno 2018 - 13:10

Gli Stati Uniti sono spesso un modello da osservare per comprendere in anticipo scenari economici o politici. Da tempo però si guarda oltreoceano anche per comprendere anche le sofisticate tecniche di comunicazione. La presidenza di Donald Trump sta fornendo materiale per esperti e studiosi. George Lakoff ne scrive da tempo e ha elencato quattro caratteristiche dello stile comunicativo di Trump, di cui sono paradigmatici i tweet. L’inquilino della Casa Bianca è innanzitutto abile a individuare un tema e a costruirvi per primo una cornice narrativa. Poi, di frequente viene distolta l’attenzione da problemi reali per indirizzarla su altre questioni, quindi vengono criticati coloro che veicolano un determinato messaggio. Infine, si sonda la reazione dell’opinione pubblica su argomenti specifici. Secondo Lakoff è possibile proporre un’alternativa a questo schema, i giornalisti sono chiamati a individuare le reali questioni messe in secondo piano, ricercare la realtà e interrompere il test continuo dell’opinione pubblica. Il compito non è affatto semplice.

Trump è un abile comunicatore e i suoi strumenti sono le parole e i media stessi, che sovente diventano involontariamente la cassa di risonanza delle dichiarazioni presidenziali. In un articolo pubblicato dal Guardian lo scorso 13 giugno, il linguista ha spiegato insieme a Gil Duran, che il linguaggio attiva delle strutture celebrali che usiamo per decodificare le esperienze che viviamo. La ripetizione continua di alcune parole può letteralmente cambiare il modo in cui leggiamo la realtà e condizionare la nostra visione del mondo. Durante la campagna elettorale per le presidenziali, Hillary Clinton è stata definita "disonesta" (crooked) e l’associazione tra la candidata democratica alla Casa Bianca e questa caratteristica è diventata, sebbene erroneamente, automatica. Allo stesso modo la locuzione fake news ha delegittimato la stampa. E cosa dire delle affermazioni fatte per definire una determinata categoria di individui? Contestualizzare diventa difficile e le persone tendono a generalizzare, estendendo a tutti quanti gli esempi fatti da Trump. Paradossalmente anche negare di continuo un concetto, lo rafforza. Tentare di confutare le sue dichiarazioni può quindi addirittura contribuire a rafforzarle. Lakoff ha più volte evidenziato le modalità comunicative adoperate dall'inquilino della Casa Bianca e ha spiegato come interrompere determinate dinamiche. Ancora dalle colonne del Guardian ha chiarito, tra le altre cose, che un passaggio imprescindibile per i giornalisti è comprendere come opera la propaganda sul cervello attraverso metafore e cornici narrative. Le scienze cognitive rappresentano una bussola per orientarsi in tal senso. Gli operatori dei media non dovrebbero nemmeno ripetere meccanicamente tutto ciò che viene pronunciato.

Non si può prescindere dal dovere di cronaca ma è opportuno filtrare tra propaganda politica e ciò che rappresenta una notizia. Con l’avvento dei nuovi media e dei social network si è parlato di disintermediazione, con i giornalisti relegati quasi al ruolo di osservatori, costretti a monitorare gli account social dei personaggi politici. Al contrario invece, il loro ruolo resta fondamentale ma con compiti rinnovati

Se concordiamo con ciò che afferma Lakoff, possiamo proiettare il suo monito anche nel contesto italiano. Il confine tra informazione e comunicazione diventa sempre più labile. Da un lato vi è la necessità di aggiornare e informare le persone, dall’altro però rincorrere affermazioni, hashtag, tweet o post Facebook, sempre più spesso succedanei di lanci di agenzia e dichiarazioni a mezzo stampa, equivale involontariamente a fare da eco alla propaganda politica. L'esempio di Salvini è paradigmatico.

È stato rilevato che non tutto ciò che viene affermato dai politici rappresenta una misura attuata o effettivamente in agenda, spesso è un’intenzione o semplicemente un tema lanciato per testare la reazione del pubblico. Se viene riportato tutto, costantemente, con il tempo le persone, immerse in un flusso informativo perenne, non riescono più a distinguere tra effettivi provvedimenti annunciati e semplici intenzioni. Districarsi tra proclami e misure predisposte, tra propositi e proposte non è facile se ogni giorno vi è una nuova dichiarazione o una nuova frase estrapolata ed evidenziata dai media. Non si può prescindere dal dovere di cronaca ma è opportuno filtrare tra propaganda politica e ciò che rappresenta una notizia. Con l’avvento dei nuovi media e dei social network si è parlato di disintermediazione, con i giornalisti relegati quasi al ruolo di osservatori, costretti a monitorare gli account social dei personaggi politici. Al contrario invece, il loro ruolo resta fondamentale ma con compiti rinnovati. Ad essi spetta individuare le notizie reali, ricercare la verità, distinguere tra informazioni e proclami, in una parola fornire al pubblico gli strumenti per leggere la realtà.

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