15 Dicembre Dic 2018 0009 15 dicembre 2018

2019, allarme rosso: l’Europa è sull’orlo della recessione, e l’Italia rischia di annegare nei suoi debiti

Il rallentamento dell’economia europea è un fatto certificato dall’indice Pmi, e da Mario Draghi. Se questo è il contesto l’Italia che fa? Trova tutti i modi possibili per fare debito

Giuseppe_Conte_linkiesta
JOHN THYS / AFP

Sottozero. Il clima è cambiato e non solo quello atmosferico. In Italia il terzo trimestre del 2018 ha visto il prodotto interno lordo fermarsi, dopo il netto rallentamento cominciato in primavera. L’ultimo spicchio dell’anno, se dicono il vero i segnali che provengono dagli ordinativi dell’industria e dalla fiducia dei consumatori, rischia di vedere l’inizio di una recessione. La frenata italiana è stata improvvisa, resa più brusca dal caos della politica di bilancio. L’impennata dello spread, l’incertezza che ancora continua (non sapremo nulla di concreto sulle misure principali, dalle pensioni al reddito di cittadinanza fino all’ultimo dell’anno), la girandola di annunci, di rodomontate, di menefrego seguiti da altrettanto repentine marce indietro, ha consigliato chi risparmia, chi consuma e chi investe, cioè tutti, a mettere i quattrini sotto il materasso - e lo si vede dalla crescita dei depositi liquidi in banca.

Ma il rallentamento è preoccupante nell’intera Europa. L’indice Pmi (Purchasing managers index), vero termometro dell’attività manifatturiera, nella zona euro chiude il 2018 con una crescita al minimo degli ultimi 4 anni, cioè il periodo di vera e propria ripresa economica post-crisi; è in calo in Germania dove ha raggiunto il punto più basso dal 2016; in Francia è sceso sotto livello 50, cioè in piena contrazione: le proteste dei gilet gialli hanno inciso, ma sono solo un’aggravante. Quanto alla Gran Bretagna, è appesa al filo sottile dell’accordo sulla Brexit. E non c’è solo l’Europa: in Cina le vendite al dettaglio crescono al ritmo più basso degli ultimi 15 anni, mentre la produzione industriale è la più debole dell’ultimo triennio. Gli Stati Uniti tirano ancora, ma si stanno esaurendo gli effetti del taglio alle tasse, mentre Wall Street dà chiari segni di fatica nutrita dall’incertezza.

Con l’arrivo di una recessione il governo si troverà a corto di munizioni, a meno di non aumentare un debito sempre più caro e sempre meno gestibile.

Se le cose stanno così, su che litigano Roma e Bruxelles? Su un bilancio già obsoleto? Alla luce del nuovo scenario, la trattativa tra Giovanni Tria e Pierre Moscovici assume un aspetto surreale. La manovra economica giallo-verde doveva redistribuire un prodotto lordo in crescita dell’1,5% (almeno), azzerare la povertà, mandare in pensione tutti quelli che la Fornero voleva tenere nelle fabbriche-prigioni, aprire le porte ai giovani in attesa di un lavoro garantito grazie alla moltiplicazione di posti fissi generati dalla ripresa. Invece, bisognerà prevedere un aumento della cassa integrazione, una riduzione delle entrate fiscali sia Iva sia Irpef, un ricorso più ampio agli ammortizzatori sociali. E ti saluto debito pubblico!

La legge di bilancio per il 2019 è stata concepita in uno scenario del tutto diverso e non contiene granché per affrontare la svolta congiunturale. Non riduce la pressione fiscale, non taglia le imposte sul lavoro e le imprese, non aumenta gli investimenti pubblici e non aggiunge nulla a quelli privati, prevede spese senza copertura e deve aumentare gli stanziamenti per pagare gli interessi sul debito pubblico.

Il ritocco del disavanzo dal 2,4 al 2,04% del pil, se da una parte rappresenta un salutare bagno di realtà, dall’altra non cambia la sostanza. Vengono rinviate alcune spese, ma ciò ridimensiona di pochissimo il disavanzo strutturale e in ogni caso non inverte la direzione di marcia. Senza dimenticare la spada di Damocle: la clausola di salvaguardia, cioè l’aumento dell’Iva per 12,5 miliardi di euro. Alla fine di tutto questo, l'Italia si troveràcomunque con uno spread più alto di quanto sarebbe stato possibile e con una legge di bilancio incapace di bloccare la recessione. Come si fa a non rivedere gli obiettivi di crescita, ostinatamente (e incoerentemente) rimasti all’1,5%? La Banca d’Italia ha abbassato la previsione per l’anno prossimo all’un per cento mentre il 2018 si chiude con un modestissimo 0,9%. “La revisione per l'anno in corso riflette il rallentamento del prodotto finora osservato”, sottolinea Bankitalia, spiegando che “gli effetti sull’attività economica delle misure espansive contenute nella manovra di bilancio sarebbero contrastati dai più elevati tassi di interesse fin qui registrati e attesi, che conterrebbero l’espansione della domanda interna”.

La commissione Ue se la prende non tanto con il disavanzo pubblico nominale, ma con quello strutturale che non calcola gli effetti della congiuntura e le misure una tantum. Il governo italiano prevede nel 2019 un deficit strutturale dell’1,7% che peggiora dello 0,8% rispetto all’anno precedente, a dimostrazione che il risanamento promesso viene rinviato. Addio pareggio. Non è una questione di principio, perché con l’arrivo di una recessione il governo si troverà a corto di munizioni, a meno di non aumentare un debito sempre più caro e sempre meno gestibile.

Ma il rallentamento è preoccupante nell’intera Europa

Il governo ha pensato di poter utilizzare la protesta dei gilet gialli innanzitutto sul piano propagandistico lanciando l’accusa che la Ue (in particolare il francese Pierre Moscovici) si appresti a usare due pesi e due misure. Le promesse di Emmanuel Macron spingeranno il deficit pubblico francese verso il 3,4% del pil, dunque anche Parigi dovrebbe essere sanzionata. O tutti e due o nessuno, dicono i corifei giallo-verdi. A parte il fatto che la Francia è appena uscita da una costosa procedura d’infrazione durata 9 anni ci sono parecchie differenze tra i due paesi tutte a favore dei transalpini: il debito, il deficit strutturale, il rating, quindi lo spread. Ma il punto non è questo. Dire tutti gabbati tutti perdonati non risolve il problema italiano che, parlando terra terra, è semplice e drammatico: non ci sono i soldi per tenere fede alle promesse elettorali e ce ne sono ancor meno per bloccare la caduta della produzione e del reddito.

Tutto questo immaginiamo sia chiaro anche all’interno del governo. Se chiudiamo occhi, orecchi e bocca come le tre scimmiette, se non guardiamo la tv e non leggiamo social media e giornali, questa semplice verità appare in tutta la sua evidenza. E la banale constatazione dei fatti sta facendo già scoppiare le contraddizioni in seno al governo del popolo. Beppe Grillo con la maschera da robot sbeffeggia i suoi, per lo meno i governativi guidati da Luigi Di Maio. Sia lui sia i suoi seguaci soffrono terribilmente la competizione con Matteo Salvini abilissimo nel lanciare sassi in piccionaia, provocando spiazzamento e confusione, mentre la campagna elettorale permanente si prepara a diventare vera battaglia per il primato, una prova generale in Europa per una grande recita in Italia, forse proprio a ridosso del voto il prossimo maggio. A quel punto, tutto può tornare in discussione. Il 2018 è stato un anno vissuto pericolosamente tra molte discese ardite e poche risalite. Nel 2019, forse, non basterà allacciarsi le cinture.

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