Burocrazia della povertà
7 Marzo Mar 2019 0600 07 marzo 2019

Reddito di cittadinanza, così centri per l’impiego e comuni rischiano il collasso

Se non si mette mano alla macchina amministrativa degli uffici che se ne occuperanno, tra centri per l’impiego, servizi sociali dei comuni, Anpal, Inps, Caf e ministero del Lavoro, si rischia il collasso. Previsti 3,4 miliardi di investimenti, ma al momento è tutto fermo

Reddito Linkiesta
(Tiziana FABI / AFP)

Il reddito di cittadinanza è partito: nel primo giorno sono state presentate circa 50mila domande. Ma se nel frattempo non si mette mano alla macchina amministrativa degli uffici che se ne occuperanno, tra centri per l’impiego, servizi sociali dei comuni, Anpal, Inps, Caf e ministero del Lavoro, si rischia il collasso. Perché, come sostiene il centro studi sulla pubblica amministrazione Fpa Data Insight, il sistema pubblico che dovrebbe permettere l’erogazione e il controllo del beneficio oggi non è adeguato a sostenere un simile impegno. Oltre ai più di 20 miliardi che saranno erogati nel triennio a 1,3 milioni di famiglie in uno stato di povertà, dovranno essere investiti in fretta i 3,4 miliardi previsti per potenziare la complessa macchina burocratica che si è messa in moto. In primis per avviare l’altra gamba del reddito di cittadinanza: quella che prevede “l’uscita dalla povertà” tramite la formazione e il lavoro, con il potenziamento delle banche e dei sistemi operativi dei centri per l’impiego e l’assunzione dei famosi navigator. Un fronte che però è ancora al centro dello scontro tra governo e regioni. Tanto da non aver ancora neanche pubblicato il bando di selezione per i nuovi tutor (i navigator) che dovrebbero orientare i beneficiari del reddito a trovare un’occupazione (Anpal Servizi il 6 marzo ha pubblicato il bando d’appalto per l’affidamento della gestione del test).

Alla guida della macchina amministrativa c’è il Ministero del Lavoro, che dovrà occuparsi di mettere in piedi e gestire il Sistema informativo unitario dei servizi sociali (Siuss), curare la comunicazione istituzionale sul programma e monitorarne l’attuazione. L’investimento a bilancio per riuscire a fare questo è di 2 milioni all’anno per tre anni. Ma ora è tutto fermo. L’altra cabina di regia è l’Anpal, alla cui presidenza è stato da poco nominato Mimmo Parisi, il guru italo-americano che dovrebbe replicare in Italia il modello di incrocio dei dati tra domanda e offerta di lavoro messo in atto in Mississippi. Il decreto ha assegnato alla controllata Anpal Servizi spa 500 milioni per la selezione dei seimila navigator, assunti come collaboratori, da impiegare subito nei centri per l’impiego. Ma la questione è a rischio di incostituzionalità, perché le competenze sulle politiche attive restano regionali e non nazionali.

L’Anpal inoltre dovrà curare la connessione tra gli attori coinvolti nella gestione del reddito di cittadinanza: navigator, operatori dei servizi sociali, operatori privati accreditati, operatori degli enti di formazione e Comuni per l’attuazione dei progetti di pubblica utilità. Ad oggi, l’agenzia non ha una piattaforma dedicata. E quello che si sa è solo che in Anpal l’85% del personale è “a scadenza” con contratti a termine. Il decretone ha messo a bilancio 10 milioni per il funzionamento dell’Agenzia e 1 milione l’anno per tre anni per stabilizzare il personale a tempo determinato.

Oltre ai più di 20 miliardi che saranno erogati nel triennio a 1,3 milioni di famiglie in uno stato di povertà, dovranno essere investiti in fretta i 3,4 miliardi previsti per potenziare la complessa macchina burocratica che si è messa in moto

L’investimento più alto per “accendere” i motori del Reddito di Cittadinanza resta però quello legato al potenziamento degli oltre 500 centri per l’impiego, per i quali è prevista una spesa di 900 milioni di euro nell’arco dei prossimi due anni, ai quali si aggiungono altri 280 milioni di euro tra il 2019 e il 2010 che verranno corrisposti alle Regioni per gli oneri derivanti dal reclutamento di altri 4mila addetti. Che si vanno ad aggiungere ai 1.600 già previsti dal Piano di Rafforzamento adottato nel dicembre 2017.

Un innesto che si rende necessario, visto che il decretone ha moltiplicato le mansioni per i centri per l’impiego. Che si dovranno occupare di individuare i componenti del nucleo familiare esonerati dagli obblighi; convocare a colloquio chi ha i requisiti per stipulare il patto per il lavoro; accogliere o verificare la Dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro; favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro; effettuare il bilancio delle competenze, offrire servizi di orientamento e di aiuto alla ricerca del lavoro; costituire lo Sportello Azienda e gestire gli incentivi; fissare gli incontri tra aziende e lavoratori; orientare i lavoratori ai corsi di formazione.

Tutto questo, attualemente, con soli 8mila operatori, visto che le altre assunzioni sono bloccate. Con i nuovi assunti, l’organico passerebbe 13.600 unità: il che vuol dire che ciascun operatore si troverà a gestire 95 destinatari di reddito di cittadinanza e che avremo un operatore ogni 213 persone in cerca di lavoro. Ma non è solo una questione di numeri. Perché il personale dei centri andrebbe anche riqualificato. Nella maggior parte dei casi gli impiegati oggi sono non laureati e in una fascia di età medio-avanzata, con funzioni prettamente amministrative/gestionali. Figure professionali come, ad esempio, psicologi, orientatori, mediatori interculturali ed esperti nella presa in carico delle categorie vulnerabili sono presenti principalmente tra il personale esterno. A rendere inimmaginabile che i centri per l’impiego, allo stato attuale, assumano il ruolo di perno del reddito di cittadinanza, spiegano da Fpa Data Insight, sono poi anche le difficoltà strutturali: non esistono ancora banche dati per l’incrocio tra domanda e offerta di lavoro, e i software a disposizione sono obsoleti.

A rendere inimmaginabile che i centri per l’impiego, allo stato attuale, assumano il ruolo di perno del reddito di cittadinanza, sono anche le difficoltà strutturali: non esistono banche dati per l’incrocio tra domanda e offerta di lavoro, e i software a disposizione sono obsoleti

Nella complicata trafila, al fianco dei centri per l’impiego troviamo poi i Comuni, in un ruolo diverso da quello che avevano con il Reddito di inclusione (Rei). Gli uffici comunali non sono più la porta di accesso per i cittadini alle misure di contrasto alla povertà. Ora le domande si inoltrano per via telematica, nei Caf e negli Uffici postali che provvedono a trasmetterle all’Inps. Un sistema nuovo che vale 50 milioni di euro per l’Inps e 35 milioni di euro per i Caf, secondo la nuova convenzione stipulata. Ma questo non comporta una diminuzione del carico di lavoro per i comuni. Gli uffici anagrafe comunali sono chiamati a verificare i requisiti di soggiorno e residenza, per comunicarli all’Inps entro cinque giorni. E gli altri reparti dovranno poi predisporre i progetti di pubblica utilità sociale per tutti i beneficiari entro sei mesi dall’entrata in vigore del decreto; alimentare le banche dati; segnalare informazioni sui fatti suscettibili di sanzioni o decadenza del beneficio. I servizi sociali si dovranno invece occupare di convocare i richiedenti con bisogni complessi (entro 30 giorni dal riconoscimento del beneficio); effettuare la valutazione multidimensionale e predisporre il Patto per l’inclusione sociale; attivare progetti di presa in carico sociale anche dei beneficiari che sottoscrivano il Patto per il lavoro. Tutto in una situazione in cui gli enti comunali, come gran parte della pubblica amministrazione, si trovano sotto organico. Basti pensare che il personale comunale in servizio è passato da 391mila unità nel 2010 a 338mila nel 2016. E con la quota cento altri 50mila impiegati, secondo la previsione dell’Anci, andranno in pensione anticipata. Lasciando scoperte molte scrivanie.

Per sostituire il personale che andrà in pensione, a normativa vigente, i Comuni dovranno aspettare l’esercizio successivo. Mentre quelli che hanno avviato procedure di riequilibrio finanziario o dichiarato il dissesto potrebbero trovarsi nell’impossibilità di assumere nuovo personale. Senza dimenticare che tra le dotazioni finanziarie del decreto non sono riconosciuti ai Comuni gli oneri che deriveranno dalla fase dei controlli dei requisiti, né tantomeno quelli derivati dall’attivazione dei progetti di pubblica utilità. Per queste mansioni sono state lasciate invariate le risorse già destinate ai servizi sociali territoriali: oltre un miliardo e 500 milioni di euro del Fondo Povertà per attrezzare i propri sistemi informativi al complesso dialogo tra piattaforme digitali nazionali, ancora tutte da sviluppare, e per assumere assistenti sociali a tempo determinato. Con il paradosso che i Comuni si troveranno ad assumere nuovi assistenti sociali non strutturali proprio quando scadranno a dicembre 2019 i tanti assistenti sociali assunti e formati investendo circa 490 milioni di euro risorse del Pon inclusione per assistere i beneficiari del Rei. Si assumeranno di fatto disoccupati per crearne nuovi, che andranno poi a chiedere il reddito di cittadinanza monitorato dagli ex datori di lavoro.

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