Il voto in Canada
22 Ottobre Ott 2019 1300 22 ottobre 2019

Barba, turbante e idee progressiste: chi è Jagmeet Singh, il prossimo alleato di Justin Trudeau

Il risultato delle urne ha permesso al leader dei Liberali di riconfermarsi alla guida del Paese, ma stavolta avrà bisogno di un appoggio. Che sia governo di minoranza o di coalizione, sembra quasi certo il dialogo con il Nuovo Partito Democratico

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Don MacKinnon / AFP

Quattro anni ancora, come Barack Obama del 2012. Stavolta però il protagonista è Justin Trudeau, riconfermato dai Canadesi come primo ministro. Una vittoria per nulla scontata: fino all’ultimo giorno i sondaggi parlavano di un possibile testa a testa tra il leader dei Liberali ed Andrew Scheer, capo dei Conservatori. Tesi smentita dai risultati. Trudeau può quindi festeggiare per la vittoria, ma fino a un certo punto. Il suo partito infatti ha perso la maggioranza assoluta ottenuta nel 2015 e sarà perciò costretto a trovare un compromesso. Due le possibili vie percorribili: la prima è un governo di minoranza, la seconda un governo di coalizione.

«Il risultato di Trudeau è un successo se guardiamo alla vigilia. È certamente positiva la conferma dei Liberali e del primo ministro al governo ma i fatti positivi si fermano qui», commenta Gianluca Pastori, docente dell’Università Cattolica di Milano e analista dell’ISPI. L’epilogo sembra chiaro: «il prossimo governo sarà di minoranza, grazie al sostegno del Nuovo Partito Democratico di Jagmeet Singh, con inevitabile spostamento dell’asse di governo a sinistra». Trudeau quindi sembra destinato a ripercorrere le ombre del padre Pierre, anche lui costretto nel 1972 a guidare un governo di minoranza dei liberali.

Jagmeet Singh e il suo Nuovo Partito Democratico saranno la vera chiave di lettura per interpretare la politica di Ottawa dei prossimi quattro anni

Un nuovo protagonista si affaccia sulla scena della politica canadese. Jagmeet Singh, e il Nuovo Partito Democratico, saranno la vera chiave di lettura per interpretare la politica di Ottawa dei prossimi quattro anni. Nato a Toronto, Singh, di etnia sikh, è il primo esponente di una minoranza a diventare leader di uno dei tre principali partiti dello schieramento. Una storia personale che si intreccia profondamente anche con il posizionamento politico dei Democratici. «La proposta politica del partito si è basata essenzialmente su questioni sociali molto sentite, come l’housing, il salario minimo, l’assistenza sanitaria e i diritti delle minoranze, e su una piattaforma ambientalista molto avanzata». Adesso alcune delle proposte entreranno inevitabilmente nel programma di governo. «È molto probabile che Trudeau faccia sue alcune idee di Singh. Sul sociale c’è più convergenza tra i due partiti, più difficile sul lato ambientale. La ragione è semplice: le proposte del NDP andrebbero a impattare troppo sul difficile equilibrio che regna in Canada, che convive tra tutela ambientale, tema molto sentito nel Paese, e lo sfruttamento dei combustibili fossili, da cui Ottawa ricava la sua ricchezza e la sua influenza». Per Trudeau non sarà facile trovare un nuovo compromesso.

L'idea dei Democratici è stata quella di porsi come forza realmente alternativa al governo in carica, eletto quattro anni fa con la speranza di un cambiamento che poi non si è realmente realizzata

Il leader dei Democratici si distingue non solo politicamente. Anche la sua figura, caratterizzata da turbanti molto colorati e da una folta barba grigia, racconta molto. «L’aspetto vistoso è certamente un punto di forza, perché lo rende più credibile quando parla di alcuni aspetti, come i diritti delle minoranze. È un leader dal forte carisma e su questo potrebbero nascere anche delle scintille col futuro primo ministro». Con lui il Nuovo Partito Democratico ha cambiato rotta. «Singh lo ha spostato a sinistra, seguendo un sentimento popolare diffuso non solo in Canada. I partiti progressisti che guardano troppo al centro ormai non piacciono più: le primarie del Partito Democratico negli Stati Uniti lo raccontano, come il destino degli altri movimenti nel resto del mondo. L’idea dei Democratici è stata perciò quella di porsi come forza realmente alternativa al governo in carica, eletto quattro anni fa con la speranza di un cambiamento che poi non si è realmente realizzata». Un posizionamento politico che ha risposto alle iniziali incertezze. «Così facendo Singh almeno è stato chiaro. Perché l’elettore del NDP va convinto a votare a sinistra non tanto ponendosi come alternativa a Scheer e ai Conservatori ma a Trudeau». Eppure, anche il NDP non ha di che festeggiare, i risultati segnalano quasi 600 mila voti in meno rispetto al 2015. «Il calo e la contemporanea crescita del peso politico dei Democratici è più un demerito dei Liberali che un merito di Singh. Il voto segnala forse un certo distacco anche da un’idea di NDP come forza progressista, ma che a questo punto sarà determinante nel prossimo governo. L’idea è quella di mantenersi fuori dall’esecutivo, visto anche il risultato non esaltante, per cercare di evitare i mal di pancia all’interno del partito e allo stesso tempo di incidere nell’agenda politica». E Justin Trudeau dovrà per forza ascoltarli.

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