L’avventura nel cuore nero
12 Dicembre Dic 2019 0600 12 dicembre 2019

Storia civile (e inedita) dei ragazzi di Piazza Fontana

Tra gli anni 90 e il 2000, un gruppo di ricercatori ventenni ha vissuto 12 ore al giorno dentro gli archivi dello Stato per cercare i segreti sulle stragi. Il romanzo di formazione della Repubblica e di un team che ha vissuto quegli anni come un secondo dopoguerra

Piazza Fontana_Linkiesta
Foto da Twitter

Vi ricordate gli "angeli del fango", quelle migliaia di ragazzi che spalarono i detriti dell'alluvione di Firenze riportando alla luce le opere d'arte della città toscana che rischiavano di finire perdute? Era il 1966 e quella straordinaria opera di volontariato, sorta di servizio civile ante-litteram, rimase nella storia trasformandosi in collante generazionale, esperienza collettiva finita nei libri di storia.

Trent'anni dopo, nel 1996, nasceva un altro gruppo di ragazzi che si misurerà non con il fango ma con il sangue, i misteri e i segreti fino ad arrivare al cuore nero della Repubblica. Questa è la storia inedita dei ragazzi di Piazza Fontana, un gruppo di ventenni che entrò negli archivi dei palazzi del potere e ne uscì dieci anni dopo con oltre un milione di carte viste, oltre centomila documenti fotocopiati. Una torre di carta che finirà in alcuni tra i processi più importanti della storia giudiziaria italiana, da Piazza Fontana a Piazza della Loggia, alla strage della Questura di Milano e di Bologna, sui delitti di Enrico Mattei, il Presidente dell'Eni, e dei giornalisti Mauro Rostagno e Mauro De Mauro.

Esattamente cinquant'anni dopo la madre di tutte le stragi, la bomba che ha cambiato la vita di almeno due generazioni di italiani, è possibile raccontare come è potuto accadere e perché hanno deciso di venire allo scoperto. Niente cognomi però, solo nomi e ricordi, «perché l'importante è esserci stati, non farsi riconoscere». Massimo, Silvio, Nicola, Carlo C e Carlo B. sono quelli che Linkiesta è riuscita a scovare. Non sono mai finiti sui media o nelle centinaia di libri che raccontano la storia che hanno contribuito a far emergere.

C'è chi è diventato genitore e chi ha abbandonato l'Italia, chi, anche grazie a quella esperienza, è diventato giornalista, chi insegna storia nei licei e chi è diventato produttore cinematografico e chi invece si è "ritirato", ha scelto di non toccare più i fili dell'alta tensione. Ma quando "hanno toccato la Storia" avevano appena vent'anni: tutti studenti o appena laureati, chi in filosofia chi in storia.

Tutto inizia nel 1996, quasi per caso. Il giudice istruttore Guido Salvini aveva riaperto il cold case più complicato, quello su Piazza Fontana la madre di tutte le stragi: 17 morti e nessun colpevole. Convoca Aldo Giannuli, professore universitario e consulente della commissione parlamentare d'inchiesta sul terrorismo. Gli affida una missione impossibile, trovare le prove documentali su quello che una serie di "pentiti" di estrema destra stavano mettendo a verbale.

L'intera galassia del neo-fascismo stragista stava per essere squadernata. E con essa le incredibili complicità di cui aveva goduto in Italia e all'estero da settori istituzionali

L'avventura nel cuore nero dell'Italia inizia così: «Accerti il perito l'esistenza presso l'Archivio Centrale dello Stato o le sue sedi periferiche e gli altri archivi dei singoli Ministeri, riguardante le seguenti organizzazioni: - Aginter Presse - Avanguardia Nazionale - Ordine Nuovo - Nuclei di Difesa dello Stato - Lega Anticomunista Mondiale - Fronte Nazionale. Esponga con relazione scritta le sue considerazioni in ordine alla attendibilità del materiale eventualmente rinvenuto, la corrispondenza delle notizie raccolte rispetto a quanto già emerso dalle risultanze processuali già note e dalla saggistica italiana e straniera in materia, inquadrando le stesse nel contesto nazionale e internazionale del tempo». L'intera galassia del neo-fascismo stragista stava per essere squadernata. E con essa le incredibili complicità di cui aveva goduto in Italia e all'estero da settori istituzionali.

Non era una perizia ma l'avvio di un film dell'orrore.

L'avvio è da brividi: il perito scopre le tracce di un archivio coperto, occultato. 200 faldoni "dimenticati" in un deposito della Polizia di Stato alla Caserma Campari di Roma, un pezzo della storia d'Italia vista dagli occhi, e le orecchie, dell'Ufficio Affari Riservati, il sancta sanctorum del controspionaggio italiano. A dirigerlo il master-spy italiano, Federico Umberto D'Amato che si definiva le jongleur, il giocoliere. Uno che trattava da pari a pari con tutti i capi della Cia.

Venne chiamato l'archivio parallelo della Via Appia, un deposito sterminato che parte dal regime fascista e arriva agli anni '70 dove Giannuli scopre tra l'altro anche parte di un ordigno utilizzato nel 1969 per un attentato su un treno, anticipo della bomba del 12 dicembre. Giannuli capisce che serve un metodo e un gruppo.

«Io c'ero», dice oggi Carlo C. che vive a Londra e si occupa di importazioni di vini nel Regno Unito. «Era destino che vedessi in faccia il cuore nero del mio Paese. La mia bisnonna finita uccisa nell'eccidio di Fucecchio dai nazifascisti nel '44 e io che 50 anni dopo mi trovai in mano l'organigramma del Ovra fascista e di come quei criminali finirono per riciclarsi nelle forze di polizia della Repubblica».

Un pozzo nero infinito: lì i ragazzi di Giannuli trovano le prime tracce del Noto Servizio, sorta di organizzazione spionistica fuorilegge che ha operato in Italia dalla Seconda guerra mondiale agli anni Ottanta e che incrocia molte delle vicende più oscure della storia nazionale: da piazza Fontana al caso Moro al rapimento Cirillo. Appare così la "squadra 54", un dispositivo di poliziotti e fonti di ogni tipo, tra cui giornalisti e esponenti politici. Non c'è solo sangue in quelle carte, c'è la descrizione precisa e metodica di come certe carriere politiche nascono e diventano leadership: da Craxi, ad Andreotti a Forlani. Non c'è big della Prima Repubblica che non venga tenuto d'occhio, dossierato, monitorato.

È l'Italian Tabloid, solo che qui la trama non è nelle mani di uno scrittore. Ma in quelle di un professore e dei suoi "allievi".

«C'è qualcosa che non riesco a dimenticare. Era la nota che descriveva i minuziosi pedinamenti di Franca Rame e Dario Fo. Mentre la gente moriva uccisa dalle bombe, gli apparati prendevano di mira due intellettuali, due attori. Mi fa ancora schifo pensarci»

Carlo L.

Scoppia lo scandalo. La scoperta di Giannuli e del suo gruppo finisce su tutti i giornali e in Parlamento. Le carte fissano il "padrino" politico del Noto Servizio: manco a dirlo è Giulio Andreotti. Che commenta con il suo solito stile: «Non ricordo questo particolare». Le carte, come quella che pubblichiamo, lo smentiscono.

Tra le carte recuperate ci sono quelle di Tonino Labruna, spione di rango che su ordine del vertice dei servizi fa espatriare i neo-fascisti coinvolti nelle indagini. Tra le sue "missioni" c'era quella di intercettare l'utenza privata di Giulio Andreotti. Incredibile ma vero. La tensione intorno al lavoro di Giannuli è altissima ma nessun nome della squadra esce allo scoperto.

«Mai avuto paura, nessuno ha mai pensato di mettersi in mostra: sentivamo il peso di una grande responsabilità. Aldo fu un grande leader. Stiamo lavorando per la Procura di Milano e per la Storia, ci diceva sempre. E noi ne eravamo orgogliosi» - ricorda Carlo.

Di cosa odorano i segreti, le bugie, l'inganno? «Di polvere, odorano di polvere. E noi di polvere ne abbiamo respirata tanta», dice Massimo, oggi giornalista Rai. Milioni di pagine viste, lette, decrittate. Rapporti, note riservate, appunti confidenziali, verbali, memoriali. «Non erano i grandi segreti che mi hanno provato», dice Carlo L. «Non ero ingenuo, ma c'è qualcosa che non riesco a dimenticare. Era la nota che descriveva i minuziosi pedinamenti di Franca Rame e Dario Fo. Mentre la gente moriva uccisa dalle bombe, gli apparati prendevano di mira due intellettuali, due attori. Mi fa ancora schifo pensarci».

«Siamo stati i guardoni della Repubblica», aggiunge.

In via Appia c'era la preistoria della Stato Italiano post Ventennio. Viene fuori anche una cartella intitolata a "Salvatore Giuliano", il bandito siciliano autore della strage di Portella della Ginestra, 11 persone uccise nel corso della manifestazione del Primo Maggio 1947 in provincia di Palermo, l'inizio della guerra fredda in Italia. Era vuota.

Il muro del segreto di Stato, il mito degli archivi inespugnabili però stava franando. E l'inizio della caduta fu quella perizia di Salvini, il metodo Giannuli e l'opera di quel gruppo formato da una decina di ventenni.

Ma andava in pezzi anche tutta la trita retorica basata sull'impostura che negli archivi si sarebbe trovata la verità su ogni avvenimento dal '45 ad oggi. «Quando sento dire a qualcuno "aprite gli archivi" sorrido amaramente. Noi lo abbiamo fatto, trovando le prove che gli apparati erano fortemente collusi, questo sì, con gli stragisti. L'Italia è stata un tavolo operatorio e le cavie eravamo noi», dice Nicola, il più "anziano" del gruppo.

Al contrario la memoria venne fatta a pezzi dalla sciatteria e la disorganizzazione con le quali erano amministrati gli archivi istituzionali: una strategia fortemente voluta. La presidenza del consiglio dei ministri ci mise anni a rivelare quanti archivi di Palazzo Chigi ci fossero. Alla fine erano 7, di cui uno alla sede della Protezione Civile, un luogo insospettabile.

"Strategia della tensione" e "anni di piombo" non sono, dunque, fantasiose invenzioni linguistiche, ma espressioni riassuntive e indicative di un periodo nel quale la democrazia in Italia corse rischi reali, della cui gravità anche questo processo è prova

Carlo B. oggi fa il professore di storia nei licei. «Sai di cosa stiamo parlando, di gente che professava idee naziste. Oggi abbiamo i nipoti quelli che dicono di odiare la Segre e che ci vorrebbero i forni crematori, erano i padri degli haters di oggi, di chi ancora si professa fascista, vivevamo 12 ore al giorno immersi in questa storia».

Dieci anni chiusi negli archivi e quelli diventano delle lenti di ingrandimento che deformano ogni aspetto della vita civile, quella che ti aspetta fuori. «Le carte ci hanno cambiato dentro: tradimenti, menzogne, morti e segreti, tutti con i bolli dello Stato», dicono.

«Ci è stata svelata l'intera infrastruttura del potere, quello vero. Servivano ampie dosi di affetto e grandi mangiate e bevute per fare pulizia di quell'immenso terrificante caleidoscopio in un cui eravamo immersi», dice Nicola.

Nel 1997 l'esperimento è ormai partito. I ragazzi di Piazza Fontana bucano ogni archivio, invadono anche quelli dove un "civile" non ha mai messo piede, nemmeno un magistrato. Quelli dei servizi segreti, dei comandi provinciali dell'Arma, del Ministero dell'Interno, della Finanza, di Palazzo Chigi. Si procede per strage, non si può opporre il segreto di Stato. "I ragazzi del fango" passano di caso in caso, di nome in nome, di delitto in delitto. La procura di Milano si serve di loro anche per la strage della Questura in via Fatebenefratelli, poi arriva Pavia per il delitto Mattei, poi Brescia per la strage di Piazza della Loggia. E alla fine la procura di Palermo per gli omicidi di Mauro De Mauro e Mauro Rostagno.

Francesco Cossiga, che considerava lo spionaggio una nobile arte capisce che quel "saccheggio" riguarda anche la sua decennale carriera tutta svolta all'ombra di segreti grandi e piccoli. L'uomo che difese la Gladio non la prende bene, «sento sempre parlare di questo famoso consulente della Procura di Brescia e della sua squadra…».

Come è stato possibile viene da chiedersi? La risposta è semplice. Gli anni '90 sono stati come un secondo dopoguerra, un liberi tutti che permette quel miracolo. Il mondo è cambiato, il muro di Berlino non c'è più, gli eredi del Pci sono al potere e una nuova leva di ufficiali di polizia e carabinieri ha reciso decennali complicità. «Ci siamo trovati di fronte - racconta Massimo - degli uomini eccezionali che onoravano la divisa che portavano, uomini buoni di raffinata intelligenza. Sono stati i nostri migliori alleati». Alcuni nomi: Massimo Giraudo, alto ufficiale dei Carabinieri che ha arrestato tra gli altri Gianni Guido, uno dei massacratori del Circeo; Michele Cacioppo, il più stretto collaboratore dell'inchiesta su Ustica - condotta da Rosario Priore - profondo conoscitore dei misteri del Viminale, e molti altri di cui è impossibile fare il nome, operativi e analisti. «Con alcuni di loro un giorno abbiamo giocato a calcio in mezzo nello spiazzo di una caserma" dice Silvio braccio destro di Giannuli e oggi produttore cinematografico, «era un modo di riappropriarci di brandelli di vita reale».

E poi, ovviamente, i magistrati Guido Salvini e Francesco Piantoni che al metodo Giannuli e a quei ragazzi diedero un compito gigantesco.

Il quesito di Salvini viene soddisfatto, i ragazzi del fango trovano migliaia di documenti che provano come tutta la catena di comando di Ordine nuovo era seguita passo passo dai nostri servizi

Che fine fanno i vent'anni quando finisci in un vortice simile? «Quell'esperienza è riassumibile con l’inquadratura del mondo che vedevo dal finestrino dei taxi - è la voce di Carlo B. - i pochi momenti di luce che avevamo tra un’immersione e l’altra in quel mondo cupo degli archivi mi sembravano l’uscita del prigioniero dalla caverna di Platone, ma a parti invertite: il mondo della verità erano i nostri anfratti bui fitti di carte, il mondo della luce dove gli umani continuavano a fare la spesa, andare a scuola e al lavoro, partire per visitare i parenti o curarsi era quello dell’ingenuità e dell’illusione. Pensavo a chi a Milano, a Brescia, a Bologna, era andato a fare un versamento, a fare una passeggiata, ad ascoltare un comizio, aveva preso un treno, con la stessa serenità che vedevo oltre il finestrino e non era più tornato a casa».

«Avevo un rituale, ricorda Nicola. Ogni volta che uscivo fuori da quel mondo di ombre così reali mettevo le cuffie e la prima canzone era sempre la stessa». Nicola pigia il tasto play sul telefono. La voce di Lindo Ferretti arriva bassa e lenta come una preghiera.

A tratti percepisco tra indistinto brusio
Particolari in chiaro,
Di chiara luce splendidi,
Dettagli minimali in primo piano,
Più forti del dovuto e adesso so
Come fare non fare, quando dove perché
E ricordando che tutto va come va
Come fare non fare, quando dove perché
E ricordando che tutto va come va
Ma non va, non va, non va, non va...

Sono un povero stupido so solo che
Chi è stato è stato e chi è stato non è
Chi c'è c'è e chi non c'è non c'è

Il quesito di Salvini viene soddisfatto, i ragazzi del fango trovano migliaia di documenti che provano come tutta la catena di comando di Ordine nuovo era seguita passo passo dai nostri servizi. Si incontravano, andavano a cena, a volte li facevano espatriare. Era un gioco di simulazione senza regole. Solo che a terra c'erano i morti. Castelli di carte che finiscono nei processi, nei libri, sui giornali. È la storia parallela della Repubblica.

Ma in mezzo a tanta carta e polvere c'era la carne, quella vera, e il dolore. "Danni collaterali" li chiamano nelle operazioni di guerriglia. E se dalle parole puoi difenderti dagli sguardi no. «Dopo la fase istruttoria con le carte già consegnate - è Massimo a parlare - incontrai Manlio Milani, sopravvissuto alla strage di Piazza della Loggia dove perse la giovane moglie. Aldo mi presentò e gli disse che facevo parte della "squadra". Ma sono tutti così giovani? chiese Milani. E poi mi abbracciò. Non so nemmeno io come riuscì a non piangere. Era anche per loro, soprattutto per loro, che avevamo lavorato, per provare a dargli pace».

«A Milano conobbi Fortunato Zinni, sopravvissuto a Piazza Fontana, e Francesca Dendena che perse il padre Pietro - ricorda Nicola. Esseri speciali, lucidi e senza un filo di rancore. Zinni, infaticabile divulgatore di tutta quella memoria, mi consegnò un premio. "Grazie per quello che avete fatto", mi disse. È la prima volta che lo racconto».

Lo scavo produce migliaia di atti che finiscono nei nuovi processi. Per Piazza Fontana sono 6 le relazioni che raccontano come la trama della strage si dipana tra i neo fascisti di Ordine Nuovo protetti dai vertici degli apparati e con connessione dirette con ufficiali americani. L'impatto sul processo per Piazza della Loggia è ancora più forte, quasi 60mila fogli recuperati, tra rapporti e note riservate, condensati in 51 relazioni. Per l'attentato del 28 maggio 1974 vengono condannati Carlo Maria Maggi, ai vertici di Ordine Nuovo, e Maurizio Tramonte, nome in codice "Tritone", fonte dei servizi, una spia a metà tra Stato e terrorismo. Le sue note vengono recuperate dai ragazzi di Giannuli.

ON era il braccio operativo delle stragi italiane. E chi li doveva fermare sapeva tutto. Come il Viminale che per 20 anni coltiva la fonte "Aristo" il segretario personale di Pino Rauti, capo di Ordine Nuovo e influente deputato del MSI. Negli anni '70 le sue note erano state "amputate" prima che ne fossero informati i magistrati che indagavano sulla strage di Piazza Fontana. Anche questo segreto di stato cade negli anni '90, le note vengono recuperate integralmente.

La sentenza per Piazza della Loggia stabilisce che dalle carte recuperate, «emerge la più importante centrale internazionale eversiva allora esistente, nascosta dietro una finta agenzia di stampa». Era l'Aginter Presse, sede a Lisbona e coperture ad entrambi i lati dell'Atlantico, pieno zeppo di mercenari, spie ed ufficiali di ogni nazionalità: pianificazione politico-strategica ma anche dirty-job. È lì che viene decisa la "strategia della tensione".

Dieci anni di lavoro condensate in poche pagine di una sentenza definitiva che per la prima volta blinda verità giudiziarie e responsabilità politiche. «La rigorosa ricostruzione storica operata dal prof. Aldo Giannuli - scrivono i giudici bresciani - nella perizia a lui affidata nell' ambito del processo celebrato a Milano…oltre che le imponenti produzioni documentali ad esse collegate, [permettono] la ricostruzione sistematica della storia di Ordine Nuovo… "Strategia della tensione" e "anni di piombo" non sono, dunque, fantasiose invenzioni linguistiche, ma espressioni riassuntive e indicative di un periodo nel quale la democrazia in Italia corse rischi reali, della cui gravità anche questo processo è prova».

I ragazzi del fango del '96 sono dentro queste righe storiche. «Non ci abbiamo nemmeno fatto caso, per noi il nostro "servizio civile" si era chiuso», dicono oggi. Il gruppo ha preso strade diverse, la vita reale chiamava, chi è andato lontano e chi invece è rimasto.

Eppure, nemo profeta in patria. Il loro metodo non doveva essere replicato, non doveva più accadere che un gruppo di ventenni, di outsiders, potesse di nuovo entrare nel cuore dello Stato e metterlo in mostra. Lo stop arriva con una legge nel 2007 sul segreto di Stato. Con l'articolo 15 viene stabilito che «l’autorità giudiziaria procede direttamente sul posto all’esame dei documenti… Nell’espletamento di tale attività, l’autorità giudiziaria può avvalersi della collaborazione di ufficiali di polizia giudiziaria». Traduzione: non mandateci più ragazzini, non provateci più. È il termidoro degli archivi, la controrivoluzione. Mai più nessun professore, mai più giovani laureati.

«Lo Stato è arrivato "in ritardo" di dieci anni - dice Massimo. Ma in quel caso eravamo noi lo Stato, la sua parte migliore. Piazza Fontana ci ha cambiato la vita, anche se non eravamo ancora nati».

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