Alberto Cazzani
Liberalizzazioni immaginarie
25 Luglio Lug 2018 1200 25 luglio 2018

Le liberalizzazioni fanno bene: Soprattutto alle nostre tasche

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Liberalizzazioni, trasporti pubblici locali e debito pubblico. Se vi sembrano cose scollegate fra di loro dovreste dare un occhiata alla bella indagine realizzata del centro studi di Mediobanca, che fa nomi e cognomi di alcuni dei responsabili del debito pubblico italiano. Analizzando l’andamento delle principali 82 società pubbliche che hanno come azionisti le Regioni, i Comuni sopra i 100mila abitanti e le Province (prima della riforma) con almeno 500mila abitanti, a cui fa a loro volta riferimento una galassia di 418 società, si scopre un saldo complessivo negativo pari a 43,6 miliardi di euro. Di questi, ben 16,8 sono attribuibili alle aziende che si occupano di Tpl. Ora la conclusione è semplice: ecco una delle cause del debito pubblico! Certo, non tutti i 2mila miliardi e passa del debito pubblico sono da rintracciare negli Enti locali e nelle loro partecipate. Però è vero che l’oceano è fatto di gocce e quella del traporto pubblico locale è una goccia importante.

Proviamo a mettere il discorso in fila e a inquadrare meglio il problema: le partecipate esistono per soddisfare bisogni sociali essenziali, non solo per fare cassa. Tuttavia, da quando esiste il vincolo di bilancio gli Enti pubblici dovrebbero utilizzarle per recuperare i soldi per sopravvivere. A questo punto c'è un problema: mentre un’azienda privata, se non fa ricavi e utili fallisce, lo Stato che pretende di fare l’imprenditore si salva gonfiando il debito, perché ha più paracaduti. Il problema è la commistione tra contabilità, economia e politica. Tempo fa, Andrea Giuricin, dell’Istituto Bruno Leoni, svelava un segreto di Pulcinella, riferibile all’Atac quanto a tante altre società di Tpl a partecipazione pubblica. “Le aziende di trasporto pubblico, tutte di gestione comunale, stanno affondando i bilanci dei Comuni stessi. Ma alla politica interessa mantenere il controllo su aziende che muovono migliaia di posti di lavoro”.

Il discorso di Giurcin è lineare ma va aggiunta una postilla, le aziende del trasporto pubblico locale seguono dinamiche proprie anche per l’occupazione. Le partecipate non fanno impresa, bensì soddisfano interessi politici ed elettorali, spesso di basso profilo, piazzando ai vertici delle aziende i propri uomini e gestendo in modo eticamente discutibile le assunzioni dei lavoratori.

Ora, la soluzione ci sarebbe. Giuricin la dice. Io la ripeto in maniera snervante da mesi. E tanti altri sono della stessa opinione. Liberalizzare! Un regime di concorrenza svincolerebbe le risorse, aiuterebbe le amministrazioni locali a ridurre gli sprechi e renderebbe il settore dei trasporti – ma non solo questo – più efficiente e migliore in termini di qualità.

Il problema però è politico. Se il debito è lo strumento scelto per risolvere interessi non economici, la questione non si pone. Il modo di fare impresa di uno Stato-imprenditore non è lo stesso di un qualsiasi soggetto privato. Volete una dimostrazione? L’intenzione del ministro Toninelli di tornare a controllare il 51% di Alitalia, con una cordata cui parteciperebbe addirittura Ferrovie dello Stato, che già ci sta provando con Anas. Eppure tutti sanno quanto i contribuenti italiani si siano svenati per Alitalia. Di fronte a un Governo che si dichiara favorevole al controllo dell’intero settore dei trasporti, mi vien da pensare soltanto alla nazionalizzazione. Una bellissima idea, peccato non abbia funzionato.

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