I borghi abbandonati? Trasformiamoli in carceri

Il sovraffollamento delle carceri italiane è problema ben noto. Come risolverlo? Giovanni La Varra, architetto e urbanista, propone di non consumare nuovo suolo per costruire edifici carcerari, ma di utilizzare invece le centinaia di borghi abbandonati in giro per la Penisola. Utopia? Non necessa...

Borghi
5 Giugno Giu 2011 1236 05 giugno 2011 5 Giugno 2011 - 12:36
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Si potrebbe anche partire dalla Costituzione. Perché l’art. 9 stabilisce che la Repubblica “tutela il paesaggio”, mentre l’art. 27 recita: “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.
Come è noto le carceri italiane “scoppiano” per usare un termine che sintetizza malamente un problema drammatico. Il che vuol dire che dove ci dovrebbero stare 45.000 detenuti ce ne stanno 69.000, e stanno stretti in strutture antiche, desuete, spesso inadatte a svolgere un ruolo delicato come quello di offrire un ambiente favorevole alla ricostruzione di se stessi.
Come è anche noto, l’Italia è attraversata da un fenomeno – abbastanza unico nel territorio europeo – di forte spopolamento dei borghi di piccole dimensioni. Sugli appennini o nelle prealpi, sono ormai più di 300 i “borghi fantasma” per usare un’altra formula ad effetto.

D’altra parte, il Governo ha allo studio un nuovo Piano Carceri che dovrebbe riprodurre modelli di edilizia carceraria già consolidati e costruire una ventina di nuovi penitenziari più una decina di nuovi padiglioni in penitenziari esistenti.
Se provassimo a guardare congiuntamente i problemi dell’affollamento carcerario e quelli del disagio abitativo che costruisce borghi fantasma e paesaggi in abbandono, forse potremmo provare a immaginare una nuova forma di spazio carcerario che non riproduca solo modelli di recinti e padiglioni da piazzare ai margini delle grandi e medie città, ma piuttosto una forma di borgo-carcere per la creazione di un nuovo ambiente dove scontare la pena, un luogo che offra una maggior ricchezza all’esperienza della costrizione e, elemento non secondario, un nuovo presidio del territorio e del paesaggio.
Il fenomeno dei borghi fantasmi ha una origine lontana. Già durante il miracolo economico la “discesa a valle” della popolazione aveva creato i primi nuclei di case e territori “freddi”. Ma negli ultimi anni il processo ha visto una accelerazione repentina. E’ un fenomeno che riguarda tutta l’Italia, con alcuni picchi significativi, ma che vede una diffusa distribuzione di villaggi senza abitanti.

L’abbandono degli abitanti è abbandono del paesaggio: più nessuna attività agricola e di pascolo che disegni e controlli l’evoluzione dello spazio aperto, più nessuno che taglia i boschi o cura gli argini. In un paese costituzionalmente fragile come il nostro, stanno sparendo alcuni importanti presidi delle dinamiche naturali e antropiche del territorio, con conseguenze che potranno essere misurate nei prossimi anni di fronte a nuove manifestazioni di crisi idrogeologiche o ambientale.
A fronte di questi immensi territori disponibili, sarebbe il caso di valutare se, all’interno del Piano Carceri, non valga la pena di ipotizzare uno o più esperimenti di recupero di questi borghi fantasma per centrare un doppio obiettivo.
In primo luogo offrire un ambiente per scontare la pena che abbia una sua complessità interna naturale e che possa così contribuire a offrire - per i detenuti ma anche per chi lavora o presta servizi essenziali all’interno del carcere - uno spazio più stimolante, che recuperi la forma urbana del borgo come ambiente di vita comunitaria, luogo di scambio e di confronto. Si tratta in sostanza di selezionare alcune traiettorie di pena che possano avere intenzione di investire in questo progetto. Che è un progetto che può funzionare solo se viene sposato da tutte le componenti che “abitano” il carcere: dai detenuti ai loro parenti, dalle guardie a chi presta assistenza.

In secondo luogo, si tratta di offrire un’occasione per la ricostruzione di un paesaggio in abbandono, per tornare a occuparsi di agricoltura, pastorizia, manutenzione di luoghi delicati in cui la dimensione antropica deve essere mantenuta in tensione con quella naturale. I detenuti stessi potrebbero essere coinvolti in questo lavoro di manutenzione, coltivando attitudini proprie o conquistando nuove competenze che potrebbero poi essere spese una volta tornati alla vita in società.
E’ una proposta i cui limiti vanno però considerati con realismo.
La sicurezza innanzitutto. I borghi non sono recintati, anche se spesso la loro posizione nel territorio li rende naturalmente protetti o proteggibili. Ma è in ogni caso possibile studiare forme di recinzione che garantiscano la sicurezza della funzione che un carcere deve svolgere ma anche sperimentare nuove forme di controllo elettronico che il Ministero di Grazia e Giustizia sta valutando (il braccialetto elettronico) e che in un luogo come il borgo-carcere potrebbero avere una ragione specifica di utilizzo.
L’accessibilità in secondo luogo.

Molti borghi sono caduti in abbandono anche per la loro posizione periferica. Ma la diffusione del fenomeno è tale che oggi abbiamo borghi in abbandono nell’appennino parmense o abruzzese che sono a meno di 40 km da strade di grande percorrenza. Se inoltre i borghi-carcere fossero destinati a ospitare la custodia definitiva piuttosto che quella cautelare, sarebbe ridotta la necessità di “traduzioni” che non sono altro che il costoso sistema di trasporto in sicurezza del detenuto alla sede del processo. Ed è anche ipotizzabile che sarà sempre più diffusa una forma di presenza a distanza che, attraverso collegamenti digitali, permetta al detenuto di seguire il processo e parteciparvi attivamente senza necessariamente esserci fisicamente, cosa che impegna costi e personale del Ministero che ben altrimenti potrebbero essere utilizzati.

Infine, l’effetto nimby (not in my backyard), che oggi riguarda alcune delle grandi funzioni di cui il nostro territorio ha disperatamente bisogno. E’ vero che un carcere può provocare reazioni nelle comunità che vivono quel territorio. E intorno ai borghi in abbandono troviamo, oltre ad altri borghi “vuoti”, anche situazioni abitative consolidate che però vivono anch’esse immerse in una lenta dinamica di rallentamento sia in termini economici che demografici. Ma è proprio in questi territori che una nuova funzione importante come un carcere potrebbe essere rilevante. Il carcere, a suo modo, rappresenta una economia. Una economia che riguarda servizi per chi lavora all’interno, per le visite dei parenti, per quell’ampio numero di persone che afferiscono al carcere per insegnare, curare e sostenere i detenuti. In sostanza il carcere potrebbe essere un elemento di inversione di tendenza per un intero territorio, oltre magari a garantire quella nuova massa critica che potrebbe anche far si che ricompaiano servizi minimi quali la farmacia e le scuole, che sono spesso le finzioni sentinella che segnalano l’inizio del degrado e il prevedibile abbandono.

Le nuove forme di Welfare State del futuro non potranno più basarsi su un rapporto diretto tra bisogni e risorse. Abbiamo certamente bisogno di nuove carceri, e abbiamo anche la necessità di tornare a occuparci della manutenzione del paesaggio e dell’ambiente non solo quando questo rappresenta un valore riconosciuto dal turismo. E il territorio italiano ha bisogno, oggi più che mai, di sperimentare nuove visioni del futuro, con coraggio e realismo.

*Architetto, insegna alla Facoltà di Architettura e Società del Politecnico di Milano, dove sta svolgendo una ricerca didattica sul tema dei borghi-carcere.

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