
A essere benevoli, si potrebbe pensare che la mobilitazione della destra italiana tutta, moderata e immoderata, per la grazia a Mario Roggero sia dettata da uno scrupolo di coscienza, cioè dal senso di colpa per averlo usato come caso di scuola di quella difesa sempre legittima, che gli italiani brava gente pretendono dal codice penale e per averlo poi mollato al suo destino e a un’inevitabile condanna, senza avere nel frattempo legalizzato, come promesso, la giustizia privata estendendone i confini anche all’omicidio volontario, ma scriminato dalla meritevolezza sociale dell’illecito.
Detto in altri termini, rispetto al caso specifico: è vero che hai sparato a dei rapinatori in fuga, ed è vero che la tua azione non può essere giudicata come una reazione a un pericolo reale o percepito per la tua o altrui incolumità, ma visto che in fondo hai surrogato l’inerzia di uno Stato che non è stato in grado di difenderti, esercitando il suo diritto e adempiendo al suo dovere di fermare con le buone o con le cattive i delinquenti che ti hanno aggredito, lo Stato non dovrebbe punirti, ma ringraziarti. Quindi, caro Mario Roggero, noi ti promettiamo che tu e tutti quelli che come te assicureranno, a proprio rischio e pericolo, questo contributo all’igiene pubblica – come raccogliere le cartacce per strada e metterle nel cestino – non avrete più da temere i rigori della legge.
I neo-sansepolcristi, gli avvocatoni e gli ispettori Callaghan della coalition of the willing fascio-garantista sanno perfettamente che questa cosiddetta riforma implicherebbe la rottamazione del codice penale, non una semplice novella dell’articolo 52 in materia di legittima difesa, e infatti si sono ben guardati dal porvi mano, continuando però ad agitarla come una bandiera di eroica resistenza al correttismo giudiziario, che unirebbe magistrati e delinquenti contro i galantuomini e la loro idea sana e patriottica di giustizia, liberata dalla dolorosa schiavitù delle pandette e restituita a quella gioiosissima, anzi orgiastica del senso comune.
Ovviamente, anche in tempi pre-ministeriali, a intonare gli inni sacri alla giustizia privata svettava proprio il neomelodico di Via Arenula, che del garantismo galantomista – cioè dell’idea che la giustizia debba essere perbene con la gente perbene e permale con quella permale – è sempre stato un banditore, per quel misto di inclinazione reazionaria e sprezzatura snobistica che in Italia, chissà perché, se accompagnato da vestiti di ottimo taglio e da compiaciute citazioni letterarie passa per un crisma di sensibilità liberale.
Il dato però più rilevante è il seguente: i deliri della destra in materia di legittima difesa sono organicamente coerenti con quel diritto penale d’autore – perfezionato non a caso nella Germania nazista – che in Italia ha trovato lugubri declinazioni anche a sinistra (contro i colletti bianchi, i profittatori, i massoni…), secondo il quale il giudizio sulla colpevolezza rispetto a una condotta incriminata deriva in primo luogo dal giudizio sulla persona sospettata di esserne responsabile.
La colpevolezza in questi casi non viene dimostrata da un comportamento concreto, dalle sue circostanze oggettive, dai suoi elementi soggettivi e dall’eventuale presenza di cause di giustificazione, ma dall’identità sociale dell’accusato, dalla sua reputazione pubblica e dall’appartenenza a una categoria considerata, in sé, pericolosa o moralmente riprovevole.
Se però il diritto penale d’autore condanna anticipatamente le persone su cui grava uno stigma negativo, ne esiste una versione rovesciata – non la colpa d’autore, ma l’innocenza d’autore – che predetermina la non colpevolezza di un accusato in base al suo lignaggio e differenzia il giudizio su condotte identiche compiute da persone diverse in base alla differenza socialmente riconosciuta tra le une e le altre.
Se un personaggio chiacchierato o con precedenti penali si fosse comportato come Roggero nei confronti di un suo presunto pari grado – un mezzo delinquente o un delinquente intero – il giudizio sarebbe stato quello di un regolamento di conti e l’accusa di omicidio volontario non sarebbe stata in discussione. Nel caso di Roggero, che invece è ufficialmente una brava persona (anche se la sua fedina penale reca una precedente condanna patteggiata per minacce aggravate dall’uso di armi), si tratta di un’offesa alla sua reputazione e alla stessa idea di giustizia.
L’articolo 47-ter, comma 01 della legge sull’ordinamento penitenziario (354/1975) prevede che i detenuti ultrasettantenni come Roggero, anche se in carcere per reati gravi, possano chiedere la detenzione domiciliare laddove non sussistano circostanze ostative, che non riguardano il caso del gioielliere di Grinzane Cavour (tra parentesi: i detenuti ultrasettantenni in Italia non si contano sulle dita di una mano, ma sono circa 1300).
La scelta di non perseguire una strada agevole che gli consenta rapidamente di uscire dal carcere per tornare dalla sua famiglia, ma di puntare su una sorta di grazia risarcitoria, da estorcere a Mattarella, è una continuazione con altri mezzi di quella guerra iniziata il 28 aprile 2021, quando Roggero venne istigato non ad ammettere di avere perso il lume della ragione per la paura e la rabbia – cosa che merita umana pietà e comprensione – ma a rivendicare il suo gesto come un atto di giustizia necessario e inevitabile.
La grazia non sarebbe quindi un atto di riconciliazione, ma una riparazione per l’ingiustizia subita dal condannato da parte dei giudici e una condanna postuma per i morti ammazzati. Ben si capisce perché Mattarella abbia subito chiarito di non volere stare a questo gioco.