L’economia domina le nostre vite ma è una scienza?

Oggi giorno vediamo gli economisti litigare, spesso divisi in fazioni contrapposte come tifoserie calcistice, e mai come in questo tempo i mercati dominano le nostre vite. L'economia poi fa sempre maggior ricorso alla matematica e cerca di avere un valore di previsione. Ma è una scienza? «Non è c...

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19 Agosto Ago 2012 1100 19 agosto 2012 19 Agosto 2012 - 11:00
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Quasi due anni fa, il professor Roberto Perotti, università Bocconi, accusava i keynesiani sul Sole 24 Ore di non sapersi sporcare le mani con i dati. Come poter analizzare il presente economico e come poter predire il futuro basandosi su categorie filosofiche? Gli strumenti ci sono, basta saperli usare.

L’economia come scienza, gli economisti come scienziati. Dove sono quei filosofi che hanno gettato le basi del sapere e del ragionamento economico? Dove quegli studiosi di storia e società che vedevano l’uomo come animale sociale prima ancora di soggetto economico, dove la religione, l’etica e la psicologia, fattori essenziali dell’agire e delle scelte umane? Dormono sulla collina del sapere, o vivono un periodo di smarrimento? Prima ancora di capire se l’economia, questa economia, ha fallito, bisogna capire cosa sia, quali confini abbia, quali strumenti usi.

Un buon punto è cominciare dall’inizio, rivedere cos'è l'economia: da qui l'intervista al professor Francesco Guala, Università Statale di Milano, filosofo della scienza e dell’economia, e autore del libro “Filosofia dell’economia” (anno 2006).

L’economia, è una scienza?

Sulla questione più generale, se l’economia è una scienza o no, sono almeno 30 o 40 anni che i filosofi della scienza sono arrivati ad un certo accordo per cui non esistono definizioni precise se lo è o non lo è perché il concetto è troppo vago. Ma anche discipline che noi oggi consideriamo scientifiche, la biologia o la fisica, fanno uso di elementi molto diversi e questo non consente di dare una definizione precisa di scienza. È una domanda a cui non esiste una risposta sì, no.

Come definire allora l’economia?

Il caso dell’economia è complesso perché ci sono dei fattori in più che non esistono nelle scienze naturali. In particolare, l’economia è molto più vicina a questioni politiche, morali,… Il mio classico esempio è quello dell’astrofisica: il campo di studi è certamente interessante, ma non ha risvolti pratici nella vita di tutti i giorni. L’economia ci tocca molto da vicino e per questo si tende a sollevare più polemiche. Detto questo, anche nelle scienze naturali, ad esempio nella biologia, nuove scoperte o procedimenti hanno risvolti etico/morali.

L’uso della matematica, però, fa sembrare la disciplina più vicina alle scienze cosiddette “nobili”..

Non è che usare la matematica renda una disciplina propriamente scientifica. È naturale che l’economia debba usare la matematica, non tanto per imitare i fisici, ma perché la maggior parte delle questioni di cui tratta ha a che fare con i numeri; ogni tanto ci si dimentica. Pensi al Pil, la disoccupazione,… sono tutte questioni di numeri. E non solo si possono misurare, ma devono essere misurate proprio per poterne discutere, per capire se un intervento è efficace oppure no. Oggi Draghi ha parlato degli interventi della Bce. Ma di quanto un intervento riesce a spostare le variabili macro? Quanto un intervento può essere efficace oppure no? I numeri sono necessari a quantificarlo.

A seconda, però, della teoria o del modello in cui i numeri sono inseriti cambiano completamente i risultati. Gli economisti e i modelli: come possono rappresentare la realtà?

L’uso dei modelli non è una particolarità dell’economia, ma è comune a tutte le discipline scientifiche: i modelli non rappresentano ovviamente la realtà, anzi, a volte la distorcono dando rappresentazioni parziali. Del resto, se si fa un modello che rappresenta la realtà, questo sarà anche complicato come la realtà e di certo non sarà d’aiuto. Ci sono, questo sì, visioni diverse su quali sono i modelli migliori:, quando degli economisti dicono che alcuni modelli sono irrealistici, di solito non dicono che è sbagliato usare modelli, ma che esistono modelli migliori che rendono conto di fattori che sono ignorati dalle teorie “rivali”. E’ sempre una scelta tra diversi modelli. E la stessa cosa avviene anche tra le altre scienze, come in biologia o in fisica: da qui la “lotta accademica” tra le diverse teorie.

Lei nel libro [Filosofia dell’economia, ndr] parla di “imperialismo” dell’economia sulle altre discipline

L’imperialismo è un termine che viene usato in senso negativo: gli economisti vengono accusati di questo quando cercano di applicare l’approccio a situazioni che, in linea di principio, non potrebbero essere spiegate attraverso i loro modelli. Io non sono contro l’interdisciplinarietà, questo è importante specificarlo. L’interdisciplinarietà, cioè l’applicazione di modelli in ambiti diversi della ricerca potrebbe portare a scoperte o progressi notevoli. Ma la stessa economia viene, in realtà, colonizzata da altre scienze: si pensi alla penetrazione della psicologia per rendere più realistici i modelli. Il discorso del libro era dire: bisogna stare attenti perché questo si può fare in alcune situazioni, altrimenti si rischia una rappresentazione ridicola della realtà.

L’economia ha tentato, però, di separarsi il più possibile dalle altre discipline come la sociologia, la storia... Un impoverimento della disciplina?

Sì, è effettivamente un impoverimento, però ora non è questo che sta avvenendo. Partiamo da una prospettiva storica. Le discipline classiche del mondo occidentale hanno assunto la loro identità soltanto di recente, diciamo tra gli ottanta e i cento anni fa: alla fine dell’Ottocento, per dire, non esisteva una distinzione netta tra sociologia, psicologia, economia, ma erano riunite sotto la filosofia morale. Questa distinzione si è creata lentamente a partire dalla prima metà del Novecento. Non è stata solo una separazione dell’economia dalle discipline: ogni disciplina ha cercato di crearsi la sua identità. L’economia, grazie al maggior successo ottenuto, si è accreditata di più, diventando un po’ “la regina” delle scienze sociali, soprattutto tra gli anni Sessanta e Ottanta del secolo passato.

Pensa che questa separazione si invertirà?

In realtà, secondo me, è un po’ presto da dire; ma secondo me e molti altri, questo movimento di separazione si è in parte interrotto e si sta creando un’inversione di tendenza. Negli ultimi quindici, venti anni, sono nati moltissimi campi di ricerca interdisciplinare, e si sta verificando di nuovo un processo d’integrazione delle parti migliori delle discipline. Prima ho citato, ad esempio, l’ingresso della psicologia nell’economia, o anche delle neuroscienze; d’altra parte l’economia è entrata di più nelle scienze sociali e politiche. Si sta verificando un processo di reciproca fertilizzazione delle varie discipline. Naturalmente, dal punto di vista funzionale ci sono grossi ostacoli: tra dipartimenti separati, è difficile parlare con colleghi che usano teorie e linguaggi diversi. Non dico che si ritornerà a una situazione di fine Ottocento, però il trend è questo e io sono moderatamente ottimista riguardo al futuro. Oggi, secondo me, le scienze sociali sono molto più interessanti di quanto lo fossero venti o trent’anni fa.
 

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