Kyenge, ascesa e rapido declino di un politico bandiera

Renzi non la riconferma

Cecile Kyenge
2 Marzo Mar 2014 1245 02 marzo 2014 2 Marzo 2014 - 12:45

C’erano una volta gli elogi dell’ex segretario del Partito Democratico Pier Luigi Bersani: «Cécile Kyenge? Una donna straordinaria, intelligente, forte e mite». C’erano pure quelli dell’ex premier Enrico Letta: «L’ho scelta io, per fermare il razzismo di ritorno». E poi c’erano gli insulti della Lega Nord. «Orango», la definì Roberto Calderoli, scatenando le ire dei democratici che chiesero subito le dimissioni dello storico padano di Bergamo: si racconta che dopo l'insulto furono inviate casse di banane a Calderoli come regalo da parte dei militanti leghisti. Dolores Valandro, sconosciuta politica del Carroccio in Veneto, si augurò su Facebook che venisse stuprata. Si prese la ribalta dei media ma fu espulsa dal partito e condannata a tre anni di interdizione dai pubblici uffici. Mario Borghezio, europarlamentare, l'ha insultata in ogni modo, ma caso ha voluto che fu lui ad accoglierla al parlamento europeo quando il ministro arrivò in visita: «Io sono tra i primi a entrare la mattina - spiega Borghezio a Linkiesta - le ho aperto la porta e le ho fatto da Cicerone: era molto imbarazzata». A pochi giorni dalla nomine di sottosegretari e viceministri i difensori nel Pd e negli altri partiti tacciono.

In silenzio restano pure i giornali di centrosinistra che l’avevano acclamata come la salvezza nazionale. Matteo Salvini, segretario della Lega Nord, ha spiegato che l’unica buona notizia del governo è che non ci sia più la Kyenge. In realtà, fuori dai microfoni, ai leghisti manca molto: «Abbiamo avuto una grande visibilità grazie a lei, siamo saliti nei sondaggi: mi sa che Renzi ha capito il giochetto...» spiega un dirigente di prima fascia nella sede via Bellerio. E pensare che per Cecile qualche speranza c’era prima del consiglio dei ministri di venerdì. Le diplomazie si muovevano da giorni. A metà febbraio era in agenda un incontro con Laura Boldrini e un altro con i Renzi boys. L’obiettivo ? Non far sparire il ministero per l’Integrazione («sarebbe un passo indietro davanti all’Europa») e strappare una riconferma che però non è arrivata. Il premier decide di snellire il carrozzone: sedici dicasteri e niente integrazione. Le deleghe restano vacanti, ballano altri nomi in vista del secondo giro: la lotteria di viceministri e sottosegretari. Kyenge è in lizza per una poltrona al ministero del Lavoro, da più parti si parla di contatti con Lorenzo Guerini che le avrebbe offerto le stesse deleghe avute con Letta. Lei non smentisce e l’ingresso nell’esecutivo renziano pare cosa fatta. Invece no, nella lista il suo nome non compare e l’avventura governativa di Cécile giunge al termine.

Ora sui quotidiani finiscono solo gli scandali. Libero le ha fatto i conti in tasca: nei suoi 10 mesi la Kyenge ha chiesto un rimborso complessivo di 53.895,47 euro, di cui 42.740,74 in mezzi di trasporto e 11.154,73 in pernottamenti e pasti. È la cifra più alta spesa dagli ex ministri del governo Letta a palazzo Chigi ed è - sottolinea Libero - «di molto superiore al rimborso presentato dallo stesso Letta, che complessivamente ha speso 36.191,97 euro, di cui 20.059,72 in viaggi e 16.132,25 in pernottamenti e pranzi». Una catastrofe che in questi giorni è solo accostata all’ipotesi di una candidatura in Europa che potrebbe almeno ricompensarla per esser stata fatta fuori dalla compagine governativa. Del resto, il metodo Renzi pare essere quello di ricompensare gli esclusi. Come nel caso di Francesca Barracciu, indagata, non candidata del Pd in Sardegna, ma ricomparsa all’improvviso tra i sottosegretari.   

STORIA DI UN FALLIMENTO

Sembrano dieci anni, ma sono passati solo dieci mesi da quell’aprile 2013, quando la sua nomina a ministro veniva letta come la prima pagina di un romanzo straordinario. Il riscatto sociale di un intenso percorso umano e professionale. Medico oculista originario del Congo e residente a Modena, una vita di sacrifici e l’incrollabile fede cattolica, Cécile Kashetu Kyenge riceve la telefonata di Enrico Letta mentre è a spasso per Bologna. Sorpresa ed emozionata, la sua marcia trionfale è segnata dalla speranza condivisa di «una nomina rivoluzionaria che aiuti a superare gli steccati del razzismo». Ma l’entusiasmo iniziale cede il passo alla fatica: davanti a lei si apre un anno lungo e ruvido, trascorso a combattere contro pregiudizi e polemiche, strumentalizzazioni e ideologie. Lei però mantiene un profilo basso che è parte della sua indole, porge l’altra guancia e non cade nelle provocazioni. Due autoblu e la scorta la proteggono dall’escalation di minacce razziste, un appartamento in affitto a via del Babuino la tiene vicina a largo Chigi.

Lettakyenge

Casa e lavoro. Il ministero che deve guidare è senza portafoglio ma imbottito di grane che cominciano a deflagrare. L’emergenza Lampedusa incalza e i grandi temi per cui lei si batte, come lo ius soli, diventano boomerang o, peggio, quegli argomenti che «se li tocchi muori». A ciò si aggiunga un esercito di detrattori trasversali che cresce durante il percorso e fagocita gli scettici, foraggiato da una stampa non tenera. Il Giornale la bolla come «ministro inutile», ma le bocciature arrivano anche da sinistra: le rimproverano inconsistenza politica, inadeguatezza e scarsissimo carisma. D’altra parte il tempo a disposizione è poco ed è difficile pure infilare l’agenda del piccolo dicastero tra le priorità di un governo «nato per l’emergenza nazionale». Alla fine l’accusa più ripetuta e quasi infamante pesa come un macigno: «Il primo ministro di colore in Italia? Piuttosto una semplice operazione d’immagine». I maligni dicono: «É una nota di colore».


 

LE ADOZIONI INTERNAZIONALI

Del resto, sul suo dicastero non si ricordano altro che le polemiche, neppure poi così travolgenti, tra le prese in giro costanti della rete. Più che altro è un lungo viale del tramonto, di insuccessi, anche molto pesanti. A pagarli sulla loro pelle sono stati i tanti genitori che scelgono le adozioni internazionali per avere un figlio. Il 15 ottobre del 2013 il sito Genitorisidiventa pubblica una lettera aperta al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, con in copia anche Cécile Kyenge. Sono un gruppo di mamme e papà che scrivono nero su bianco le loro perplessità sulla condotta del ministro per l’Integrazione. Mancano i soldi per i rimborsi per i lunghi viaggi. La Kyenge non ha ancora messo mano al fondo e loro chiedono aiuto. «Spettabile Presidente della Repubblica, Spettabile Presidente del Consiglio, Spettabile Ministro, senza entrare nel merito delle motivazioni di questo calo, su cui la difficile congiuntura economica ha sicuramente inciso, desideriamo comunicarVi la ferma convinzione che l’interruzione della misura del rimborso a favore delle famiglie adottive frenerebbe ulteriormente lo slancio di tante coppie italiane decise ad adottare, rappresentando inoltre una disparità di trattamento tra cittadini ed un’ulteriore ingiusta penalizzazione nei confronti di tante coppie che credono fermamente nel diritto di ogni bambino ad avere una famiglia».

Il problema adozioni non è circoscritto. A dicembre cade una nuova tegola sulla testa della Kyenge. 52 genitori italiani sono bloccati con il loro figli adottivi in Congo, dove divampa la guerra civile. Il problema è che il Congo è il paese natale del ministro, quindi si spera che la situazione possa risolversi in qualche modo. Ma il caso esplode. Una delle mamme bloccate denuncia: «Abbiamo chiamato il ministero più volte, ma la Kyenge non ci ha mai dato ascolto». Anche la sinistra inizia a protestare. Gad Lerner è molto duro sul suo blog in quel periodo: «Noi che abbiamo gioito per la sua nomina a ministra dell’Integrazione, noi che ci siamo indignati per gli attacchi razzisti di cui è stata oggetto, avvicinandosi la fine dell’anno e dopo il passaggio della verifica in cui Letta neanche una parola ha speso sui diritti di cittadinanza, vorremmo chiedere a Cécile Kyenge: porterà a casa qualche risultato?»


LA FAMIGLIA KYENGE

A ingarbugliare l’avventura governativa piovono le vicende familiari, rilanciate dai media e sbandierate dagli avversari politici. Il papà è a capo della tribù Katanga e insieme agli iniziati officia un rito per liberare lo spirito di Calderoli dagli insulti che aveva rivolto a Cécile. Il marito ingegnere Domenico Grispino, intervistato a dicembre da Libero, spara petardi sul focolare: «La fortuna di Cécile è che Livia Turco l’ha segnalata a Bersani, altrimenti non sarebbe mai stata eletta». E ancora: «Mia moglie non ha capacità gestionali», dopodiché scomunica il capo ufficio stampa del ministro, quel Cosimo Torlo «che le sta sempre attaccato, ma adesso lo faccio mandare via». A fine gennaio infatti il portavoce termina l’incarico. Lo psicodramma casalingo è una bomba mediatica a cui Kyenge risponde dalle colonne di Vanity Fair: «Quello di mio marito è stato un colpo basso, adesso si aprirà un momento di riflessione». Intanto le figlie Giulia e Maisha vanno in tv prima a Quelli che il calcio poi a Le Invasioni Barbariche. Sorridenti e pacate, mediano tra mamma e papà.

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Infine c’è Kapya, per gli amici Dora, sorella di Cecile. È impiegata part time all’Ipercoop di Pesaro e sarta in proprio con un negozio nel centro della cittadina marchigiana. Qualche anno fa, ironia della sorte, chiese aiuto al segretario comunale della Lega Nord per riappropriarsi dell’alloggio di cui era assegnataria nelle case popolari della provincia. A settembre 2013 sono i rapporti di vicinato a metterla nei guai: viene rinviata a giudizio con le accuse di lesioni, minacce e ingiurie dopo una lite con una vicina. La vittima, medicata al Pronto Soccorso con una prognosi di cinque giorni, riferisce che Dora avrebbe detto: «Ho le spalle coperte, mia sorella è in Parlamento». La diretta interessata nega: «Tutta invidia, provano ad approfittarsene». Ma c’è un’altra vicenda che la riguarda. 

QUELLA CHIAMATA PER LA SORELLA ALLA COOP

Linkiesta apprende che nella prima metà di agosto Cécile Kyenge avrebbe telefonato all’ufficio risorse umane dell’Ipercoop per chiedere, in qualità di ministro, informazioni sullo stato di avanzamento di una pratica di aspettativa avviata da Dora. «Una telefonata garbata», riferiscono fonti autorevoli, «senza pressioni nè alcun tipo di prevaricazione». Resta agli atti la questione di opportunità: Kyenge ha alzato la cornetta spendendo il titolo di ministro per sondare la situazione lavorativa della sorella. In ambienti pesaresi le voci si moltiplicano. Dagli ambienti comunali alle redazioni dei quotidiani locali filtra un ritornello insistente: «Ottenuta l’aspettativa, Dora si è trasferita a Roma per accompagnare la sorella nel nuovo incarico». In molti sanno che «è andata a fare la portaborse di Cecile», ma dal ministero smentiscono seccamente e la stessa Dora, contattata da Linkiesta, chiarisce con garbo: «Sono in aspettativa dalla Coop e ora sto a Roma, ma non sono venuta qui per un ruolo al ministero, lavoro in un centro educativo con i bambini e assisto privatamente mia sorella Cécile». Il caso è chiuso, nonostante qualche voce di troppo circolata in provincia.

Il futuro dell’ex ministro è scritto sull’acqua. Tornata semplice deputata, ha dato alle stampe e presentato il libro «Ho sognato una strada», suo manifesto per la battaglia dei diritti umani e forse anche l’agenda dei sogni per una continuità di lavoro nell’esecutivo che non c’è stata. Da giorni i rumors interni del Nazareno la vorrebbero in corsa per le prossime elezioni europee nella circoscrizione Nord-est. Consolazione o boutade? Nel silenzio assordante che circonda Kyenge, c’è Gad Lerner che, dopo averla criticata, adesso alza la voce per lei: «Toglierla dal governo è un errore politico che non verrà ricompensato dalla candidatura alle europee». Urla nel silenzio.

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