L'Italia vende armi ai paesi in guerra. E Renzi non è trasparente

Nell’ultima relazione annuale sull’export del nostro Paese ci sono diversi buchi. Beretta (Rete Disarmo): «Fu più chiaro Andreotti».

Beretta Xplor 28
24 Maggio Mag 2015 1215 24 maggio 2015 24 Maggio 2015 - 12:15
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«Dove c’è un uomo c’è un’arma» recita la locandina del film Lord of War di Andrew Nicol del 2005, con il protagonista Nicolas Cage uomo d’affari nel ricco mercato della vendita di armi da fuoco: storie dalla fine della guerra fredda, di mercenari e milioni di dollari. Perché armi leggere come pistole e fucili, oppure pesanti, come elicotteri, carri armati, cacciabombardieri, sistemi di difesa, sono ancora oggi tra le merci più ambite in uno dei mercati più floridi nel mondo, con le lobby dell’industria armiera, organizzatori di fiere in tutto il mondo, che provano a limitare la trasparenza sulle loro milionarie commesse. Lo sanno bene le banche che mettono a disposizione i conti correnti per il denaro che le grandi aziende armate incassano vendendo i loro prodotti all'estero. Com’è noto le guerre non finiscono, soprattutto in Africa, ma pure in Medioriente o in Asia, senza contare i conflitti in sud e centroamerica per il controllo del traffico di droga.

Il made in Italy non è solo Eataly o Ferrari. Sono pistole Beretta, fucili di precisione, ma anche gli elicotteri da guerra di Agusta Westland o Aermacchi, controllate dal gruppo Finmeccanica, la nostra holding della Difesa

Non solo conflitti. Negli Stati Uniti il possesso di un’arma è previsto dalla Costituzione, così come in altri Paesi nel mondo la legge consente di girare armati con disinvoltura. È un mercato che fa gola a tanti, soprattutto a chi è specializzato nella vendita, come diverse aziende italiane. Il made in Italy non è solo Eataly o Ferrari. Sono pistole Beretta, fucili di precisione, ma anche elicotteri da guerra di Agusta Westland o Aermacchi, controllate del gruppo Finmeccanica, la nostra holding della Difesa. Basti pensare, per restare all’attualità, che secondo le ultime stime il Nordafrica e il Vicino e Medio Oriente sono stati destinatari del 28% delle armi italiane nel 2014, in concomitanza con l’acuirsi dei conflitti in Siria o Iraq. E il valore delle operazioni autorizzate verso i Paesi di quest'area ha registrato un aumento del 4,5% rispetto allo scorso anno: 740.948.676 euro nel 2014 a fronte di 709.310.499 euro nel 2013. «Un dato allarmante» secondo gli esperti, «visto che i paesi del Golfo sono impegnati militarmente non solo a reprimere le contestazioni domestiche nei loro paesi, ma anche in vari scenari di guerra, a partire dallo Yemen».

Schermata 2015 05 24 Alle 11Non è facile addentrarsi in questo mondo. Spesso le armi vengono vendute per uso civile, nel pieno rispetto della legge, mentre poi in realtà finiscono nei conflitti di guerra. Per fortuna alcuni giornali, soprattutto online, o siti specializzati, se ne occupano da anni. E provano a monitorare costantemente l’export del nostro Paese verso l’estero. Tra questi ci sono Rete Disarmo, Unimondo, Altraeconomia, ma pure il mensile dei frati comboniani Nigrizia. L’Italia non ha mai brillato in trasparenza neppure su questo argomento. Lo dimostra la spedizione della portaerei Cavour in Africa nel 2013, un viaggio vetrina con scopi umanitari secondo l’allora ministro della Difesa Mario Mauro, mentre in realtà fu uno showroom della nostra industria armiera che entrò in contatto con i Paesi africani in guerra. Lo ha ricordato poche settimane fa Giorgio Beretta, tra i massimi esperti del settore, anima di Rete Disarmo. In un articolo dello scorso 14 maggio ha incalzato il governo Renzi chiedendo di fare passi avanti per riformare un mercato tutt’ora avvolto nella nebbia, dove sfuggono dettagli e dove è difficile districarsi. Del resto prima del 1990 l’intera materia era sottoposta «al “segreto di Stato” sottraendola ad ogni controllo del Parlamento. Solo a metà degli anni Settanta furono emanati dal Ministro del Commercio con l’Estero due decreti (uno dei quali peraltro non venne mai pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale) che resero note alcune esportazioni di materiali bellici».

È un lavoro certosino quello di capire dove vanno a finire le armi che partono dall’Italia. Ci si basa su dati Istat, si fanno ricerche in un mare magnum di informazioni tecniche dove è difficile districarsi

È un lavoro certosino quello di capire dove vanno a finire le armi che partono dal nostro paese. Ci sa basa su dati Istat, si fanno ricerche in mezzo a un mare magnum di informazioni tecniche dove è difficile districarsi. Lo sa bene Francesco Vignarca, coordinatore di Rete Disarmo, che nel 2009 con un’inchiesta per Altraeconomia, riuscì a risalire all’invio di più di 10mila pistole e fucili Beretta per il governo di Gheddafi in Libia: autorizzate come armi per scopi civili in realtà finirono nelle piazze della guerra civile. Vignarca ne ha raccontato i passaggi dall’Italia a La Spezia, fino a Malta, evidenziando «la debolezza dei controlli sul commercio mondiale di armi e la scarsa trasparenza esistente a riguardo: l’Italia non ha infatti dichiarato all'UE la propria vendita (che compare solo nelle statistiche nazionali di export, come detto) e nessuno avrebbe potuto conoscere l’esatto numero di pistole e fucili consegnati». Ma ci sono anche altri casi con commesse ancora più sostanziose, come quello della vendita di otto elicotteri d’attacco Agusta Wesland alle Filippine nel 2013. Proprio in questi giorni la Turchia sta usando elicotteri non molto differenti per contrastare la resistenza in Kurdistan: l’accordo tra Agusta Westland e Tusas Turkish Aerospace Industries (TAI) per la fornitura alle forze armate turche di 60 elicotteri d’attacco T129 per un valore di 3,3 miliardi di dollari risale al 2007.

Ci volle Giulio Andreotti per introdurre la legge sul controllo delle esportazioni di armamenti, la 185 del 1990, che oltre a stabilire il rispetto dei nostri principi costituzionali, cioè che l’Italia ripudia la guerra (Articolo 11 della Costituzione), impone a Governo e Parlamento di effettuare relazioni annuali sul tema. L’ultimo report è di marzo 2015, conta più di mille pagine, ma secondo lo stesso Beretta non abbastanza trasparente, tanto da ricordare che di spiegazioni ne diede più Andreotti all’epoca che il rottamatore Renzi in questo primo anno di governo. «È carente di informazioni fondamentali necessarie al Parlamento per esercitare quel ruolo di controllo che gli compete» ricorda Beretta. «Non solo, come già da diversi anni a questa parte, non fornisce quelle semplici e chiare informazioni sulle singole operazioni autorizzate che abbiamo ritrovato nella Relazione di Andreotti. Pur contenendo alcune tabelle che riportano i valori complessivi delle operazioni autorizzate verso i paesi destinatari, non specifica quali di questi valori siano attribuibili ai singoli sistemi d’arma esportati».

«È tornato a crescere l’export armato italiano, sia come valore globale delle autorizzazioni all’esportazione, sia come numero di autorizzazioni definitive»

Come ha scritto Nigrizia: «Dopo il brusco calo del 2013 (meno 48,5%) è tornato a crescere l’export armato italiano. Sia come valore globale delle autorizzazioni all’esportazione (il cosiddetto “portafoglio ordini”). Sia come numero di autorizzazioni definitive». E ancora: «L’anno scorso il valore globale delle licenze di esportazione definitiva (che di definitivo, in realtà, hanno ben poco, se non il fatto di essere state autorizzate) è risultato pari a 2.650.898.056 di euro, un più 23,3% rispetto al 2013 (2.149.307.241); mentre il numero di autorizzazioni definitive all’export è cresciuto del 34,6% (1.879 nel 2014 contro le 1.396 del 2013). Da ricordare che il 2013 non era stato un anno brillantissimo, con valori particolarmente bassi rispetto agli anni precedenti». Il governo ha promesso un cambio di passo rispetto al passato, su diversi argomenti. Sulle armi tutto tace. Conclude Beretta: «Renzi comunque può ancora rimediare inviando alle Camere una Relazione aggiuntiva che permetta ai Parlamentari di sapere per quanti (valore e numero) e quali (sistemi e tipologie) armi e sistemi militari sono state rilasciate dal suo governo autorizzazioni all’esportazione ai vari paesi destinatari e che cosa è stato effettivamente esportato nel 2014 dal nostro paese».

 

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