Milano 2016

La classe indirizzante: i trentenni alla conquista di Milano

Non fanno lobby, né politica attiva. Ma il peso dei giovani a capo di start up e filiali italiane dei big della sharing economy continua a crescere. Senza le cooptazioni della vecchia classe dirigente

Startupper 2

(MANDEL NGAN/AFP/Getty Images)

12 Novembre Nov 2015 1826 12 novembre 2015 12 Novembre 2015 - 18:26
Messe Frankfurt

Il colpo d’occhio era plastico, durante Sharitaly, una delle iniziative della Collaborative Week che si tiene fino al 13 novembre negli spazi dell’ex Ansaldo di Milano: i trentenni, o meno, che stanno occupando posti di responsabilità nelle imprese innovative non sono più solo una realtà della Silicon Valley o di Berlino. Anche in Italia, a Milano ma non solo, le piattaforme della sharing economy hanno aperto opportunità per giovani brillanti che fino a poco tempo fa si sarebbero messi in fila o avrebbero preferito la fuga all’estero. Ma questi ragazzi, imprenditori e manager, stanno diventando la nuova classe dirigente di Milano? Qual è oggi la loro influenza sulle decisioni politiche e qual è il rapporto con le istituzioni? Quale sarà il loro ruolo nelle elezioni per il Comune di Milano del 2016 e in quelle del 2021? In dieci spilli, qualche risposta che arriva dall’esperienza dei diretti interessati.

Chi sono

I giovani protagonisti delle imprese innovative, a Milano e non solo, si possono raggruppare in tre categorie: ci sono i manager delle grandi piattaforme internazionali, che hanno affidato a persone molto giovani le loro filiali italiane. Solo per fare qualche nome, a capo di Bla Bla Car (car pooling) c’è Andrea Saviane, 32 anni. Alla guida di Airbnb c’è Matteo Stifanelli, classe 1986. Uber, dopo l’uscita della 31enne Benedetta Arese Lucini, ha come country manager il coetaneo Carlo Tursi. Il 27enne Guk Kim, romano di origine coreana, guida Zomato, dopo che questa società indiana ha comprato la sua start up, Cibiamo, specializzata nelle recensioni dei locali.

C’è poi tutto il mondo dei fondatori delle start up. Sono centinaia, alcune con forti potenzialità di crescita, altre meno. Linkiesta, tra tutti, ha sentito i fondatori di Gnammo (social eating e home restaurant), Gian Luca Ranno, Cristiano Rigon e Walter Dabbicco; e quelli di Fluentify (corsi di lingue personalizzati online), Giacomo Mosio, Andrea Passadori, Claudio Bosco e Matteo Avalle.

Ci sono infine i fondatori di imprese o associazioni con una finalità culturale o sociale. Per restare al caso milanese, si possono citare i casi dei co-working (come Avanzi in via Ampere, Impact Hub in via Paolo Sarpi, fino a Talent Garden, con due sedi, a Turro e in quella da 8mila metri quadrati di via Calabiana). O anche i nuovi spazi di tipo culturale, come, sempre a Milano, la Santeria e Mare Culturale Urbano.

(Chris Weeks/Getty Images for Airbnb)

Le grandi piattaforme internazionali hanno affidato a persone molto giovani le loro filiali italiane: da Airbnb a Uber, da BlaBlaCar a Zomato, al vertice ci sono trentenni

Spazi liberi

Da dove nasce questa affermazione di giovani in aziende così influenti, capaci di condizionare la vita di milioni di utenti? «Il punto focale è che questi trentenni hanno trovato spazio solo nei settori non occupati militarmente dai 50-60enni», commenta Eleonora Voltolina, che con la testata online Repubblica degli Stagisti monitora dal 2009 il mondo del lavoro giovanile. «Gli startupper o i manager dei nuovi servizi operano in tipologie di aziende che prima non esistevano e quindi non hanno dovuto fare scalate. Sono però in una riserva indiana: dove le lobby sono organizzate, come nel mondo dei professionisti, c’è un blocco generazionale che non abdica».

La selezione

Come sono arrivati al vertice i nuovi protagonisti di queste aziende? Quello su cui gli osservatori concordano è che non c’è stato un percorso di cooptazione come quello che ha contraddistinto la classe dirigente dei decenni passati. «Sono selezionati con criteri totalmente diversi dal passato» commenta Alessandro Rimassa, 40 anni appena compiuti, direttore della scuola dell'innovazione e del digitale di Talent Garden e autore di La Repubblica degli Innovatori (Vallardi). Un esempio è quello di Deliveroo, start up inglese specializzata nelle consegne che ha ricevuto finanziamenti per 100 milioni di euro ed è appena arrivata a Milano. «Il general manager per l’Italia, Matteo Sarzana, ha 34 anni e non si era occupato di consegne in passato. Oggi si viene selezionati sulla base delle capacità di gestione di processi complessi e di raggiungere gli obiettivi. Le soft skill, come parlare molte lingue, sono molto più importanti di hard skill in specifici settori. Ma ancora più fondamentale è la conoscenza e comprensione di quello che è un nuovo paradigma ed ecosistema nel quale si vive».

Anche se le difficoltà per chi mette in piedi un proprio progetto sono infintamente maggiori, non c’è troppa differenza di approccio, secondo Rimassa, tra i fondatori di start up e i manager. «Sono figure simili. Alcuni sono imprenditori, altri sono manager ma con una fortissima componente di entrepreneurship, ossia di imprenditorialità».

I manager delle piattaforme tecnologiche sono selezionati con criteri totalmente diversi dal passato. Ma la situazione non è cambiata nei settori fortemente regolati dalle lobby, come le professioni

Gruppi più che singoli

Perché al vertiche della maggior parte delle start up, in Italia ma anche all’estero (da Uber ad Airbnb) si trovano dei gruppi di persone e non dei singoli? Per Andrea Passadori, uno dei fondatori di Fluentify, anche questo ha che fare con la rottura con il passato. «L’Italia è il Paese in cui le imprese sono fatte di singoli cognomi - commenta -. La base familiare può avere anche aspetti positivi, ma ha impedito di creare gruppi più grandi capaci di crescere all’estero. Creare gruppi, in cui ciascuno si occupa competenze molto diverse tra loro, è proprio quello che stanno facendo le nuove generazioni».

Classe dirigente?

Quella che si sta creando è un nuova classe dirigente? Non è chiaro. «È una bella retorica quella della classe dirigente - risponde Davide Agazzi, managing director dell’associazione Rena (networking e formazione) e consulente dell’assessore alle politiche del lavoro e sviluppo economico, Cristina Tajani, a Milano -. Sicuramente c’è una generazione di persone giovani, con caratteristiche diverse dal passato e più adatti a muoversi in questo mondo. Che sia una classe dirigente è da valutare. Sono ancora in posizioni marginali».

L’idea di una lobby organizzata o di un gruppo coordinato oggi è lontana. «Sono tante isole che si parlano, non con la concezione di essere classe dirigente nel senso quadrato del termine - spiega Alessandro Rimassa -. Ognuno di noi, od ogni singolo gruppo di persone, sta facendo delle cose per raggiungere obiettivi che sono successi personali e comunitari al tempo stesso. Non c’è però il pensiero di essere “quelli che governeranno la città e il Paese”».

Dietro le reticenze a formare una classe dirigente ci sono anche le differenze tra i vari soggetti. «Più che un coordinamento ci sono dele occasioni in cui interagiamo - commenta Andrea Saviane, country manager di BlaBlaCar -. Ci troviamo ad affrontare insieme i cambiamenti quando la società ce lo chiede. La politica non è pronta e noi sappiamo che possiamo portare a un cambiamento. Ma le nostre posizioni sono molto distanti, spesso agli antipodi. Noi di BlaBlaCar per esempio abbiamo scelto di essere trasparenti e collaborativi con le istituzioni, altri (Uber, ndr), hanno avuto un approccio molto più aggressivo».

Un rendering del Talent Garden Calabiana, a Milano

«Sono tante isole che si parlano, senza la concezione di essere classe dirigente nel senso quadrato del termine»

Alessandro Rimassa, Tag Innovation School

Impatto sociale

C’è un punto che accomuna questi soggetti, oltre alla giovane età: le loro escursioni in campi che esulano i confini delle aziende. Se quella che si sta creando non è ancora una classe dirigente, è senz’altro una “classe indirizzante”. È di qualche giorno fa l’anticipazione di una proposta di Gnammo, in via di perfezionamento, al ministero dello Sviluppo economico, perché crei uno “sharing economy provider” destinato a regolare le posizioni fiscali degli utilizzatori delle piattaforme.

C’è una coscienza in questi ragazzi al vertice di poter cambiare la società con le proprie attività? «C’è la consapevolezza che si ha un impatto sulla società e che la politica è lenta a decidere - risponde Alessandro Rimassa -. Ognuno mira al proprio interesse, ma cerca anche che il processo economico sia inclusivo, sostenibile, condiviso».

Quanto c’è di impegno sociale in questo tipo di battaglie? «C’è una dimensione culturale e politica che si abbina all’interesse privato. Questo avviene anche in buona fede, ma bisogna tenerlo in considerazione. Diverso è il caso degli innovatori che hanno fondato società con finalità sociali, come la rigenerazione urbana, la produzione culturale o i nuovi servizi di welfare», aggiunge Davide Agazzi.

Di certo che la coscienza che le comunità di riferimento potrebbero essere usate per fare pressioni. «Noi non abbiamo zone grigie e non abbiamo mai avuto la necessità di chiamare la comunità a far sentire la propria voce - spiega Andrea Saviane, BlaBlaCar -, ma se ci fosse la necessità sono sicuro che si mobiliterebbe».

Se quella che si sta creando non è ancora una classe dirigente, è senz’altro una “classe indirizzante”

Tecnici in politica

Se i rapporti con la politica sono inevitabili, di che natura sono? «C’è un certo disinteresse verso le cariche politiche. Ma interesse verso l’impatto politico di ciò che si fa», risponde Rimassa. «Se questi gruppi di persone avranno l’esigenza di candidarsi a prendere poltrone, non so, dipenderà dai singoli. È più probabile che siano interessati a prendere posti nella macchina pubblica per cambiare dall’interno».

Concorda Davide Agazzi, secondo cui «sono tutti soggetti meno avvezzi a come si prendono le decisioni e a come si crea il consenso. Sono più orientati alla fase esecutiva, o se vogliamo a collaborare a progetti con caratteristiche pubbliche. Possono fare degli studi o collaborare ad alcune misure di policy».

Per Eleonora Voltolina, che ha partecipato a diverse proposte di legge sulla regolamentazione degli stage, tuttavia, questo impegno sul piano pratico alla lunga non può essere slegato dal tema della formazione delle decisioni e, quindi da quello della responsabilità. «Non si può essere Alice nel Paese delle meraviglie. Se si dipende dalla parola del politico di riferimento, si rischia di lavorare sei mesi o un anno a vuoto, se questo poi cambia idea o non va fino in fondo».

Intesa San Paolo, Startup Initiative - MESSAGGIO PROMOZIONALE


Milano in questo è fortemente al centro dell’affermazione di nuove figure di imprenditori e manager, perché è al centro dello sviluppo e del cambiamento. La politica lo sta capendo, ma queste figure sono ancora sottorappresentate

Politica attiva?

Per questo motivo, aggiunge Voltolina, è necessario che la politica si faccia innestare dalle nuove figure. «Sono d’accordo che i trentenni di queste realtà non sono abituati alla ricerca di consenso. La politica è un’altra cosa, si tratta di convincere una città intera della bontà di una scelta e non tutti possono essere politici. La chiave sta nella "diversity", cioè nella capacità di costruire anche nel pubblico una classe dirigente variegata, con rappresentanti di entrambi i generi e di tutte le generazioni, e con background e competenze diverse. Penso che avrei paura di una giunta comunale guidata solo da trentenni smart senza una formazione politica, così come avrei paura di una giunta formata solo da politici 60enni».

La scelta di alcuni di questi imprenditori è manager è stata presa. Alessandro Rimassa già oggi è presidente del Comitato elettorale di Corrado Passera per Milano. Non nasconde però le ambizioni future. «Da milanese lo dico seriamente: tra 10 anni mi piacerebbe candidarmi sindaco di MIlano. Per ora però mi voglio solo concentrare su Talent Garden».

Milano 2016

Il capolouogo lombardo - dove si voterà nel 2016 - è una realtà a parte rispetto al resto d’Italia? Non per i fondatori torinesi di Gnammo e Fluentify. Ne è invece convinto Alessandro Rimassa. «Milano in questo è fortemente al centro dell’affermazione di nuove figure di imprenditori e manager, perché è al centro dello sviluppo e del cambiamento. Anche se la Camera di Commercio milanese ha censito 500 start up innovative, ce ne sono in realtà almeno tremila», anche grazie agli incubatori, che sono presenti anche a Lodi e a Como.

Se questo vale per l’imprenditoria, lo stesso si può dire per la politica? «Milano è un caso a sé - risponde Voltolina -. Il sindaco Pisapia, pur essendo di un’altra generazione, ha scommesso molto sui giovani. Ci sono tante persone sui 30 anni che sono state coinvolte e che si sono riconosciute in alcune istanze. Pur essendo nata come “arancione”, ha saputo essere inclusiva».

Quanto di questo fermento influenzerà le prossime elezioni comunali? Non troppo, secondo Agazzi. «Se esistesse ancora una cinghia di trasmissione tra la politica e chi fa le imprese, questi soggetti sarebbero molto più coinvolti», commenta.

Tutti i ragazzi vivono secondo stagioni della vita. Per questo è difficile immaginare quale sarà il ruolo dei giovani startupper nelle elezioni per il Comune di Milano del 2021

Vita a fasi

Una delle caratteristiche dei giovani startupper e manager, come per gli altri ragazzi della stessa generazione, è che tutti vivono secondo stagioni della vita. «Io so che per i prossimi 3-7 anni mi concentrerò sulla scuola di formazione presso i Tag, con obiettivi di impatto sociale. Poi questa cosa dovrò lasciarla a qualcun altro perché quella carica di innovazione non ci sarà più». Per questo quando si chiede se l’influenza di questi giovani startupper sarà fondamentale al turno successivo, nel 2021, nessuno sbilancia. «Di certo - conclude Agazzi - sarà interesse della politica utilizzare le esperienze internazionali e ad alto livello che nel frattempo avranno maturato».

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