Spending review, finora è stato solo uno slogan

È usata come operazione di buon senso, come panacea per ogni male nei dibattiti pubblici. Quando poi si vuole andare a tagliare davvero, il governo dimostra di avere troppi timori, annullando un’iniziativa importante

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8 Dicembre Dic 2015 0156 08 dicembre 2015 8 Dicembre 2015 - 01:56
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“Se io avessi previsto tutto questo, forse farei lo stesso”. È passato poco più di un anno da quando Carlo Cottarelli si è dimesso, eppure non rinuncia a questo verso di Guccini per introdursi. In un anno, il Governo Renzi ha prima gonfiato di aspettative la spending review (10 i miliardi di tagli previsti) per poi limitarsi a 6 miliardi, nonostante l’anno di lavoro svolto a titolo gratuito da Roberto Perotti, ennesimo commissario dimissionario. Cottarelli intanto è tornato a Washinghton, a lavorare per il Fondo Monetario. Prima però ha scritto “La Lista della Spesa”, in cui l’ex-commissario non si stanca di ripetere un ritornello: «Il primo passo per cambiare la spesa pubblica italiana è sfatare le leggende metropolitane». Proviamo quindi ad analizzarne qualche punto chiave.


Spendere meno si può, lo abbiamo dimostrato

Guardando ai dati, dal 2010 al 2013, la spesa dello Stato al netto degli interessi è aumentata “solo” dello 0,5%. Tuttavia, considerando l’effetto dell’inflazione, la spesa si è ridotta: 741 miliardi nel 2013 sono, in termini di potere d’acquisto, inferiori del 10% circa rispetto ai 735 del 2009. Erano gli anni di Mario Monti e della vituperata austerità, indubbiamente tempi in cui i risparmi sulla spesa primaria (al netto degli interessi) andavano purtroppo a coprire il pesante e crescente costo del nostro debito.

Tuttavia, Cottarelli rivendica il successo della revisione della spesa cominciata nel 2009: la spesa si è ridotta per i comuni (-4%), per le amministrazioni centrali (-5%), per le regioni (-17%), e per le defunte province (-21%). Meno colpite invece sono state la spesa sanitaria (diminuita solo del 2%) e, soprattutto, la spesa per la previdenza che aumenta del 10%, trainata dalla componente pensioni.

È necessario avere 8.000 comuni, 5 diverse forze di polizia, 3-4 uffici di rappresentanza in ogni provincia? È possibile monitorare 10.000 partecipate pubbliche?

Luci ed ombre quindi: una razionalizzazione avviata e alcune scelte politiche necessarie. Secondo Cottarelli, per arrivare ad un livello sostenibile di spesa, comparabile con gli altri paesi europei, servirebbero ancora tagli nell’ordine dei 30 miliardi. Questo perché, purtroppo, possiamo permetterci meno spesa degli altri paesi, soprattutto se non vogliamo far pagare più tasse ai nostri cittadini. Abbiamo infatti un debito pubblico notoriamente altissimo: possiamo decidere o di ridurlo spendendo meno di quanto si incassa con le tasse, o di continuare a sostenerlo, a fronte di spese per interessi di circa il 5% del Pil.

Cosa succede però dopo il 2013? Dal 2014 la spesa ricomincia a salire, forse per allentare la morsa dell’austerità e rilanciare la crescita, ma dovrà necessariamente tornare a diminuire per evitare l’aumento del debito o delle tasse, secondo gli impegni presi dal Governo. Cosa e quando si taglierà ancora è poco chiaro, ma qualche suggerimento è sul piatto da tempo.


C’è ancora lavoro da fare, c’è ancora spazio per più efficienza

La complessità e la frammentazione sono doti anche belle del nostro paese, ma che, applicate alla nostra spesa pubblica, generano mancanza di trasparenza e di una strategia complessiva e pluriennale di razionalizzazione. È necessario avere 8.000 comuni, 5 diverse forze di polizia, 3-4 uffici di rappresentanza in ogni provincia? È possibile monitorare 10.000 partecipate pubbliche? Serve semplificazione. Cottarelli riconosce che la riforma della Pubblica Amministrazione lanciata dal Governo contiene provvedimenti importanti in questo senso, ma cosa si aspetta per i decreti attuativi? Allo stesso modo, il decreto per l’accorpamento delle stazioni appaltanti deve essere approvato dal Governo entro la fine del 2015, pena trascorrere un altro anno in cui 34.000 uffici sono autorizzati a spendere soldi pubblici, con difficoltà evidenti in termini di monitoraggio. Speriamo che l’attesa finisca e che non sia dovuta a calcoli in vista delle elezioni amministrative. Che il governo non si vergogni della “sua” spending, insomma.

C’è molto da fare anche per quanto riguarda un tema caldo di questa estate, quello del Mezzogiorno. Il tema non è nuovo, ma è drammatico constatare come tutti gli indicatori fotografino un Sud in cui l’amministrazione pubblica grava incredibilmente sulle tasche dei lavoratori. Ad esempio, ogni cittadino in Calabria paga in media 75 euro l’anno per il personale della propria regione, ogni cittadino del Molise 177, mentre i cittadini lombardi ne versano 19,8 ogni anno e i liguri 37,5. Come fanno a spendere così tanto in regioni in cui il costo del lavoro è più basso? Come fa a ribaltarsi in questo modo la correlazione costo-qualità? Come fanno i cittadini ad accettare un conto così salato per avere amministrazioni regionali spesso protagoniste di scandali e corruzione, come dimostrano i fatti di poche settimane fa in Calabria?


Tagliare la spesa costa, e non solo ai politici

È facile essere a favore dell’efficienza. Ma spesso la razionalizzazione della spesa passa anche per tagli al personale. Cottarelli stima che si potrebbero risparmiare 85.000 persone (su oltre 3 milioni di dipendenti pubblici): non per forza tutti incapaci, ladri o fannulloni, ma spesso semplicemente addetti a compiti di cui si potrebbe fare a meno, che lo Stato non è in grado di reimpiegare in maniera produttiva. Cottarelli fa l’esempio dei commessi un tempo addetti a spostare pratiche da un ufficio all’altro di Roma. Con l’arrivo delle e-mail, il loro lavoro è diventato inutile e adesso stazionano, senza mansione, dietro le loro scrivanie negli ampi corridoi dei ministeri romani. Non sarebbe meglio impiegarli per tenere aperte le biblioteche?

Cottarelli prosegue: perché a Milano la sorveglianza dei tribunali è affidata a guardie giurate, mentre le forze di polizia sono costrette a ruoli da impiegati nelle questure, o da autisti di auto blu non necessariamente in servizio di scorta? A proposito di auto blu: negli ultimi anni sono diminuite, così come sono diminuiti i costi della politica. Tuttavia, è utile mettere in prospettiva questo tema ed evitare la retorica: tutte le auto blu in Italia ci costano 300 milioni su oltre 740 miliardi di spesa pubblica (meno dello 0,05%), e l’80% di questi 300 milioni sono gli stipendi degli autisti. I costi della politica, ossia le spese per il funzionamento degli organi costituzionali (le Camere, la Presidenza del Consiglio, la Presidenza della Repubblica, i Consigli Comunali, Regionali, ecc.) è di circa 5 miliardi, lo 0,7% della spesa pubblica; è chiaro che è un problema minore in termini quantitativi.

La cattiva politica ci costa cara, ma anche una buona classe dirigente ha un prezzo.

D’altra parte, il dibattito sui costi della politica non tiene conto di un punto fondamentale, che è quello che gli economisti chiamano selezione avversa: se si tagliano le retribuzioni della classe dirigente, le persone più formate e capaci difficilmente lasceranno un lavoro ben pagato per qualche anno di “servizio civile”. Lo stipendio di un sindaco italiano è oggi talmente basso che pochi possono permettersi di lasciare il lavoro per 5 anni. La cattiva politica ci costa cara, ma anche una buona classe dirigente ha un prezzo.

Molto più importante è il capitolo pensioni, l’unica voce di spesa che è aumentata ininterrottamente nel corso degli ultimi anni. In Europa, solo 4 stati spendono più per gli anziani che per i giovani: Portogallo, Italia, Grecia e Spagna. I cosiddetti PIGS.

Renzi su questo è stato chiaro: le pensioni non si toccano. Purtroppo, la realtà è che non toccare le pensioni di oggi significa toccare le pensioni di domani. Ancora una volta l’ostacolo non è tecnico, ma squisitamente politico, visto che i pensionati rappresentano circa un terzo dell’elettorato.


Per una Spending Review politica

Sul finire della conferenza, una signora esclama: «Cottarelli lei avrebbe dovuto restare». Ma forse proprio l’esperienza di Cottarelli, senza dimenticare il predecessore Bondi e il dimissionario Perotti, ci insegna qualcosa. Anzi, l’intera parabola dei commissari alla spesa, “tecnici” che non durano a Palazzo Chigi per più di un anno, ci insegna qualcosa.

La spending è usata come jolly da tutti i partiti italiani, è una panacea in ogni dibattito politico, nei bar o nei talk show: “Se non ci fossero gli sprechi…”, “Se non ci fosse chi ci mangia…”, “Se non ci fosse chi ruba…”

Gli sprechi ci sono. Le analisi tecniche abbondano. Manca l’implementazione, insieme ad una strategia di lungo termine. Non c’è via d’uscita a questo duplice problema, se non un grande investimento di capitale politico, chiaro ed esplicito, differente da quanto visto sinora. La spending è usata come jolly da tutti i partiti italiani, è una panacea in ogni dibattito politico, nei bar o nei talk show: “Se non ci fossero gli sprechi…”, “Se non ci fosse chi ci mangia…”, “Se non ci fosse chi ruba…”. Sulla generale necessità di spendere meno sono tutti d’accordo, senza specificare su chi, su cosa e come occorra agire. La spending è considerata una cosa “di buon senso”, che esclude un tradeoff, che esclude una scelta politica. Sbagliatissimo. Così abbiamo annacquato le ultime revisioni di spesa, così difficilmente faremo mai una politica di spesa coerente.

Occorre invece ammettere che sì, ci sono molti sprechi, molto spazio per spendere meno e spendere meglio, ma anche che questa non è tutta la storia. Risolvere le inefficienze significa poter riallocare i dipendenti pubblici. Rendere la nostra spesa sostenibile ed equa significa intervenire sulle pensioni, renderla produttiva significa investire in cultura ed educazione, gli unici settori in cui l’Italia spende meno rispetto agli altri paesi europei. Voler tagliare le tasse significa dover tagliare ancora la spesa, e forse ridefinire i confini dell’intervento dello stato nel nostro paese. Soluzioni diverse – il suggerimento di Cottarelli è ad esempio di legare i risparmi della spending al taglio delle tasse sul lavoro – ma soluzioni chiare.

Abbiamo mai sentito una discussione simile sui nostri conti pubblici? Finché la Spending sarà vista come il compito di un tecnico, finché non sarà chiaro il costo politico che porta con sé e finché un partito non se ne assumerà la responsabilità, difficilmente la revisione della spesa italiana si avvierà su un percorso coerente ed efficace.

Continuerà ad essere uno slogan più che una realtà, un modo di mascherare i tradeoff inevitabili della nostra politica economica: pressione fiscale alta o aumento del debito? Diritti acquisiti con il sistema retributivo o un’istruzione che permetta mobilità sociale? Pensionati sopra gli 80.000 euro o 10 milioni di poveri? Scelte che fanno la differenza tra conservatori e progressisti, scelte che determinano un sistema politico sano.

Siamo Andrea Cerrato, Francesco Filippucci, Marco Felici, Cecilia Mariotti, Isabella Rossi, Matteo Sartori e Francesca Viotti. Siamo un gruppo di studenti di Economia in giro per l’Europa. Ci piacciono i dischi, le foto, gli artisti, i marchingegni alla moda, le muse, i registi, Piero Ciampi e Bianciardi, Notorious, B.I.G., Pasolini e Jay-Z.

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