C’è un trucco. Me l’ha insegnato una bionda molti anni fa. Serve a non alienarsi del tutto il pubblico. Lo uso, ma non sempre. Ogni tanto sì, anche se mi sembra sempre che si veda.
Il trucco è la prima persona plurale quando dovrei usare la seconda. Siamo schiavi del telefono, scrivo, avendocelo io scarico ventitré ore al giorno. Passiamo il tempo a farci le foto, scrivo, non facendomene veramente mai (ho un Blackberry, provare a farcisi una foto a fuoco è come provare a farcisi il caffè).
Ma oggi no. Oggi persino la paratassi, da quanto ho i nervi. Oggi la seconda persona plurale non ve la leva nessuno. Oggi con voi non mi voglio mescolare. Oggi ve la voglio dire senza fingere di sentirmi una di voi.
Siete una massa di rincoglioniti. Io meritavo di meglio. Io meritavo di non invecchiare in un pianeta di rincoglioniti, in una società di rincoglioniti, con una classe dirigente rincoglionita: io meritavo una mezza età serena.
E invece, ogni volta che guardo un programma televisivo o una pagina social, inciampo in della classe dirigente così rincoglionita, ma così rincoglionita, che neanche il più stupido dei miei zii al pranzo di Natale era così rincoglionito, neanche la più analfabeta delle mie insegnanti era così rincoglionita, un livello di rincoglionimento che non può essere solo la sindrome via Gluck che mi fa pensare fosse meglio prima, è proprio che prima un’umanità così rincoglionita mica esisteva.
Da cosa dipende? Da quale dei guai fatti con leggi che in teoria ci sembravano buone ma poi messe in pratica vi hanno resi una massa di rincoglioniti?
È colpa della riforma dell’università, che vi ha resi tutti analfabeti mitomani giacché in possesso dello stesso titolo di studio col quale i vostri nonni erano i più intellettuali del paesello? Della regionalizzazione della sanità, che vi ha resi persino più ottusi di prima, incapaci di copiare da dove funziona e di capire dove non funziona? Della Basaglia, unita al fatto di uscire nelle ore più calde?
Ho visto Vannacci, perché tanto avete rotto i coglioni che l’ho visto, dopo ventiquattr’ore che ne parlavate è andata come andò tre anni fa (l’estate 2026 replica dell’estate 2023 non solo sulle pagine culturali di Repubblica): che una si arrende alla curiosità di sapere di cosa parlino tutti. È andata che, dopo la carriera di scrittore assicuratagli da Matteo Pucciarelli, ora Roberto Vannacci, chiunque egli sia (uno di destra), ne ha una da ospite televisivo, courtesy of Dietlinde Gruber.
Vannacci era vestito come un pirla, il che non lo distingue dal sessantenne medio che, in questo derelitto secolo, ritiene d’andare in tv vestito da sedicenne. Con una camicia da merenda sotto il pergolato e i fantasmini sotto le scarpe da tennis (in neolingua: sneaker).
Vannacci diceva che i gay non erano normali, lo diceva spiegando in un milione di parole che intendeva «non sono la media statistica della popolazione», ma non riusciva mai a spiegarlo, non aveva pronta una frase chiara sul concetto che gli è più caro, diceva «dizionario Zingaretti» con gran sollucchero dei detrattori che per il refuso gongolano sempre molto, diceva che gli omosessuali hanno tutti i diritti e se vanno in ospedale li curano, e non aveva uno straccio di sceneggiatore che gli facesse citare Frank Underwood: you are entitled to nothing.
Di fronte a lui la Gruber, che – invece di obiettargli che quella che lui chiamava «famiglia naturale» è la famiglia tradizionale – diceva senza mettersi a ridere «Le ricordiamo che la famiglia naturale come la intende lei non esiste più da molto tempo, lo dicono le statistiche e i fatti».
Lui – in quello che non voglio definire uno scontro tra rincoglioniti, ché poi mi querelano congiuntamente, quindi decidete voi come chiamarlo – non era in grado di risponderle «cara signora Gruber, dalla famiglia come la intendo io, un uomo che copula con una donna, siamo nati io, lei, e tutti quelli che sono adulti oggi, e le statistiche e i fatti dicono che è ancora la combinazione di grandissima lunga più diffusa perfino in questo postmodernismo» (no, gentile Vannacci: non intendo farle da spin doctor; ho solo questo debole per la dialettica: quando ne vedo di scarsa le mie ginocchia hanno subito bisogno di mungitura).
Vannacci diceva che la sinistra aveva creato il ministero della Verità, e la Gruber non aveva la prontezza di fargli notare che “1984” era un romanzo, non un libro di storia, e che dovrebbe licenziare l’intelligenza artificiale alla quale avrà chiesto una lista di malefatte della sinistra e quella l’ha intortato spacciandogli Orwell per Prodi.
La Gruber diceva che i gay non hanno diritto a maternità e paternità, e Vannacci non aveva la prontezza di dire «Lo dica a Renzi che ha fatto le unioni civili senza, che vuole da me, io sono di destra». Diceva invece che la maternità e la paternità non sono un diritto, e a me tornava in mente un’intervista in cui Chiara Tagliaferri, ai detrattori di “Arkansas” secondo cui i desideri non sono diritti, rispondeva «i desideri sono per loro natura scapigliati e spregiudicati, ed è bello che lo siano», che è la frase che Silvio Berlusconi avrebbe dovuto dire in risposta alle polemiche sulle Olgettine e sul lettone di Putin.
Mentre rimpiangevo Silvio guardando Lilli e il deputato vagabondo, superando le correnti gravitazionali ma soprattutto l’inutilizzabilità della app di La7, progettata evidentemente da rincoglioniti, ho aperto Instagram.
C’era Giorgia Meloni che schiacciava sotto rete come neanche Mimì Ayuhara. Un tal Francesco Silvestri, esponente dei “Cinque del quinto piano”, le aveva detto che lei davanti a Trump indossa delle ginocchiere. Al di là di ogni considerazione sul senso dell’umore e su quello dell’opportunità, bisogna essere ben rincoglioniti: ma come fai, nel 2026, a non sapere che per una frase del genere ti farebbero nero anche donne con meno piglio della Meloni?
Siamo in un’epoca in cui persino Lilli Gruber – che fino a qualche anno fa le donne le invitava solo l’8 marzo, poi ha deciso di vendere un libro sul femminismo e quindi è diventata sacerdotessa delle quote rosa – rimprovera Vannacci perché non abbastanza quotarosista (e lui non ha la prontezza di dire che potrebbe andar peggio, potrebbe fare come lei e scegliere alcune delle più stolide in circolazione onde sembrare un genio in confronto).
Pensavo che quello dei “Cinque del quinto piano” fosse il più rincoglionito della giornata, poi ho continuato a spolliciare il telefono e ho visto la foto di una bambina. L’aveva postata Stefano Bonaccini, ora parlamentare europeo proprio come Vannacci, già presidente della regione Emilia-Romagna, già postatore di penzierini politici decorati da foto di lui stesso che guarda un punto lontano all’orizzonte, come una musa di De Gregori.
Non so chi fosse la bambina – una figlia? una nipote? – ma so che sulla foto c’era il tag del negozio di abiti per l’infanzia che l’aveva vestita, la piccina. Per la tua piccolina non compri mai balocchi, tanto glieli regala l’internet, che tu sia venditrice di scimmie di mare o legislatore.
Io non vorrei dirvi che siete tutti rincoglioniti, quindi dirò solo che ho rimpianto le foto in cui Bonaccini sorrideva e non guardava, e l’ultima volta che avevo visto la Dietlinde: quella di Per Brevità Maria.