Ve lo meritate, VannacciL’ex generale non è il traditore, ma la nemesi della destra sovranista

Le accuse di tradimento rivolte dalla presidente del Consiglio al leader di Futuro Nazionale nascondono la sua impossibilità di ripudiare e la sua esigenza di rivendicare e contendere al generale le parole d’ordine della destra brutta, sporca e cattiva

La vignetta raffigurante Roberto Vannacci realizzata dal senatore Filippo Sensi del Partito democratico (AP/LaPresse)

Ieri Tommaso Cerno, che è diventato uno zelante menestrello di Giorgia Meloni, ha scritto un editoriale dal titolo “La moglie del soldato” (se non avete visto il film di Neil Jordan, che Cerno cita con delicatissima allusione: è una moglie transgender). Nell’articolo si accusa Roberto Vannacci di avere prescelto Elly Schlein come «compagna e concubina politica» – ecco a voi la moglie del soldato – e di volere con lei «contribuire a riempire l’Italia delle persone che (a parole) odia», perché «ormai Vannacci è alleato della sinistra» ed è «in campo per aprire le porte agli islamisti e per presentarsi in tv a parlare male degli omosessuali (…) salvo poi finire per finanziare con i suoi voti il Gay Pride di Alessandro Zan. Insomma, una specie di Badoglio dei nostri giorni».

L’articolo di Cerno è il greve e coerente complemento del j’accuse pronunciato il giorno prima da Meloni alla Camera contro il generale e la sua ghenga parlamentare in un clima infuocato e segnato da reciproche accuse di tradimento. La tesi di Meloni – «Non mi si parli di vera destra, perché la vera destra non è mai funzionale alla sinistra» – non è che Vannacci abbia scelto una contrapposizione estremistica e inaccettabile alla destra di governo, ma che abbia deciso di boicottare, tradendo i valori che dichiara di professare, l’azione di un esecutivo che si muove in realtà in perfetta coerenza con essi. 

Chi pensa che Meloni sia – o voglia diventare – diversa da quella che è (e che è sempre stata) spera che proprio il divorzio dal generale possa definitivamente sbattezzare la destra post-fascista e completare l’abiura della fede nel Ventennio. Purtroppo, è vero l’opposto: Meloni subisce e patisce la rottura di Vannacci, e reagisce a essa con accuse di intelligenza col nemico, proprio perché il generale e i suoi improvvisati sansepolcristi 2.0 riciclano contro Meloni gli stessi argomenti etno-nazionalisti che hanno portato la Giorgia donna, madre e cristiana a Palazzo Chigi: gli sbarchi che non si fermano, i rimpatri che non aumentano, la sostituzione etnica che minaccia l’Italia bianca, l’Europa proterva e matrigna che affama i suoi popoli, il capitalismo globale che ne espropria le meritate e sudate ricchezze e il liberalismo sovranazionale che disarma l’identità delle nazioni e provoca e offende la Santa Madre Russia… E si potrebbe continuare con gli esempi.

Non c’è nulla che Vannacci dica o faccia che, in modi solo stilisticamente difformi, Meloni non abbia usato per attaccare o per difendersi, non c’è amico del generale che non sia stato un suo amico o nemico che non sia stato un suo nemico. E tutto ciò che vale per Meloni vale, a maggiore ragione, per Salvini.

Non si può obiettivamente sostenere che la destra italiana, anche in versione Vannacci, sia oggi più pericolosa, eversiva o squadristica di quelle che, con la benedizione delle case madri russa e americana e dei loro Rasputin digitali, stanno dilagando in Germania, nel Regno Unito, in Spagna e ovunque in Europa il mix esplosivo di fragilità demografica e pressione migratoria consenta di infiammare le piazze con parole d’ordine genuinamente e neppure più dissimulatamente razziste. 

Ma l’Italia è stata il Paese che ha anticipato la tendenza a riconoscere al fascio-sovranismo non solo una legittimata cittadinanza, ma una vera egemonia culturale nel cosiddetto centro-destra di governo. Infatti, se nella generalità degli altri Paesi europei esistono destre diverse e antagoniste a quelle che ora Vannacci si vuole annettere e intestare, in Italia la loro unità si è realizzata da un ventennio, proprio sotto gli auspici e la regia di Silvio Berlusconi, che dopo avere liberato la destra dal ghetto dell’arco costituzionale e avere propiziato la svolta di Fiuggi, ha accettato – con una spregiudicatezza rivelatasi suicidaria – di mettersi a servizio e rimorchio di una destra che sia sul lato leghista, che su quello post-fascista tornava a rispondere ai richiami della foresta nera e dell’irrisarcibile subconscio della nazione. 

Vannacci è solo una tappa, probabilmente non l’ultima, di questo processo e una nemesi di una destra in cui la catena alimentare dei leader sovranisti non ha smesso, a quanto pare, di riservare prevedibili avvicendamenti di prede e predatori.

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