La “questione maschile”: perché gli uomini in Italia non hanno più lavoro

È un fenomeno che viene da lontano, accompagna la crescita dell’occupazione femminile e che travolge, in particolare, uomini del Sud

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Filippo Monteforte / Afp / Getty Images

10 Febbraio Feb 2016 0825 10 febbraio 2016 10 Febbraio 2016 - 08:25
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Sappiamo che esiste in Italia un problema femminile, con il tasso occupazionale delle donne tra i più bassi d’Europa, un problema giovanile con gli under 50 che continuano a perdere posti di lavoro, un problema laureati, con la quota di popolazione con un titolo più piccola del continente.

In realtà in un movimento sottile, sotterraneo, che è risultato poco visibile proprio per la sua lentezza, da decenni assistiamo a una diminuzione dell’occupazione maschile. Non si tratta solo di un fatto strettamente legato alla crisi economica che ci attanaglia da alcuni anni, ma viene da lontano, e anche per questo forse se ne parla meno.

È evidente infatti dai primi dati rilevati da ISTAT nel 1977. Già dai primi anni ‘80 la proporzione di uomini al lavoro è crollata di almeno 7 punti in 18 anni, al 67%, e dopo una risalita di 3 punti fino al 2008, vi è stato un altro crollo del 6% in soli 5 anni. Nel complesso una perdita del 10% di occupazione in circa 30 anni. Molto concentrata nel Sud, dove si sono persi 20 punti, ma anche nelle altre regioni dove vi è stato uno sviluppo economico più simile alle dinamiche di trasformazione del lavoro europee

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Nello stesso lasso di tempo l’occupazione nazionale è aumentata del 2%, e quella femminile è decollata quasi ovunque, ma non al Sud, dove comunque un aumento vi è stato.

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Questa perdita di lavoratori non si è tuttavia riversata tutta nella disoccupazione, al contrario è aumentata anche l’inattività, del 5%. Quella peggiore però, quella dei giovani. Nonostante l’ISTAT fornisca i dati per fasce d’età solo dal 1993 in poi (fatta eccezione per i 15-24enni), vediamo chiaramente cosa è accaduto.

Se fino ai primi anni 2000 si è trattato di un aumento dei pensionamenti anticipati, poi, dopo le varie riforme delle pensioni, si è trattato esclusivamente di un esodo verso il non-lavoro dei giovani tra i 15 e i 34 anni. In 20 anni gli uomini inattivi sono aumentati del 15% tra i 15-24enni e del 10% tra i 25-34enni.

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È un problema dei giovani uomini, come abbiamo visto, ma che investe in particolare chi non ha avuto modo di studiare, con un calo del 14% dell’occupazione per questa fascia negli ultimi 10 anni, e tuttavia non si trova un segno più neanche tra i laureati, e questo ben prima della crisi economica cominciata a fine 2008

Quello che manca evidentemente non è l’impossibile ritorno al modello patriarcale con i posti riservati agli uomini mentre le donne rimangono in casa, ma un sistema di formazione e ricollocamento anche nei settori ora maggiormente in crescita

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È un problema meridionale come abbiamo visto. Restringendo la lente sul Sud e sugli uomini con basso o nessun titolo di studio tra i 15 e i 24 anni emerge il baratro, un crollo di 20 punti dell’occupazione in 10 anni.

E la Campania come sempre è in testa

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Cosa sta succedendo? Sembra essere l’unione di un fenomeno strutturale di livello europeo ed occidentale e di alcune peculiarità negative italiane.

Nel nostro Paese e in particolare al Sud la perdita di posti di lavoro in settori a bassissimo valore aggiunto come l’agricoltura, il commercio, il “lavoro di fatica”, non è stata compensata da altri, sempre labour intensive, nel settore dei servizi, come avvenuto altrove.

O meglio, quello che è accaduto è che questi posti sono stati appannaggio in maggior misura della forza lavoro femminile. Basti pensare all’aumento della domanda di infermieri, badanti, addetti alle vendite e commessi nei grandi centri commerciali.

È un fatto avvenuto un po’ ovunque, è calata la differenza di occupazione tra uomini e donne, e in Italia, dove rimane più alta della media, il trend di calo non è particolarmente superiore a quello di altri Paesi, non è avvenuto un crollo di questa proporzione come in Spagna, in cui incide il pesantissimo crollo dell’edilizia dove lavorano molto di più gli uomini.

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E tuttavia mentre in altri Paesi tutto ciò si traduce in un aumento più lento dell’occupazione maschile, o di una stagnazione, in Italia vi è un crollo, e in quelle fasce di età in cui si imposta una carriera e una famiglia.

I NEET (coloro che non studiano né lavorano) oltre a essere tantissimi in Italia, Spagna e Grecia, sono più uomini che donne secondo Eurostat.

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Ci si potrebbe lanciare in mille considerazioni sociologiche, ma non è indifferente l’aumento del reddito per le generazioni più anziane e il conseguente incremento del rapporto di dipendenza di quelle più giovani.

Il 25enne che non ha studiato e vive con i genitori spesso non sente la pressione del trovare un’occupazione quale che sia per sbarcare il lunario, come decenni fa.

D’altro canto quando non vi è un aiuto da parte delle generazioni più privilegiate, siamo di fronte, e qui veniamo alle conseguenze del fenomeno, a un aumento della povertà e delle disuguaglianze. Guardando un modello tradizionale di società, che comunque rimane prevalente, la presenza di un uomo in ogni famiglia che lavorava era un elemento di sicurezza contro il disagio. Quello cui oggi assistiamo è invece spesso una polarizzazione, con famiglie con due lavoratori e molte in cui rischia di non esservene alcuno.

Quello che manca evidentemente non è l’impossibile e non auspicabile ritorno al modello patriarcale con i posti riservati agli uomini mentre le donne rimangono in casa, ma un sistema di formazione e ricollocamento anche nei settori ora maggiormente in crescita di quelle persone che fuoriescono da quelli in crisi e con predominanza maschile.

In ogni caso finché non è l’economia in generale a riprendersi con un aumento consequenziale dell’occupazione, non è possibile pensare che i segmenti più deboli non peggiorino più che proporzionalmente.

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